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Cooperazione internazionale

Agenzia per lo sviluppo: l’Italia al bivio

5 Gennaio Gen 2016 1032 05 gennaio 2016
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Sarà la nuova Agenzia per la cooperazione Internazionale in grado di essere lo strumento operativo voluto dal governo per dare risposte adeguate alle attuali emergenze politiche ed umanitarie? A questa domanda, Agostino Miozzo, ex numero uno della protezione civile europea, prova a dare una risposta.

Nel corso della mia esperienza europea, dove per quattro anni – fino al dicembre 2014 - ho ricoperto l’incarico di “Managing Director for Crisis Response” al Servizio Relazioni Esterne dell’UE, ho avuto la straordinaria opportunità di vivere in prima persona quelle che sono state comunemente definite le “primavere arabe”, proteste e rivolte di piazza che hanno cambiato la storia di alcuni dei paesi della sponda sud del mediterraneo.

Quel privilegiato osservatorio mi ha consentito di vedere con molta chiarezza i limiti e gli errori negli interventi della comunità internazionale. Errori che stiamo già pagando e che, in alcuni casi, sono stati il “trigger” della tragica evoluzione di eventi che, probabilmente, avrebbero avuto esiti differenti se la comunità internazionale fosse rimasta estranea a quelle proteste o se all’azione militare intrapresa avessimo dato seguiti differenti.

Non voglio ovviamente riaprire in questa sede un dibattito sulle responsabilità nella genesi del caos siriano e iracheno, della crescita del Daesh, della tragica confusione del panorama libico, ma ragionare in termini di iniziative necessarie e possibili oggi nello scenario nord africano. Confrontandomi col panorama internazionale e con le crisi che ci sono più “vicine” mi sorgono spontanee alcune domande:

• Siamo oggi in grado di dare risposte adeguate a tragedie per le quali abbiamo avuto nei mesi scorsi concreti segnali di gravità che ritengo essere solo i prodromi di una nuova ben più grave “tragedia annunciata”?

• Sarà la nuova Agenzia di Cooperazione Internazionale in grado di essere lo strumento operativo voluto dal Governo per dare risposte adeguate alle attuali emergenze che mai come oggi ci vedono, nostro malgrado, protagonisti attivi di quelle tragedie?

L'UE e la comunità Internazionale si stanno confrontando con crisi epocali in ordine sparso e con strumenti assolutamente inconsistenti, azzardando sperimentazioni di “aiuto” molto incerto.

Mi riferisco ad esempio agli inarrestabili flussi migratori che hanno visto le democrazie europee vacillare di fronte a qualche centinaio di migliaia di disperati in fuga dalle guerre e da morte certa.

Per il momento l’unico riscontro a queste domande è che l’Unione Europa e la comunità Internazionale tutta si stanno confrontando con queste crisi epocali in ordine sparso e con strumenti assolutamente inconsistenti, azzardando sperimentazioni di “aiuto” molto incerto e “peloso”, come quello pagato alla Turchia. L’Italia sembra molto attiva nelle dichiarazioni politiche, ma sul piano della risposta e degli strumenti che dovrebbero tradurre le dichiarazioni politiche in azione anche il nostro Paese da l’impressione di faticare a costruire un piano coerente ed efficace.

Nei Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente che resistono al fondamentalismo islamico sono ad esempio necessarie misure urgenti di sostegno al rafforzamento della sicurezza interna e dei confini, misure di ampliamento degli investimenti per lo sviluppo e mantenimento di settori economici strategici come ad esempio il turismo, ivi inclusa la protezione del patrimonio culturale, settori chiave per l’economia di alcuni dei paesi identificati anche nel piano triennale di cooperazione internazionale che il nostro Governo ha adottato quest’anno.

Ma le azioni di quel piano stentano a prendere forma solida e visibile, sia per mancanza di abitudine a ragionare nei termini di una cooperazione multilivello, multifattoriale, sia per mancanza di strumenti adatti ed esperienze riuscite, cui poter fare riferimento.

La stessa cosa la ritroviamo a livello europeo. Il fatto è grave, perché la scala dei problemi dell’area nord africana che vanno affrontati subito – per cercare almeno di recuperare un po’ del ritardo accumulato – è tale da richiedere la sinergia dei Paesi europei e l’interruzione della antica tradizione delle piccole azioni costruite da ogni Stato Membro su base bilaterale.

Poco conforta leggere che l’Unione Europea ha approvato “le prime 16 azioni del Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa (quello deciso a Valletta nel mese di novembre u. s.) del valore di quasi 300 milioni di €”.

Ammesso e non concesso che queste iniziative vedano una rapida esecuzione (avendo conosciuto i tempi della burocrazia europea nutro molti dubbi in proposito), trovo l’entità delle somme approvate assolutamente risibile, come risibile è anche, purtroppo, lo stanziamento di 1800 milioni di € per far fronte ad un fenomeno epocale, di dimensioni continentali, quale quello delle migrazioni dai paesi in guerra e dalla povertà assoluta.

Una delle mie più grandi frustrazioni all’indomani della caduta di Gheddafi fu quella di vedere un’Europa distratta nei confronti delle richieste del popolo che aveva sostenuto la lotta contro il dittatore, un popolo splendido che si rivolgeva ai paesi dell’Unione come punto di riferimento e modello.

Quando Gheddafi fu eliminato i libici ci chiesero di aiutarli a ricostruire il loro paese; lo urlavano con insistenza i giovani, le donne della piazza di Bengasi e di Tripoli, gli intellettuali, la gente comune.

Non chiedevano la carità, ben consapevoli di essere un paese potenzialmente ricco, dove per decenni la ricchezza era stata distratta e deviata dalla famiglia del dittatore. Sapevano benissimo che in quei mesi erano costretti ad invocare l’aiuto esterno, che sarebbe stato ripagato una volta ristabilito il controllo delle immense risorse congelate nelle banche di tutto il mondo.

L’Europa è stata sorda a quegli appelli ed invece di “inondare” la Libia di sociale, di volontariato, di cultura, di democrazia siamo stati capaci di stanziare pochi milioni di euro per improbabili programmi di riconciliazione, di emergenze umanitarie, di ricostruzione dell’esercito e della polizia, di controllo delle frontiere con non più di 100 esperti inviati dopo quasi due anni a difendere, alla fine, se stessi, poiché le condizioni di sicurezza nel paese erano precipitate.

Il vuoto lasciato dall’occidente fu rapidamente colmato da cospicui contributi di dittature del mondo arabo che hanno preparato il terreno per l’esplosione di conflitti tribali offrendo al Daesh un’opportunità straordinaria di arroccarsi in aree strategiche del paese.

Invece di essere attori, gli europei sono stati spettatori, salvo spaventarsi a morte quando si sono accorti che dalle aree della nostra assenza continuavano ad arrivare flussi crescenti di persone in fuga. Neanche tante in termini numerici e in rapporto alle tragedie da cui fuggono; secondo i recenti dati ufficiali si parla di un milione di profughi e migranti arrivati quest’anno in Europa, un continente che ha oltre 500 milioni di abitanti. Sufficienti a scatenare movimenti e forze politiche che fanno della paura, della chiusura, del rifiuto di chi arriva una bandiera seguita da troppi europei in tanti Paesi, generando fenomeni di intolleranza e di razzismo che francamente speravamo di non veder più risorgere con tanta violenza.

L’Italia ha dichiarato la propria intenzione di avete un ruolo guida nel processo di riapertura del confronto dei Paesi del Nord Africa per arrivare a costruire almeno le premesse di un ritorno a condizioni di vivibilità e di pace.

Mi piacerebbe molto vedere la nuova Agenzia per la cooperazione italiana disporre di adeguate risorse per dare risposte agli impegni che il Presidente Renzi e il Ministro Gentiloni hanno preso per il futuro della Libia.

Se riuscissimo ad imparare dagli errori del passato dovremmo immaginare oggi un’Italia che fa uno sforzo eccezionale (con il sostegno dell’Europa e delle UN ovviamente) nel sostenere i pur fragili accordi di pace siglati in Marocco, attraverso un’operazione di grande spessore di aiuto tecnico, umanitario, di sicurezza, militare.

Mi piacerebbe molto vedere la nuova Agenzia per la cooperazione italiana disporre di adeguate risorse per dare risposte agli impegni che il Presidente Renzi e il Ministro Gentiloni hanno preso per il futuro della Libia. Almeno, vorrei vederla tra i soggetti italiani alla testa di un vero e proprio Piano Marshall oggi per la Libia, e domani per la Tunisia e poi l’Egitto, la Siria e l’Iraq.

L’Italia deve essere in prima linea per convincere anche l’Europa.

Non siamo stati capaci di investire miliardi di marchi, sterline, franchi, lire all’indomani della caduta del muro di Berlino per facilitare l’ingresso di paesi dell’ex Unione Sovietica in Europa?

Se siamo stati capaci di questo perché non immaginare lo stesso sforzo per la sponda sud del Mediterraneo?

E’ importante capire fin dall’inizio che le risposte che la comunità internazionale dovrà dare nel sostenere il processo di pace della Libia non potranno essere delegate solo alla componente militare, ma dovranno vedere coinvolta tutta quella componente della società civile, dell’universo pubblico e privato, che già nel 2011 avrebbe dovuto essere attivato.

Mi piacerebbe molto vedere la nostra Agenzia di cooperazione leader, una volta che le condizioni di sicurezza lo consentiranno, di una vera “invasione di democrazia” in Libia.

Ma per fare questo è necessario organizzarsi, prepararsi, essere pronti per tempo. Occorre recuperare il tempo perso finora nella costruzione dell’Agenzia. Questo importante strumento della politica estera del nostro paese DEVE essere messo rapidamente in condizione di essere efficace ed efficiente per saper costruire un piano, saperlo gestire, saper innovare e fare da battistrada all’apporto di tutta la società italiana, di tutte le sue grandi capacità e competenze. Altrimenti - lasciatelo dire da uno che si considera un esperto di gestione delle crisi, per averne viste e affrontate tante - saremo sempre costretti a rincorrere le emergenze e non saremo mai in condizioni di anticiparle ne tantomeno di prevenirle.

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