DOMINIQUE FAGET:AFP:Getty Images Bataclan
Dopo Parigi

Sébastien, ostaggio al Bataclan: «Sono nato una seconda volta»

19 Novembre Nov 2015 1125 19 novembre 2015
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Ai microfoni della francese Rtl la testimonianza di uno degli ostaggi alla sala da concerti parigina rivela la discussione con i terroristi. «Avevano bisogno di un ideale che il mondo occidentale, dal momento che erano francesi, non offriva loro. Hanno trovato un ideale mortifero, vendicativo, di odio, di terrore»

Oltre due ore in ostaggio dei terroristi del Bataclan eppure Sébastien, ai microfoni della francese Rtl, dichiara che non è l’immagine del kalachinkov puntato su di lui a essere impressa nella sua mente, ma il momento in cui il terrorista ha iniziato a parlargli «ho cominciato a dire a me stesso che forse ero destinato a vivere».

Ripensando ai terroristi Sébastien alla domanda del giornalista su cosa avesse appreso da loro non riesce che a rispondere «non molto», ma che «certamente avevano bisogno di un ideale che il mondo occidentale nel quale vivevano, dal momento che erano francesi, non offriva loro. Hanno trovato un ideale mortifero, vendicativo, di odio, di terrore», continua Sébastien. Forse gli assalitori prendendo degli ostaggi, interpreta ancora Sébastien «hanno voluto salvare la loro vita prendendoci in ostaggio, ed è stata la nostra salvezza, il fatto che ci tenessero alla loro vita. Ma hanno realizzato troppo tardi che la vita era importante» osserva quasi con una speranza.

Il racconto dell’ostaggio del Bataclan ripercorre le 2 ore e mezza trascorse in compagnia degli jihadisti: il momento in cui gli assalitori hanno voluto spiegare il perché dell’assalto «ci hanno spiegato che erano le bombe che erano state sganciate in Siria a spingerli ad essere li, per mostrare, far vedere a noi occidentali ciò che quegli aerei facevano là. Ci hanno portato nella sala, dove c’erano i feriti ancora agonizzanti, e ci hanno spiegato che non era che l’inizio. E che la guerra cominciava in quel momento e che erano lì a nome dello stato islamico».

La trattativa con la polizia in cui gli ostaggi hanno fatto da intermediari e scudo, il dialogo e la provocazione di bruciare delle banconote «volevano sapere se per me i soldi avevano importanza. Ho chiaramente risposto di no, e volevano che io bruciassi quelle banconote. Mi sono sentito come Gainsbourg in quel momento, l’unica differenza era che io ero obbligato a farlo e che non era un atto volontario da parte mia», racconta ancora Sébastien ai microfoni di Rtl. «Quindi, ecco, c’è stato una sorta di scambio, di dialogo, e gli altri ostaggi alla fine mi hanno ringraziato per questo, non tanto per farmi passare per un eroe, perché i veri eroi, quelli, sono morti quella sera, quelli che hanno protetto gli altri».

In quei momenti la consapevolezza di Sébastien era «che la vita è appesa a un filo, e che c’è bisogno di apprezzarla, e che non c’era niente di più serio che il fatto che eravamo ancora vivi».

Ora per lui è come se incominciasse una nuova vita, come ha confidato ai microfoni di Rtl «io oggi posso rendermi conto che ogni istante che passo con i miei parenti, è un bonus, una benedizione. I semplici momenti di una vita fanno parte delle cose più belle che possiamo avere, e di questo non ce ne rendiamo conto se non quando ci capitano delle sorti di elettrochoc come quello che ho vissuto. Ho l’impressione» conclude «di essere nato una seconda volta e voglio fare in modo di gustare questa nuova vita che mi è stata offerta».

Per ascoltare la testimonianza di Sébastien rtl.fr

In apertura foto di Dominique Faget/Afp/Getty Images

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