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«L'inclusione è fallita»: a Padova nasce una scuola per ciechi

3 Dicembre Dic 2015 1523 03 dicembre 2015
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«Vogliamo abbandonare il politicamente corretto delle parole “inclusione/integrazione”», dice Davide Cervellin, che lancia una scuola specialistica per ciechi, a Padova. «Dopo tre anni i bambini potrebbero rientrare nella scuola pubblica, senza bisogno dell'insegnante di sostegno». Una proposta controcorrente

Trentotto anni dopo che l’Italia ha fatto l’opzione forte per l’inclusione degli alunni con disabilità nella scuola per tutti, pochi mesi dopo l’approvazione di una legge – la buona scuola – che dà delega al Governo per rivedere l’intero sistema dell’inclusione degli alunni con disabilità in Italia, in pieno dibattito sul come modificare il ruolo dell’insegnante di sostegno, arriva la notizia che sta per nascere una nuova scuola per ciechi. Ci sta lavorando la Fondazione Lucia Guderzo, che dalla provincia di Padova raccoglie l’eredità di Lucia Guderzo, un punto di riferimento a livello nazionale per le persone con disabilità motoria e della vista. «Non sarà una scuola speciale, ma specialistica», si affretta a precisare Davide Cervellin, imprenditore, già presidente della Commissione handicap di Confindustria e marito di Lucia Guderzo. «Una scelta controcorrente, che nasce dalla presa d’atto di quali sono i risultati reli di trentacinque e più anni di inclusione scolastica: abbiamo bambini ciechi che arrivano alle superiori senza saper leggere e scrivere in braille». A supportare la scelta della Fondazione - che vanta peraltro una direzione e un comitato scientifico di prim’ordine – c’è l’analisi durissima di Rosario Drago, già ispettore del Miur, che parla di un’«inclusione selvaggia di tutti i disabili», che mantiene un carattere di «improvvisazione volontaristica», con «difetti insuperabili», che genera nelle scuole una sorta di «caccia all’handicappato per interessi di organico».

Il «vogliamo abbandonare il politicamente corretto delle parole “inclusione/integrazione”» di Cervellin fa eco a quanto il sottosegretario Davide Faraone va ripetendo in queste settimane: «Abbiamo eliminato le classi speciali, lavoriamo per eliminare residui di ipocrisia», ha twittato ad esempio questa mattina in occasione del World Disabilty Day (qui una sua recente intervista a Vita.it). «So che è difficile da comprendere, abbiamo avuto un dibattito acceso su questo anche all’interno del Consiglio della fondazione», ammette Cervellin. «È un percorso studiato per dare ai bambini ciechi – non ci rivolgiamo a bambini con pluridisabilità – quei saperi iniziali che servono per l’inclusione. Diciamocelo con franchezza, l’inclusione non si realizza perché è scritta in una legge ma perché ti vengono dati gli strumenti e le opportunità per costruire relazioni».

In concreto, la scuola sarà a Padova, nei pressi del Civitas Vitae di Fondazione OIC, cui si appoggerà per alcuni servizi. Sarà di ispirazione montessoriana e aperta a bambini ciechi e normovedenti, ma non ad alunni con pluridisabilità (nelle scuole pubbliche italiane sono circa 2.500 gli alunni con minorazione visiva, la maggior parte con pluridisabilità). Il Piano dell’Offerta Formativa è quasi pronto, la scuola potrebbe essere operativa già da settembre: «Noi siamo pronti, dipenderà dal riscontro che avremo da parte delle famiglie». Tre i punti fondamentali: «lettoscrittura, mobilità e inglese. Dopo tre anni i bambini potrebbero rientrare nella scuola pubblica, senza alcun bisogno dell’insegnante di sostegno». Lettoscrittura significa padroneggiare il Braille e le tecnologie che consentono di leggerlo anche su un tablet, mobilità significa «imparare a muoversi nello spazio, oggi nelle scuole per una questione di respoonsabilità i bambini ciechi sono sempre accompagnati, è assurdo che un cieco nato negli anni ’70 sia in grado di muoversi ovunque e invece un bambino di oggi sia destinato ad essere sempre accompagnato per mano dalla mamma», esemplifica Cervellin.

E il Miur, che dice? «“Cosa” saremo non è ancora definito, dipende dalla risposta delle famiglie. La scuola paritaria prevede che ci siano almeno 8 alunni per classe, se avremo meno adesioni l’idea è quella di fare una sperimentazione a livello di “istruzione paterna”», spiega Cervellin. Il dibattito è aperto.

In allegato, qui sotto, il report statistico sugli alunni con disabilità presentato oggi dal Miur.

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