Journalist Somalia
Il caso

Migrazioni: il destino di tre giornalisti somali nelle mani dello Stato belga

2 Gennaio Gen 2016 1741 02 gennaio 2016
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La libertà di stampa non ha confine, ma il destino di giornalisti minacciati di morte sì. Per Mohamed Bashir Hashi, Ahmed Abdi Hassan e Mohamud Mohamed Dahir, giunti in Italia in giugno su invito della Federazione nazionale della stampa italiana e sbarcati in Belgio il 9 luglio scorso, questo destino è oggi in balia della Convenzione di Dublino.

I tre giornalisti sono originari della Somalia, paese afflitto da una guerra civile da ormai più di un ventennio e dove i media indipendenti sono soggetti ai metodi repressivi inflitti sia dagli estremisti islamici che dal governo. Mohamed Bashir Hashi (caporedattore) e Ahmed Abdi Hassan (giornalista) lavorano per Radio Shabelle, una delle emittenti radiofoniche più rispettate e martoriate del paese africano, mentre Mohamud Mohamed Dahir è il direttore di Sky FM. Oggi i primi due vivono nel centro della Croce Rossa a Natoye, in provincia di Namur, mentre Mohamed Dahir è stato accolto da un altro centro della Croce Rossa a Sint-Klaus, nelle Fiandre. Da quando sono arrivati in Belgio, i tre giornalisti si dicono terrorizzati all’idea di dover tornare in Italia, per paura di essere poi espulsi verso la Somalia, dove secondo loro li attende una morte sicura.

Il caso di Mohamed Bashir Hashi, la cui vicenda inizia nel 2014, è emblematico. Con la sguardo nervoso e la voce segnata dalla paura e dai ricordi dolorosi, Mohamed Bashir Hashi ricorda l’arresto, il finto processo, le torture e una condanna al carcere, il tutto per aver intervistato una giovane giornalista Fatima, che a 18 anni era stata violentata e filmata (messa quindi al “pubblico ludibrio”) da oscuri personaggi delle forze dell’ordine somale. “La cosa che più mi chiedevano – ha dichiarato a Vita.it durante il nostro incontro a Bruxelles - era “chi è che vi aiuta e chi sono i governi che vi sostengono per fare questo lavoro?”. Sono stato 21 giorni dentro, senza contatti con nessuno, al buio. Tutte le notti, sistematicamente, preso e torturato. Senza mangiare né bere, per i primi tre giorni e, dopo, un solo pasto al giorno. Non sapevo per quale motivo fossi lì e di cosa ero accusato. È venuto spesso il responsabile del tribunale, mi hanno chiesto se ero a conoscenza dei 7 capi di accusa, tra cui, attentato alla nazione, terrorismo. Ma io non c’entravo nulla e nulla sapevo. Dopo 21 giorni mi hanno portato nel carcere centrale con altri giornalisti e i veri terroristi. Sono stato sette mesi di detenzione preventiva senza processo. I miei avvocati sono stati minacciati e hanno detto loro di non difenderci perché venivo definito un terrorista. Alcuni dei nostri colleghi sono stati rilasciati con cauzione, ma noi siamo rimasti dentro. Una parte del governo federale, un ramo dei fratelli musulmani che gestisce anche il potere giudiziario, facevano pressioni”.

Non pensavo che anche all’estero avrei subito un tale livello di minacce.

Mohamed Bashir Hashi, giornalista di Radio Shabelle (Somalia)

La versione dei fatti raccontata da Mohamed Hashi è la stessa illustrata in giugno a Roma davanti a giornalisti in occasione di un corso di formazione sulle migrazioni. Ma con una differenza. Da allora, le minacce via Facebook si sono molteplicate. “Non pensavo che anche all’estero avrei subito un tale livello di minacce, che poi sono sempre le stesse: ‘Verrai ucciso non appena tornerai a Mogadiscio’. Sono molto preoccupato per le sorti di mia moglie e dei miei due figli, costretti a cambiare quasi ogni giorno domicilio”.

Ma c’è un’altra ‘minaccia’ che preoccupa Mohamed Bashir: la Convenzione di Dublino. Arrivato in Belgio il 9 luglio, la sua richiesta affinché la sua domanda di asilo politico venga trattata in Belgio anziché in Italia verrà discussa il prossimo 5 gennaio dall’amministrazione belga. “Tre possibilità si presentano a lui”, sostiene il suo avvocato, Alexander Loobuyck. “La prima è che lo Stato belga accetti di prendere in considerazione la sua richiesta di asilo; la seconda è che la rifiuti ordinando di mandarlo in un centro di rimpatrio volontario; la terza è la reclusione in un centro di retenzione per poi procedere a un rimpatrio forzato verso l’Italia”. Il giornalista di Radio Shabelle ha però le idee molto chiare. “Vorrei rimanere qui, ma c’è il rischio che venga espulso in Italia, il primo paese europeo in cui sono approdato dalla Somalia”.

Ma perché il giornalista di Radio Shabelle, così come i suoi due colleghi, preferiscono stare in Belgio piuttosto che in territorio italiano? Una prima risposta ce la da Shukri Said, giornalista somala che cura un blog dedicato alla Somalia su Repubblica.it, ma anche molto impegnata nel difendere i diritti dei rifugiati,. special modo somali. “Purtroppo l’Italia non è nelle condizioni di accogliere dei richiedenti asilo, soprattutto somali che spesso sono costretti a vivere in centri di accoglienza disumani, se non addirittura per strada”. E il problema non risale al 2015, dove lo sbarco di profughi sulle coste italiane ha battuto ogni record. Già nel 2010 aveva fatto scalpore lo scandalo di via dei villini, presso l’ex sede dell’Ambasciata diplomatica della Somalia in cui vivevano 140 rifugiati somali in condizioni che Repubblica definì “di degrado indescrivibili, senza corrente elettrica, con solo due bagni a disposizione, in un'atmosfera irrespirabile per la puzza, tra i topi che circolano in mezzo ai materassi umidi adagiati sui pavimenti”.

Purtroppo l’Italia non è nelle condizioni di accogliere dei richiedenti asilo, soprattutto somali che spesso sono costretti a vivere in centri di accoglienza disumani, se non addirittura per strada.

Shukri Said, giornalista e blogger somala

"La questione è molto semplice”, riassume Shukri Said. “Lo Stato italiano rispetta la sua stessa Costituzione che, nell'articolo 10, prevede l'accoglienza di chiunque abbia ragione di fuggire da guerre o discriminazioni etniche, politiche o religiose. Il fatto però è che, dopo l'accoglienza non c'è più altro. Si ottiene un pezzo di carta, dove c'è scritto che sei rifugiato, ma poi a voce ti dicono: 'adesso arrangiati'. E una sorte ancora peggiore viene riservata ai richiedenti asilo”. In altre parole, a volte è meglio richiedere asilo in un paese diverso dall’Italia. Lo aveva ricordato nel 2014 la Corte europea in un caso che riguardava una famiglia afghana a cui la Svizzera aveva ordinato l’espulsione in territorio italiano. "Non è infondato ritenere che i richiedenti asilo rinviati adesso in Italia da altri Paesi europei, in base al regolamento di Dublino, corrano il rischio di restare senza un luogo dove abitare o che siano alloggiati in strutture insalubri e dove si verificano episodi di violenza”, avevano sentenziato i giudici della Corte di Strasburgo per giustificare la loro condanna contro il governo svizzero (passata alla storia come sentenza Tarakehl).

Oggi la situazione non sembra essersi migliorarata. Anzi. In un rapporto pubblicato nel 2015 dall’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione con il supporto dell’Open Society Foundation, si legge che “per i richiedenti e i titolari di protezione che vengono rimandati in Italia in applicazione del Regolamento Dublino, l’Italia, infatti, non ha al momento alcun piano nazionale di distribuzione di coloro che vi vengono rimandati tra i vari centri di accoglienza presenti sul territorio”.

Per i richiedenti e i titolari di protezione che vengono rimandati in Italia in applicazione del Regolamento Dublino, l’Italia non ha al momento alcun piano nazionale di distribuzione di coloro che vi vengono rimandati tra i vari centri di accoglienza presenti sul territorio.

Rapporto dell'Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione

A corroborare questa tesi è la decisione clamorosa fatta alcuni giorni fa da Medici Senza Frontiere di lasciare il centro di prima accoglienza e soccorso di Pozzallo e chiudere il progetto di supporto psicologico nei Centri di Accoglienza Straordinaria della Provincia di Ragusa. “Nonostante le nostre richieste, le condizioni precarie e poco dignitose in cui vengono accolti migranti e rifugiati appena sbarcati - quali sovraffollamento, scarsa informazione legale e tutela dei diritti - rischiano di rimanere la realtà del futuro”, ha dichiarato Stefano di Carlo, capo missione dei 'Medici senza frontiere' in Italia. “In queste condizioni, la nostra capacità di offrire una risposta efficace ai bisogni medici e psicologici delle persone vulnerabili, come le donne gravide, i minori e le vittime di tortura, accolte nel centro di Pozzallo e nei centri di accoglienza di Ragusa è estremamente limitata”. Come se non bastasse, una lunga inchiesta del settimanale L’Espresso pubblicata nel gennaio di un anno fa illustrava come il sistema italiano di accoglienza ai profughi facesse acqua da tutte le parti e come scandalo legato a ‘Mafia Capitale” non fosse che la punta dell’iceberg.

Ma a rendere tormentate le notti di Mohamed Bashir Hashi e dei suoi colleghi non sono soltanto le pessime condizioni di accoglienza che l’Italia offre ai profughi. A Roma hanno sentito parlare del caso di Muxtar Ablyazov, un dissidente politico kazako ricercato dal regime del presidente Nazarbaev e le cui moglie e figlia furono arrestate nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2013, in una villetta nei pressi di Casal Palocco, nell'Agro Romano, da una squadra di agenti e funzionari in borghese della DIGOS e della Squadra mobile della Polizia di Roma, allertati da un'informativa dell'ambasciata del Kazakistan su una possibile presenza di Äblyazov in quel luogo. Nella più grande descrizione, le due donne furono espulse a bordo di un aereo privato messo a disposizione dal Kazhakistan e riportate in madrepatria. Il 18 luglio 2013 l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva condannato l'espulsione, spingendosi a riscontrare una similitudine con la pratica illegale della ‘extraordinary rendition’.

Questa fine, Mohamed Bashir Hashi, Ahmed Abdi Hassan e Mohamud Mohamed Dahir non la vogliono fare.