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Magatti: «Dov’è la nostra coscienza di fronte ai bimbi affogati in mare?»

22 Gennaio Gen 2016 1842 22 gennaio 2016
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Venti bambini sono morti oggi nel Mediterraneo. La strage degli innocenti che scappano cercando la salvezza in Europa continua ad essere un’emergenza senza risposta. Ma per il sociologo Mauro Magatti «ognuno deve interrogarsi personalmente per uscire dall’indifferenza»

Magattipost

Mauro Magatti

Un barcone si è rovesciato al largo dell'isola di Farmakonissi, l'altro davanti all'isola di Kalolimnos. Così si consuma l’ennesima strage del mare. Il bilancio parla di venti bambini affogati. E quello che con le immagini di Aylan non doveva più succedere si rivela essere diventata ormai una macabra quotidianità. Ma oggi lo sdegno sembra sopito. Ne abbiamo parato con il sociologo Mauro Magatti.

Cosa si può dire di fronte a quello che è successo? Chi è il responsabile?
L’unica cosa che mi sento di dire è: dove finisce la mia coscienza?

Risponde a una domanda con una domanda?
Si perché non ha senso parlare di altri. Ognuno deve parlare per sé, a sé. Poi si possono fare discorsi politici ma è da tanti mesi, forse anni, che si fanno. Di fronte all’ennesimo fatto di questa natura e portata credo che la dimensione più rilevante sia quella dell’interpellanza morale e del fatto che come spettatori inerti ignoriamo ormai da molto tempo questi fatti.

E qual è il punto di questa domanda?
Il punto è cosa rimarrà della mia coscienza dopo questi fatti. Una sorta di prova generale rispetto al fatto che la crudeltà alla fine è diventata un fatto della vita. Come dice Papa Francesco ci stiamo abituando all’indifferenza. Quindi l’unica domanda è da farsi è: cosa rimane della mia coscienza?

E la sua risposta qual è?
La cosa importante non sono le risposte ma che ognuno si ponga questa domanda. Ogni cittadino europeo se la ponga in una serata invernale come questa, con il freddo che fa. Ognuno di noi si chieda da dove viene questo nostro vuoto, lo scollamento che viviamo tra realtà e coscienza. Dobbiamo porci questa domanda e lasciarla risuonare nelle nostre ferite.

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