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Dopo Parigi

Conflitto di inciviltà. Il "nostro stile di vita" è davvero senza colpe?

23 Novembre Nov 2015 1607 23 novembre 2015
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Anche le interpretazioni, oramai, altro non sono che reazioni. E tra queste reazioni interpretative ne registriamo una che potremmo così sintetizzare: "quegli attentati, oltre che contro donne e uomini, sono un attacco al nostro stile di vita". L'hanno scritto, detto e ribadito in molti. Davvero questi attentati sono stati diretti contro simboli e forme di quel "mode de vie" che rappresenterebbe il "nostro" specchio identitario? E se quello specchio non riflettesse altro che il vuoto?

Dopo gli attentati di Parigi è partita la caccia all'uomo. Ma, al contempo, è partita anche un'altra caccia: la caccia al senso. Che senso ha tutto questo? Forse nessuno. Non basta gridare "al lupo" per capirne il colore. Non basta andare in guerra, per sapere contro chi la si sta facendo. E noi, ammettiamolo, non l'abbiamo capito. Non abbiamo capito nulla. Anche perchè abbiamo rovesciato i nessi: prima partiamo e poi chiediamo, prima reagiamo e poi ragioniamo. Funziona così, oramai.

Gli esperti non dicono tutto

Anche le interpretazioni, oramai, altro non sono che reazioni. E tra queste reazioni interpretative ne registriamo una che potremmo così sintetizzare: "quegli attentati, oltre che contro donne e uomini, sono un attacco al nostro stile di vita". L'hanno scritto, detto e ribadito in molti.

Da parte di questi molti abbiamo assistito a una levata di scudi che, in qualche misura, non è servita ad altro che a rilanciare su altri fronti lo schema del conflitto tra civiltà, senza problematizzare mai la questione di che cosa sia - e se ancora vi sia - una civiltà, e senza dire molto del senso di quel conflitto.

La discussione su armi, droghe, network, videogames usati dai terroristi sembrano più palliativi rispetto a una domanda fondamentale che proprio sul piano del senso viene elusa, soffocata da una serie di discussioni tecniche utili e interessanti ma non centrali. Che senso ha?

War on fun

Sospendiamo il giudizio su tutto ciò che va oltre le nostre informazioni e il campo specifico di questa riflessione sul senso complessivo delle reazioni e concentriamoci allora sulla nozione di "stile di vita". Di quale o quali stile di vita parliamo quando affermiamo che è sotto attacco? Si tratta di uno stile davvero comune e condiviso? Chi lo minaccia: singoli, cellule, gruppi, o tutto un sistema che crediamo in guerra permanente contro di noi? Questo stile di vita all'occidentale può davvero rappresentare una minaccia grave per stili di vita alternativi e talvolta intolleranti? Una minaccia talmente grave, intendo, da giustificare azioni che spostano il conflitto dal piano simbolico a quello materiale.

Anche dopo l'irruzione omicida nella sede del settimanale "Charlie Hebdo" si era parlato di attentato contro uno stile di vita. ma allora si entrava più nello specifico parlando di "stile di vita improntato alla tolleranza". Oggi, però, della parola tolleranza si sono perse le tracce. Anche della parola "convivenza", abbiamo perso le tracce. Forse perché l'ideale della convivencia ha le proprie radici nella Spagna musulmana di Al-Ándalus e di questo non conviene parlare.

C'è allora chi, come Rafia Zakaria su Al Jazeera America, ha parlato di "attacco alla festa" e al "divertimento". Davvero possiamo parlare, come fa il filosofo Zakaria, di "war on fun"?

Davvero questi attentati sono stati diretti contro simboli e forme di quel "mode de vie" che rappresenterebbe il "nostro" specchio identitario? E se quello specchio non riflettesse altro che il vuoto?

Stile di vita o del legame debole

Abbiamo declinato tutto nelle forme della scelta e degli stili. Si vive "green", di lavora "smart", si studia "easy", si mangia "light". Tutto è lecito, perchè tutto è "scelto". Anzi: tutto è lecito se e solo se scelto. Ma chi sceglie cosa o chi? Questa "scelta" non ci porta a nient'altro che alla scelta successiva e, via di questo passo, verso il baratro. L'inferno è lastricato di scelte, non solo di buone intenzioni.

In quest'ottica, anche la vita terrorista sarebbe una scelta. Una scelta irresponsabile, violenta, ma pur sempre una scelta: è questo il rimosso che non vogliamo dire o capire.

Conta poco allora il racconto sulla "droga dei terroristi" che ottunderebbe la volontà e la scelta. Conta poco perché ciò che sembra sfuggirci è proprio il cortocircuito delal volontà e della scelta che si è improvvisamente prodotto nei nervi troppo scoperti dell'Europa. E questo corto circuito è tra stili e forme di vita, tra legami deboli e legami forti.

Noi decliniamo tutto attraverso stili di vita improntati sulla scelta individuale: la sessualità, l'ecologia, l'alimentazione, persino la vita e la morte, che contempliamo solo al riparo di uno schermo burocratico e tanatologico e di qualche testamento biologico.

In un certo senso, lo stile di vita non chiede altro che adesione individuale, un modo di stare al mondo che nulla dice del mondo. Lo prende così com'è e, alla lunga, lo priva di ogni valore, di ogni conflitto. Finché, da sotto la cenere, il conflitto riapapre in forme esplosive.

Solitamente, uno stile di vita non è altro che adesione a un modello di un consumo: si compra un vestito nuovo, si acquista il biglietto d’ingresso a una fiera e, come supplemento, si chiede o si concede la firma su un documento che chiede “più diritti”, ma mai "più giustizia" …

Ma questa richiesta è tanto generica da non mobilitare altro che quella porzione di individualità gratificata dal sentirsi – per qualche istante - avulsa da un sistema che in realtà la coimplica e al tempo stesso la esclude nel profondo delle sue pratiche e non solo nello stile e nella coloritura che quelle pratiche assumono. Questa “mobilitazione infinita” riesce a non essere mai tangente con il piano concreto della vita. Neanche nel lutto. Lo abbiamo visto a Parigi, dove nessuna forma del lutto ha saputo rendere il legame che fu.

Forma di vita o del legame forte

Una forma di vita, al contrario, pur preservando la singolarità, insiste e manifesta uno spirito connettivo, un “interessere” e chiede al soggetto e alla sua singolarità irriducibile, non ridotto a monade, una partecipazione aperta a qualcosa ben di più esplicito e profondo: qualcosa che possiamo chiamare un senso (e forse anche un bene) comune. Qualcosa che dà, appunto, forma a una modalità di relazione, non di mera adesione e prende a sua volta forma da quella relazione. L’antropologia delle “forme di vita” è un’antropologia che “prende l’altro sul serio” e ritiene la singolarità all’altezza di questa sfida di “prendere l’altro sul serio”. In questo caso, la relazione e quindi l’apertura – intesa nella sua forma dialogica – è la chiave principale non solo per enunciare, ma per sciogliere un dilemma etico cruciale.

Forse è proprio questo che gli atti terroristici - che provengono dal cuore dell'Europa e dai suoi "figli integrati" - ci svelano: la nuda impotenza degli stili di vita rispetto a forme di vita che non abbiamo più e dinanzi a altre forme che, brutalmente, avanzano e ci gettano nello sgomento.


La vita senz'ordine

Il problema, ha osservato l'antropologo Jean-Loup Amselle, che insegna École des hautes études en sciences sociales (EHESS) di Parigi, è che le "nostre" società, le società "occidentali" e la Francia in primo luogo "non offrono alcuna prospettiva e alcun futuro ai giovani". Parliamo di giovani senza impiego, genericamente "senza futuro", ma il problema, rimarca Amselle, è di "incardinamento intellettuale".

Siamo sicuri che "il paradiso delle scelte" sia un orizzonte di senso per questi giovani?

Ragazze e ragazzi hanno a disposizione una varietà infinita e molteplice di "stili di vita" e nella matrice del "nostro" mode de vie sono immersi ab origine. Anche i ragazzi che hanno dato e si sono dati la morte a Parigi. Nati qui, cittadini francesi o belgi, terroristi fatti in casa. Forse, allora, qualcosa non funziona a un altro livello. Ed è il livello su cui la discussione improntata agli "stili di vita" impatta e si arena.

Leggi anche: Scontro di civiltà o guerra al sociale? Intervista a Jean-Loup Amselle

Ascoltiamo ancora Amselle: "non c’è più un 'racconto nazionale' coerente, non ci sono più partiti, niente sindacato, niente scuola, niente servizio civile o militare, niente che sia capace di dare un senso all’esistenza di questi ragazzi. In un contesto simile, il culto del denaro promosso dal liberalismo non basta per dare ordine alla vita di queste generazioni. Questo vuoto spalanca le porte a ideologie di tipo spiritualista e new age che oggi sono rigogliose e fiorenti".

Il linguaggio tagliato dei laici

Una spiritualità malata è il sottoprodotto di una "cultura laica" il cui linguaggio non riesce più a nominare i punti nodali della nostra esistenza. La crisi è tutta interna al mondo laico, al suo para-linguaggio, alla sua pretesa egemonia. Come se non fosse oramai un dato assodato, ma forse non troppo condiviso, che i fondamentalismi nascono proprio come reazioni dinamica a ciò che con troppa enfasi chiamiamo "secolarizzazione". Ma il mondo, piaccia o no, tutto è fuorché "secolarizzato". Non capirlo aggiunge crisi su crisi.

Dinanzi a una crisi di tale portata, non possiamo limitarci a un arroccamento intellettuale a difesa o a legittimazione del "mode de vie à la Française". Non più. Per questo è venuto il momento di chiederci se tutta questa violenza non sia, anziché un attacco da "fuori", un prodotto intenro a quello stesso stile di vita che in molti, qui e ora, continuano a rivendicare come il solo possibile. Ripensare il nesso tra forme e stili di vita è la sfida che i fatti di Parigi ci pongono. Cominciamo a interrogarci, se ne siamo capaci.

Immagine in copertina: Getty

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