ISIS Words
Dopo Parigi

Parole che mentono: Daesh o Isis non è questo il problema

17 Novembre Nov 2015 1348 17 novembre 2015
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Quando le cose ci sfuggono, ci rivolgiamo alle parole. Ma anche le parole, alla lunga, ci scappano di mano. Perché la polemica sull'uso del termine "Isis" non solo è sbagliata, ma è fuorviante

La destabilizzazione passa anche dalle parole. Così, non potendo capire o non volendo capire fino in fondo, la domanda fondamentale viene ancora una volta elusa. La realtà non procede a colpi di tweet e questo è bene ricordarselo.

Oggi, giornali e riviste che da due anni a questa parte riempiono lo spazio tra retina e mondo esterno con immagini shock "made in Isis", ci "spiegano bene" perché non dobbiamo chiamarlo così, l'Isis. Come vecchi filosofi stretti in un passaggio d'epoca che tardano a comprendere, credono di allontanare vecchi e nuovi fantasmi con trucchetti nominalisti.

Anche in fatto di terrore, il politicamente corretto vuole la sua parte. Davvero siamo disposti a dargliela?

Bisogna allora parlare di Daesh, non di Isis, Is, Is o quant'altro - titolano e argomentano La Stampa, Il Post e via discorrendo.

La questione è che i musulmani (quali? a nome di chi continuiamo a servirci di categorie così generali e complesse, ma fragili sotto le nostre penne?) con quel richiamo a "islamico" da parte del sedicente Stato del sedicente califfo al Baghdadi si offenderebbero: è diventato questo il problema, mentre la gente muore e le bombe iniziano a cadere? Si preoccupano di questo, gli attivisti da tastiera?

Sia come sia, Isis è un acronimo che sta per "“Islamic State in Iraq and the Levant" e ci sarebbe un'assonanza con parole che urterebbero la coscienza politicamente corretta di molti. Meglio Daesh, definizione ufficialmente adottata dalle autorità francesi, dunque. Ne siamo certi?

Nel 1999 apparve la denominazione "Jamaat al-Tawhid wal- Jihad", trasformato 5 anni più tardi, dal fondatore Abu Musab al Zarqawi in "Tanzim Qaidat al-Jihad fi Bilad al Rafidayn". Nel 2006, sotto la guida di Abu Bakr al Baghdadi, il nome si trasformò in «Islamic State in Iraq» (ISI) e da lì la storia è nota.

Daesh è un acronimo anomalo, che riprende l'originale DAIISH modellato su Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham, traslitterazione araba della formazione terrorista e dell'embrione statale che vi si ricollega. La contrazione in Daesh era stata già analizzata nel settembre del 2014 da Lizzle Dearden su "The Independent" e da da Ian Black su "The Guardian". Quest'ultimo rilevava come in francese l'espressione sarebbe stata scelta dalle autorità per le sue assonanze dispregiative con dèche, douche, tache, "restare al verde", "doccia", "macchia".

Isis, Is, Isil o Daesh? La domanda, posta oggi, sembra oziosa.

Da un lato perché a porsela - tra l'altro fuori tempo massimo - sono proprio coloro che quell'espressione hanno contribuito a propagarla per ogni dove come un brand all'ultima moda. Dall'altro perché è implicita in ogni sigla una natura tanto manipolatoria, quanto discriminatoria. Lo aveva capito Marcuse, quando nell'Uomo a una dimensione osservava:

Tutto è definito in base a concetti e a modalità di comportamento operazionali, funzionali al mantenimento ed al rafforzamento del sistema (...) i concetti utilizzati vengono “depotenziati”, tradotti – letteralmente – in maniera tale da renderli privi di tutto il loro potenziale critico, ed infine rimessi in circolazione. In tal modo, concetto e parola tendono a coincidere, o meglio il concetto tende ad essere assorbito dalla parola.

In sostanza, la realtà scompare. Fosse pure una pessima realtà. Ma scompare solo dal nostro campo visivo, non dal mondo. Possiamo mettere la testa sotto la sabbia come tanti struzzi, ma la sabbia resta sabbia e noi restiamo degli struzzi. "Spiegato bene", questo è il concetto.

Ma gli acronimi, proseguiva il francofortese, sono in sé pericolosi: "la maggior parte delle abbreviazioni sono perfettamente ragionevoli e appa­iono giustificate dalla lunghezza dei termini non abbreviati. Ci si potrebbe tuttavia avventurare a scorgere in alcune di esse un'astuzia della ragione : l'abbreviazio­ne può servire ad eliminare domande non gradite. Una sigla come Nato non dice quel che dice North Atlantic Treaty Organization, menzionando un trattato tra le na­zioni che si affacciano sull'Atlantico del Nord, nel qual caso uno potrebbe chiedere perché ne siano mèmbri la Grecia [allora in mano alla dittatura dei colonnelli, ndr] e la Turchia. Onu evita di porre l'accento su unite". E via discorrendo

Ecco allora che, si chiami Isis o Daech, poco cambia se permane la loro concretezza sopraffattoria, che è pari a quella di un'immagine sovraccarica di rosso e di nero: orienta ma non dice, commuove ma non muove

Le abbreviazioni denotano solo e soltanto ciò che è istituzionalizzato in modo tale da tagliar fuori ogni connotazione trascendente. Il significa­to è rigido, manipolato, caricato ad arte. Una volta diven­tato un vocabolo ufficiale, continuamente ripetuto nell'u­so comune, "sanzionato" dagli intellettuali, esso ha perso ogni valore cognitivo e serve solamente per richiamare un fatto fuori di discussione. Questo stile possiede una concretezza sopraffattoria.

Herbert Marcuse

Scriveva Allen Ginsberg, in Iron Horse, una delle sue ultime poesie musicata anche da Philip Glass e composta osservando sullo schermo di una allnews tv, che stava allora muovendo i suoi primi passi, le operazioni della prima Guerra del Golfo:

chi è il nemico, anno dopo anno? Guerra dopo guerra, chi è il nemico? Quale è l’arma, battaglia dopo battaglia? E la notizia, disfatta dopo disfatta? Quale è l’immagine, decennio dopo decennio? La televisione mostra sangue, braccia spezzate, corpi feriti rivelati dallo schermo. Togli il suono al televisore e non saprai più chi è la vittima. Togli la lingua al televisore e non saprai mai chi è l’assassino. Togli il commento alle notizie e vedrai una massa di pazzi che si danno all’assassinio

Allen Ginsberg

Forse è proprio così. Possiamo allora chiamarlo Isis, Is, Daesh, possiamo anche chiamarlo Paperino e Pluto, ma se non capiamo i fenomeni, se non capiamo i processi, se non cogliamo le cose, allora non saranno le parole a condurci in un vicolo cieco. Ci saremo infilati dritti dritti da soli.

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