Il Papa in Africa

Da Francesco ci aspettiamo dica come tener viva la speranza nell'ingiustizia

25 Novembre Nov 2015 1222 25 novembre 2015

Andrea Bianchessi responsabile della ong Avsi in Kenya, Burundi e Rwanda, ci racconta l'attesa per la visita del Papa che arriverà oggi a Nairobi

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Nairobi Attesa Per Francesco
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Andrea Bianchessi responsabile della ong Avsi in Kenya, Burundi e Rwanda, ci racconta l'attesa per la visita del Papa che arriverà oggi a Nairobi

Andrea Bianchessi, dal giugno scorso, è responsabile dei progetti Avsi in Kenya, Burundi e Rwanda. L’ho conosciuto meno di un mese fa, è un giovane trentenne, bocconiano ma i conti che a lui interessano sono quelli della solidarietà internazionale, da più di dieci anni lavora con Avsi, sviluppando progetti, rendicontandoli per le agenzie sovranazionali. Per quattro giorni mi ha accompagnato a Nairobi e in Kenya mostrandomi quanto la sua ong stia investendo sulla sfida educativa, una rete a sostegno di ben 27 scuole, negli slum, nei villaggi, nei quartieri della classe media. Una scommessa che sta dando frutti straordinari e che forse potrà generare nuove leadership. Come tutti a Nairobi, oggi, anche Andrea insieme ai volontari Avsi, ai bambini e insegnanti della rete di scuole, stanno aspettando Papa Francesco.

Andrea Bianchessi nello slum di Kibera a Nairobi

Il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, ha indetto per domani una Festa nazionale, festa di preghiera e di riflessione, un segno di quanto alta sia l’attesa e l’aspettativa?

Certo, al di là di ogni valutazione politica né è un segno evidente. Tutta la città è mobilitata, Dalle altre città e villaggi arrivano autobus, migliaia di persone non dormiranno questa notte. Per la Messa di domani sono previste più di un milione e mezzo di persone. A luglio in Kenya è venuto Obama, ed è stata una visita importante, partecipata. Ma la visita del Papa è già molto di più e sta mobilitando tutti, cristiani, musulmani, tutti.

La misericordia a tema nell’anno santo che il Papa, significativamente, inaugura proprio in Africa, passa anche dall’educazione?

Certo passa dallo sguardo sui tanti minori in difficoltà, spesso violati, passa dal prenderli per mano accompagnandoli alla scoperta dei loro meravigliosi talenti. Io sono commosso guardando a quanti ragazzi vedo letteralmente sbocciare. E questo è tanto più importante in un momento come questo, i giornali kenioti sono pieni di notizie riguardo il reclutamento da parte degli jihadisti di ragazzi e giovani anche appartenenti alla classe media, non solo negli slum. L’educazione è per questo la prima emergenza e la prima sfida. L’educazione come introduzione alla realtà e come percorso alla scoperta di se stessi e degli altri.

Tu come aspetti il Papa?

Lo direi due parole: gratitudine e attesa. Gratitudine per una preferenza, la preferenza che il Papa accorda al Kenya, un Paese dove i cattolici sono solo il 23%, il 60% della popolazione è protestante, l’11% musulmani, poi ci sono le religioni tradizionali soprattutto nelle zione rurali. Quindi una vera gratitudine per questa sua venuta.

La seconda parola è attesa, cioè?

Per spiegare lo spessore della nostra attesa ti racconto un episodio. Venerdì scorso sono stato a Dadaab, un campo profughi nel distretto di Garissa dove vivono, dal 1992, poco meno di 400 mila persone, donne e bambini, scappati dalla Somalia. Lì abbiamo organizzato un accampamento scout con quasi un centinaio di ragazzini dai 10 ai 14 anni, tra questi Abdullah di 14 anni con sua sorella, somali, con loro un’altra coppia di fratelli, etiopi, un’amicizia nata nel campo. Ad un certo punto Abdullah mi dice che sarebbero dovuti andare a Nairobi per partecipare a un incontro nazionale degli scout ma lo status di rifugiati ha loro impedito di andare per un divieto delle autorità che hanno ristretto molto la possibilità di mobilità dei rifugiati per i rischi connessi al pericolo di attentati. Mostrandomi la mostrina sulla spalla con la bandiera del Kenya, mi dice “Io sono uno scout del Kenya, perché allora non posso andare?”. Questo fa capire cosa significa essere rifugiato, alla sua domanda non ho potuto dare una risposta, e io stesso mi chiedo ma per queste persone, nate e cresciute in campo dal 1992, che prospettiva possono avere? Che futuro? La stessa domanda che mi faccio quando vado nello slum di Kibera che hai conosciuto. Che prospettiva per quelle famiglie per quei bambini? Tutto ciò che facciamo sono tentativi di risposta a questa domanda che non ti fa dormire, Di fronte a queste ingiustizie, a queste diseguaglianze noi ci aspettiamo ci dica come si può sostenere una speranza necessaria a vivere, ci dia la sua testimonianza, ci aspettiamo che parli ai leader kenioti perché lavorino per la giustizia. Parlare come sono lui sa fare, in modo diretto e disarmato, arrivando al cuore degli uomini e delle questioni. Mi aspetto di uscire cambiato dall’incontro con lui.

Kenya, il campo profughi di Dadaab

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