Analisi

La società suicidogena

12 Gennaio Gen 2016 0847 12 gennaio 2016

Fortissime pressioni sociali spingono ed esortano i giovani verso la realizzazione individuale, la produttività, la flessibilità, la performance, l’attitudine strumentale e utilitaristica. Ma i giovani si scontrano ben presto con le condizioni strutturali che non permettono a tutti né di realizzare gli obiettivi sociali definiti su quelle basi, né di “esserne all’altezza”. Il senso del futuro, come promessa e progresso, si ribalta in minaccia, non in positiva inquietudine

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Ocean Suicide By The Cone
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Fortissime pressioni sociali spingono ed esortano i giovani verso la realizzazione individuale, la produttività, la flessibilità, la performance, l’attitudine strumentale e utilitaristica. Ma i giovani si scontrano ben presto con le condizioni strutturali che non permettono a tutti né di realizzare gli obiettivi sociali definiti su quelle basi, né di “esserne all’altezza”. Il senso del futuro, come promessa e progresso, si ribalta in minaccia, non in positiva inquietudine

Nel 1897 Émile Durkheim pubblicava Il suicidio in cui, per la prima volta, l’atto suicidario veniva messo in relazione a una serie di condizioni sociali da lui definite suicidogene.

Di conseguenza, la struttura dei valori, delle norme e delle relazioni alla base dell’integrazione e della solidarietà sociali costituiscono fattori che favoriscono o inibiscono la probabilità di commettere il suicidio.

Sebbene l’atto suicidario non possa essere inscatolato in una qualche dimensione univoca (psicologica, genetica, sociale) - talvolta vi è una prevalenza di una dimensione sulle altre, senza che queste possano essere escluse, altre volte vi è una combinazione micidiale dei fattori –, qui intendo dare evidenza ad alcune condizioni sociali correnti che producono tendenze suicidogene, in particolare tra i giovani.

Questa rifocalizzazione sulla dimensione sociale del suicidio ha lo scopo di evitare il riduzionismo individualizzante degli approcci psicologici e psichiatrici e del senso comune, senza voler cadere nel determinismo sociale.

Una società inquieta (e inquietante)

Le società sviluppate, nella loro fase attuale, sono caratterizzate da una serie di valori e norme sociali che favoriscono l’inquietudine. L’ampia libertà di scelta a fronte di un’amplissima "disponibilità di", e "accessibilità a", alternative, l’ethos individualistico, il declino delle fonti di autorità tradizionali, l’allentamento delle appartenenze e dei legami sociali, la stessa flessibilità lavorativa che non lega il lavoratore a un unico luogo di lavoro in cui si sviluppa tutta la sua carriera, la rapida dinamica del mutamento sociale, sono alcune delle condizioni che favoriscono e sollecitano la libertà di sperimentazione, di trasgressione creativa, di innovazione.

Tutte queste condizioni sono l’humus di cui si alimenta l’inquietudine, soprattutto quella dei giovani, “naturalmente” propensi e disposti a essa. Tuttavia, quelle stesse condizioni di inquietudine, spesso si rovesciano in condizioni inquietanti che generano disagio, disorientamento, incertezza e, non di rado, paura.

Vi è un concetto preciso che riassume questi stati: anomia. Il termine indica un allentamento delle norme, dei valori e dei legami solidaristici tale per cui gli individui sperimentano una mancanza di criteri di orientamento e di appigli sociali che producono uno smarrimento, quando non un’incapacità ad agire in maniera coerente e sensata.

Viene a crearsi così una situazione di dissonanza, o disequilibrio, tra l’individuo e il suo ambiente sociale di riferimento. L’anomia è, secondo Durkheim, un tratto caratteristico della società moderna, sebbene di grado variabile. Si può avere uno stato di anomia acuta a fronte di un improvviso cambiamento nelle condizioni sociali di vita, ma si può anche avere uno stato anomico cronico causato da mutameti continui nella struttura sociale e, quindi, nelle condizioni di esistenza. Quest’ultimo stato, sembra essere quello che caratterizza la fase attuale delle società sviluppate, caratterizzata da un paradosso che può essere colto attraverso un ossimoro: un’elevata strutturazione destrutturante.

Edouard Manet

"Il suicida" (1887-1881)

Anomia e suicidio

La tipologia del suicidio di Durkheim annovera quello che egli definì suicidio anomico, cioè quel suicidio che si verifica in concomitanza di uno stato di anomia che caratterizza la società e quindi l’agire dell’individuo, discussi sopra. Il concetto di anomia è stato successivamente ripreso e parzialmente rivisto da Merton, per il quale indica una situazione di contraddittorietà tra, da un lato, le aspettative, le mete e i mezzi per realizzarle socialmente definite come auspicabili e legittime e, dall’altro, le oggettive possibilità che gli individui hanno nel raggiungerle. Spesso e per molte persone, si viene a creare una disgiunzione strutturale tra quanto esse sono sollecitate a realizzare e quanto esse sono messe nelle condizioni di realizzarlo.

Oggi le pressioni sociali, soprattutto sui giovani (ma non solo), che spingono ed esortano verso la realizzazione individuale, la produttività, la flessibilità, la performance, l’attitudine strumentale e utilitaristica, si scontrano con le condizioni strutturali che non permettono a tutti né di realizzare gli obiettivi sociali definiti su quelle basi, né di “esserne all’altezza”. Il senso del futuro, come promessa e progresso, si ribalta in minaccia. Da questo contrasto sorgono negli individui sentimenti di precarietà, di insicurezza, di inadeguatezza, di fallimento personale.

Questo stato viene alimentato ed esacerbato dal fatto che le odierne società scaricano letteralmente sulle spalle degli individui i rischi e i problemi generati dal modo in cui esse funzionano, lasciandone ai singoli la risoluzione a livello individuale. I giovani possono facilmente perdersi in questa situazione anomica, perché la realtà diviene loro incomprensibile e minacciosa.

Di conseguenza, tutto ciò produce condizioni suicidogene. Non tutti sono abbastanza “forti”, “attrezzati”, all’”altezza” per reggere l’impatto di queste condizioni contraddittorie. Lo smarrimento si trasforma in ansia; l’ansia in timori; i timori in paure (di non aver prospettive, di non farcela, ecc.); le paure in quello che viene definito “disagio psichico” (ma che in realtà è un disagio sociale); e può capitare che togliersi la vita venga vista e vissuta come unca via di salvezza.

Prevenzione, che fare?

La prevenzione dei suicidi, soprattutto tra i giovani, continua oggi a trovare risposte di tipo psicologico e psichiatrico. Anche le occasioni formative/informative presso le scuole si inseriscono in questo tipo di intervento. Naturalmente ben vengano tali iniziative e tali risposte. Tuttavia, la risposta psicologico-psichiatrica continua a inserirsi in una logica di trattamento individualizzato volto a risolvere il problema a livello individuale.

Appurato che una parte significativa del fenomeno-suicidio abbia un fondamento nelle condizioni sociali, va da sé che le soluzioni individualizzate non risolvono da sole il problema. Si deve intervenire sulle cause sociali che producono le tendenze suicidogne. Si tratta cioè di rivolgere gli sforzi collettivi verso un cambiamento del modo in cui le nostre società sono organizzate, dei valori e delle norme su cui si reggono, delle aspettative (contraddittorie) che rivolgono ai loro membri. Non è cosa facile ma, diversamente, tutte le altre iniziative tagliate prevalentemente sull’individuo non potranno risolvere il problema.

L'autore

Massimiliano Vaira è professore associato di Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro presso l’Università degli Studi di Pavia dove insegna Organizzazione e Governance dei Sistemi di Istruzione e Sociologia. È membro del Centro Interdipartimentale di Ricerche e Studi sui Sistemi di Istruzione Superiore (CIR-SIS) della stessa Università e del Consortium of Higher Education Researchers (CHER). Questo testo è apparso sul bimestrale "La Civetta"( ottobre-novembre 2015) del Circolo degli Inquieti.

Immagine di copertina: Ocean Suicide by The Cone

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