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Come reagire

Parigi 13-11-2015. Anatomia della paura

16 Novembre Nov 2015 1046 16 novembre 2015
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L'intervento dello scrittore Luca Doninelli: «Dobbiamo usare la paura come un’arma contro chi non ha paura e perciò non può nemmeno avere coraggio che è un’interruzione volontaria della catena di cause-effetti cui la paura dà luogo». E ancora: «In cosa siamo diversi dagli assassini del Bataclan? E in cosa, viceversa, siamo uguali a loro (fatta salva la comune discendenza da Adamo)?»

Non è umano
papa Francesco

Agli attentati parigini del 13 novembre sono seguiti i giorni della paura. La paura ha accompagnato e seguito quei fatti orrendi. Ma la paura, a differenza del panico e dell’angoscia - che hanno come oggetto qualcosa di sconosciuto, qualcosa che si continua a non conoscere - la paura, dicevo, fa conoscere, aiuta a conoscere. La paura insegna, e può addirittura diventare sistema, può determinare carriera di un artista come conferire a una classe intellettuale la sua fisionomia, o come si dice il suo Dna.

Dobbiamo usare la paura come un’arma contro chi non ha paura e perciò non può nemmeno avere coraggio (che è un’interruzione volontaria della catena di cause-effetti cui la paura dà luogo).

Perché i fatti del 13 novembre hanno provocato questo orrore mentre fatti anche più sanguinosi (come l’abbattimento del jet russo sul Sinai, pochi giorni prima, e rivendicato dalla stessa organizzazione criminale che ha firmato la strage di Parigi) non hanno prodotto gli stessi sentimenti?

Perché hanno avuto luogo nei luoghi della nostra vita di tutti i giorni, e perché le vittime sono persone che conducevano la nostra stessa vita: andavano ad ascoltare musica, o al ristorante, o ad assistere a una partita di calcio - tutte cose normali, tutte cose che conosciamo bene anche noi. Il 13 novembre ha avuto luogo un attentato alla nostra vita quotidiana.

Non so se gli attentatori ne fossero coscienti, perché i terroristi hanno obiettivi diversi dai nostri e seguono regole diverse. Infatti qualcuno di loro ha anche detto che questo è l’11 settembre dell’Europa. Invece non è così, perché non c’è stato, questa volta, alcun intento di ordine simbolico: l’attentato è stato innanzitutto contro Parigi in quanto capitale di un paese in guerra su più fronti contro l’avanzata della jihad.

Ma in questi eventi quotidiani cosa, precisamente, produce paura? Perché dopo che un aereo è esploso si va ugualmente all’aeroporto e si prende ugualmente (magari malvolentieri) l’aereo, mentre dopo una strage a un bar si ha paura ad andare al bar - in qualsiasi bar - e si ha la sensazione di non poter mai più andare al bar?

Una prima risposta si può trovare studiando quella paura, aprendola per vedere cosa c’è di simile e cosa di dissimile tra noi e l’oggetto della nostra paura. In cosa siamo diversi dagli assassini del Bataclan? E in cosa, viceversa, siamo uguali a loro (fatta salva la comune discendenza da Adamo)?

Possiamo azzardarci a dire, prima di tutto, che coloro che sono morti a Parigi la sera del 13 novembre stavano facendo qualcosa di bello, qualcosa di umano. Cenare con gli amici è bello, ascoltare musica è bello, tifare per la propria squadra è bello. Sono cose umane. La nostra civiltà si è edificata intorno a cose umane, intorno a cose che esprimono la semplice bellezza della vita, dello stare al mondo. Ma la condizione perché questo potesse avvenire è il rispetto, l’amore, la considerazione per l’uomo inteso come persona.

La nostra civiltà si è sviluppata intorno all’uomo, producendo bellezza e vizio, ossia arte, scienza, fede, solidarietà ma anche inganno, frode, criminalità. La nostra civiltà non è il paradiso terrestre, ma è nata intorno all’uomo -- al singolo uomo - inteso come origine di tutti i valori (che talora sono stati affermati, talora negati). Abbiamo prodotto S. Francesco d’Assisi, per intenderci, ma anche Adolf Hitler. Ma all’origine di questo mondo contraddittorio c’è la polis, che si afferma sulle ceneri della società tribale e parentale: nascendo, la polis sancisce che non la tribù o il clan è soggetto di diritti, ma la persona umana.

La nostra civiltà è nata e cresciuta intorno a questo principio che è anche un atto di volontà, e che ha prodotto la possibilità di vivere in modo umano, non bestiale. Un concerto di musica, una cena con gli amici, una sera allo stadio sono espressioni di questo.

Aggiungo che questa centralità della persona umana non ci viene direttamente dalla polis greca ma da un’idea della polis rivisitata dal cristianesimo romano e poi dai movimenti monastico e comunale.

Piaccia o no, all’origine di questa passione (anche laica) per l’uomo c’è il cristianesimo. L’Occidente non ha prodotto valori al difuori di quelli del cristianesimo, e chi ha combattuto il cristianesimo o vi si è opposto o lo ha abbandonato o ha posto le basi della società secolarizzata (come si diceva verso la fine del secolo scorso) lo ha fatto - anche Nietzsche (che non a caso parla di trasvalutazione) - dall’interno di questi stessi valori.

Perciò gli attacchi di Parigi sono attacchi contro l’uomo: non solo contro l’uomo cristiano, ma contro l’uomo come tale. Un conto è vietare una manifestazione politica, un altro è vietare di andare al ristorante o a un concerto. La prima è una violazione della democrazia, la seconda è una negazione dell’uomo.

Questa è la dissimiglianza tra noi e gli attentatori: noi siamo cresciuti in un mondo spesso cattivo ma costruito in ogni caso intorno all’uomo, mentre queste l’obiettivo dell’Isis è di distruggere proprio questo.

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