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Produrre legami per il welfare che verrà

15 Dicembre Dic 2015 1302 15 dicembre 2015
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Il welfare è diventato sempre più un tema per funzionari. Logica a cui si è spesso piegato anche il terzo settore che, quanto più è cresciuto, tanto più è diventato dipendente dai trasferimenti, peraltro sempre più ridotti, dell'ente pubblico. Ma il contesto attuale è critico e, osserva Johnny Dotti, bisogna rovesciare la prospettiva, "se non vogliamo finire nelle mani di grandi interessi economici".

Un welfare da difendere o da conquistare? Si potrebbe sintetizzare così il senso della riflessione proposta da Johnny Dotti e Maurizio Regosa nel loro Buono è giusto. Il welfare che costruiremo insieme (Luca Sossella editore, Roma 2015, euro 15).

Da molti anni, chi parla di welfare, lo pensa come una conquista da difendere. Una prospettiva che certamente ha a che fare con una tendenza che dura da tempo: sotto attacco, per i costi e le inefficienze, il sistema di protezione sociale, in Italia come negli altri paesi europei, è stato via via ridimensionato.

Non solo è non tanto dal punto di vista delle risorse economiche disponibili - tema che si dovrebbe approfondire - quanto dal punto di vista delle sue ambizioni e della sua legittimazione sociale. Negli ultimi decenni, a vincere è stata l'idea di individuo consumatore che interpreta anche il welfare e i suoi servizi come un qualunque altro comparto economico. Una prospettiva che ha fatto esplodere la domanda, a cui si è cercato di rispondere non più solo con lo stato ma anche - è sempre di più - col mercato.

Per cercare di opporsi alla controffensiva antiwelfare - cominciata già alla fine degli anni 70 - molti suoi difensori hanno ritenuto che si dovesse mettere mano alla sua efficientizzazione. L'unica via per difendere il sistema della sicurezza sociale - questa è stata l'idea - è dimostrare che il welfare non è un rubinetto che perde: c'è un modo intelligente di organizzarlo che permette di non sciupare risorse sempre più scarse (senza che mai nessuno si dia ansia di spiegare il perché). E allora via con i tagli, i controlli, le procedure. Nella speranza di far quadrare il cerchio tra le esigenze di una crescita che vogliamo illimitata e le necessità della protezione sociale.

Il risultato è stato che

il welfare è diventato sempre più un tema per specialisti. Per funzionari di un sistema che ha prima di tutto il compito di funzionare. E di essere efficiente. Logica a cui si è spesso piegato anche il terzo settore, che, quanto più è cresciuto, tanto più è diventato dipendente dai trasferimenti, peraltro sempre più ridotti, dell'ente pubblico.

Non si tratta evidentemente di disprezzare un tema importante quale l'uso appropriato delle risorse disponibili. La questione riguarda invece la natura stessa del welfare, la sua vocazione, il suo senso. E per questa via, il suo fondamento.

Sorprende che lungo questa deriva l'interesse per il welfare e il suo consenso abbia cominciato a vacillare? E che proprio questa disaffezione abbia alla fine fatto il gioco di chi nel welfare non ha mai creduto?

Devono essere stati questi i pensieri di Dotti e Regosa nel momento in cui hanno deciso di scrivere questo loro libro su un welfare buoni e giusto: almeno a giudicare dell'approccio al problema che gli autori propongono.

Nel testo, il welfare viene infatti proposto fondamentalmente come un investimento nel legame sociale, premessa e obiettivo di ogni sistema che mira a creare una efficace protezione delle persone e delle comunità. Perché è solo il legame sociale che è in grado di dare risposta alla diffusa domanda di sicurezza e di benessere presente nelle nostre società.

In tale prospettiva, il welfare, prima di essere un sistema da organizzarsi in maniera efficiente e a costi inferiori, era e rimane la fucina delle relazioni sociali di una società avanzata, attraverso il quale il legame sociale può essere concretamente riprodotto e sperimentato.

Il cambio dj prospettiva è netto. Non si tratta di mettere pezze su un tessuto logoro. Si tratta invece di riscoprire la natura più intima di questa preziosa infrastruttura sociale, natura che oggi appare molto contraddittoria.

Mettere a tema il legame sociale cambia tutto.

Cambia la natura dei servizi che vengo offerti. Perché ciò che si mette in campo ha prima di tutto il compito di valorizzare il legame sociale. Non per ridurre i costi. Ma nella consapevolezza che senza questa dimensione diventa difficile qualunque protezione.

In secondo luogo, il legame sociale si porta dietro una questione di senso. Di senso della società nella quale viviamo, ma anche di senso della nostra vita. Perche senza questo presupposto il welfare è destinato a sfasciarsi, privo di radici, di significati, di emozioni.

Infine, sul piano politico ed economico, laddove una diversa idea di welfare e un tassello fondsmentale per ripensare la crescita economica e il consenso sociale.

E da questa prospettiva che i due autori arrivano ad offrire uno sguardo nuovo sui temi di cui si sente parlare tutti i giorni. Arrivando a fare proposte innovative.

È questo uno dei leitmotiv del libro: l'atteggiamento difensivo va abbandonato per abbracciare la prospettiva della innovazione. Istituzionale, prima di tutto: le forme che abbiamo ereditato non bastano più perché le nostre condizioni dI vita sono cambiate. E allora il welfare non può essere incapsulato nel suo, seppur glorioso, passato, ma va rilanciato coraggiosamente verso il futuro.

Culturale, poi. Perché solo mettendo in discussione l'etica individualista e consumerista sarà possibile un rilancio del welfare. Un obiettivo che può essere raggiunto se si svilupperà un nuovo modello nella direzione di quei beni comuni visti come un modo concreto per declinare il tema del legame sociale.

L'indicazione è dunque cogente: se, dicono i due autori, non vogliamo finire nelle mani di grandi interessi economici che vedono nella protezione un grande business del futuro, occorre un'idea di bene comune che produca beni comuni.

In un grande progetto di innovazione che solo in Europa, e in Italia in modo particolare, possiamo realizzare.

È questo perché solo nel vecchio continente abbiamo una eredità così preziosa. Che non va solo salvaguardata ma anche costantemente ripensata e ricostruita.

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