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Stepchild adoption, «si tratta solo di riconoscere legami che già esistono»

22 Gennaio Gen 2016 0720 22 gennaio 2016

Continuano le interviste per capire meglio i termini del dibattito sul ddl Cirinnà e la stepchild adoption. Luciano Spina è magistrato della Corte d’Appello di Brescia, direttore della rivista “MinoriGiustizia" e già presidente dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia (AIMMF)

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Bambini Minori Famiglia George Frey:Getty Images
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Continuano le interviste per capire meglio i termini del dibattito sul ddl Cirinnà e la stepchild adoption. Luciano Spina è magistrato della Corte d’Appello di Brescia, direttore della rivista “MinoriGiustizia" e già presidente dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia (AIMMF)

Luciano Spina è magistrato della Corte d’Appello di Brescia, direttore della rivista “MinoriGiustizia” dal 2015 e già presidente dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia (AIMMF). Anche a lui abbiamo chiesto un confronto per capire meglio i termini del dibattito sul ddl Cirinnà e la stepchild adoption.

Facciamo un passo indietro: cosa le sembra che non si dica o che vada detto nel dibattito in atto?

Come giudici minorili e come rivista trattiamo da diversi anni delle diverse forme di genitorialità. Sono situazioni che nella pratica arrivano all’attenzione della magistratura e dei servizi da diversi anni, direi che è solo il legislatore che fatica a riconoscere questo tipo di relazioni. Dall’esperienza sia dei magistrati sia degli operatori dei servizi possiamo dire che di bambini figli di famiglie per così dire “diverse” ce ne sono e ce ne sono tanti. Questo è il dato di partenza. Mi pare di poter dire anche che c’è stata finora poca sensibilità politica nel dare riconoscimento giuridico e certezze a questi bambini, che spesso si trovano in situazioni di “limbo”: l’esempio più banale è quello dei diritti ereditari, se non c’è riconoscimento da parte dell’altro partner, questo bambino perde dei diritti. Parliamo - lo voglio sottolineare - da situazioni in cui quest’altra persona, questo “genitore sociale” ha un ruolo importante: è una cosa che avviene spesso. È un discorso che non ha nulla a che vedere con l’aprire le adozioni a coppie omosessuali, stiamo parlando di riconoscere legami che già esistono. Il timore che eventualmente si può avere nell’aprire l’adozione agli omosessuali non può andare a scapito di bambini di coppie che già vivono una relazione e sono in famiglie di questo tipo.

Alcuni esperti sottolineano il fatto che si tratta di adozioni in casi particolari e non di adozioni piene: perché questo dovrebbe destare meno preoccupazioni?

Appunto perché parliamo di bambini che già vivono immersi in una relazioni, in una famiglia, non di una coppia omosessuale che adotta un bambino estraneo alla coppia. C’è un dato di realtà di cui tenere conto.

In Italia esistono già casi in cui è stata autorizzata l’adozione del figlio naturale del compagno o della compagna, all’interno di coppie omosessuali. Il Tribunale di Roma, con Melita Cavallo, ne ha fatte 14. È così? Si può (già) fare?

Ci sono in realtà vari filoni attivati, quello di Roma è uno, che lavora sull’articolo 44 d) della legge 184. Altri Tribunali hanno fatto scelte differenti. Ad esempio la Corte d’Appello di Torino nel 2014 ha dichiarato la trascrizione in Italia dell’atto di nascita di un bambino nato in Spagna, per il quale in Spagna era stata riconosciuta l’adozione. Un caso analogo si è verificato a Bologna nel 2013 e sicuramente ce ne sono molti altri che non hanno fatto notizia. Non dico che capiti quotidianamente ma molto spesso l’autorità giudiziaria è investita della richiesta di regolarizzare queste situazioni.

«Si fa già»: quindi? Per alcuni questo «si fa già» suggerirebbe che non è il caso di avere troppa paura, per altri significa al contrario che non serve una legge ad hoc. Lei cosa pensa?

Io non posso dire al legislatore cosa dovrebbe fare, dico però che fino ad oggi stiamo parlando di soluzioni fatte per in via interpretativa della norma, non sempre sono così scontate e pacifiche all’interno dei tribunali. Il filone avviato da Roma ad esempio non è stato ripreso da altri tribunali, che a me consti. Quindi oggi la regolarizzazione delle situazioni è possibile in via interpretativa, mentre introducendo una modifica normativa ovviamente la si renderebbe stabile, non discrezionale. Quella attuale è comunque una forma di supplenza rispetto al potere legislativo, quindi auspico che un intervento normativo si sia, per dare chiarezza alle situazioni esistenti. Sì, penso sia opportuno.

Sul tavolo ci sono diverse proposte e altre stanno arrivando in queste ore. Qual è la proposta che più tutela i minori?

Non mi esprimo, il legislatore può trovare mille soluzioni. Questa proposta dall’articolo 5 del ddl, la stepchild adoption, mi sembra lineare ed evita di creare altri istituti giuridici che possono non dare questo riconoscimento in maniera piena.

Ritiene più opportuno, come chiesto da più parti, stralciare il tema per affrontarlo all’interno di una revisione della legge 184?

Ma questa è già una modifica della 184, cosa cambierebbe nel rinviare la questione?

È vero che non vi sarebbe automatismo dinanzi alla domanda di adozione? Quali elementi valutano i tribunali quando si trovassero di fronte a una tale domanda?

Certo, rimane la valutazione da parte dei Tribunali, non si tocca l’art 44. Il giudice “può disporre” l’adozione, non “deve”. Le garantisco che si fa un’indagine approfondita per valutare la relazione fra il minorenne e chi chiede l’adozione, quale sia l’interesse del minore. Lo si fa ordinariamente per la richiesta di adozione del figlio del coniuge, in coppie eterosessuali, figuriamoci se non lo si farà in questi nuovi casi.

In molti hanno il timore che in questo modo si “legittimano” pratiche come la maternità surrogata. C’è un legame?

Fermo restando la discrezionalità del legislatore, a mio parere sono piani diversi, che non dovrebbero essere sovrapposti. Fra l’altro il discorso della maternità surrogata riguarda anche - forse soprattutto - coppie eterosessuali, sui cui figli nessuno dice nulla.

AIMMF ha preso posizione in questo dibattito?

No, al nostro interno ci sono punti di vista diversi. Posso solo dire che il numero in uscita della rivista, curato dalla professoressa Joëlle Long dell’Università di Torino, tratterà in maniera approfondita tutti i temi di giustizia minorile all’attenzione del Parlamento in questo momento, fra cui anche il disegno di legge Cirinnà.

Foto George Frey/Getty Images

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