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Il caso

Apolidi, in Italia ne sono riconosciuti 606. Ma sono 15mila

26 Gennaio Gen 2016 1740 26 gennaio 2016
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Il Cir, Consiglio italiano per i rifugiati, lancia una campagna diretta per far emergere un fenomeno che "nega alla persona la possibilità di studiare, sposarsi, lavorare, avere documenti e diritti". Il disegno di legge sull'apolidia è fermo dopo la presentazione della Commissione diritti umani del Senato

Ci sono 15mila persone che vivono in Italia ma non hanno la possibilità di studiare, di sposarsi, di lavorare, di avere dei documenti, dei diritti: la loro condizione si chiama apolidia, e riguarda almeno 600mila persone in tutta Europa. Persone apolidi, che hanno perso o non hanno mai avuto la cittadinanza del loro Paese di origine. Un non-status che può diventare una condanna in un paese come l’Italia, dove il loro riconoscimento è praticamente impossibile a causa di procedure praticamente inaccessibili: solo 606 persone, a oggi, hanno uno status di apolidia certificato. Gli altri sono totalmente invisibili.

Per gettare luce sulla condizione degli apolidi, il Cir, Consiglio Italiano per i Rifugiati mette in atto il progetto Listening to the sun, realizzato con il sostegno della Open Society Foundations in Italia. L’obiettivo? Promuovere una campagna di sensibilizzazione sulle difficoltà che incontrano le persone apolidi nella vita quotidiana, causate dall’impossibilità pratica di accedere a un riconoscimento legale della propria condizione. La campagna, chiamata #NonEsisto, viene lanciata giovedì 28 gennaio 2016 e parte dalle storie di chi vive la condizione di apolide sulla propria pelle e su quella dei propri figli. Si basa sull’idea di esistenza negata agli apolidi, laddove la loro condizione non viene riconosciuta e con essa tutti i loro diritti e le loro opportunità. Per dirlo con le parole del signor Halilovic: “Sono apolide, anzi neanche apolide. Sono invisibile, perché ancora non ho il riconoscimento dello stato di apolidia. Valgo zero”.

“L’apolidia è in sé una condizione estremamente complessa e dolorosa, perché presuppone l’inesistenza, la negazione del legame più importante che unisce un individuo al suo Stato: la cittadinanza. Ma questa condizione può divenire addirittura drammatica se non riconosciamo a queste persone identità e diritti”, spiega Fiorella Rathaus, direttore del Cir. “Tutti gli esseri umani hanno diritto ad avere una nazionalità, e coloro che ne sono sprovvisti hanno comunque diritto ad una protezione adeguata. Per questo motivo, con questa campagna vogliamo creare una sensibilità sul tema che possa favorire in Italia l’introduzione della legge sull’Apolidia, uno strumento normativo che possa garantire una procedura chiara, facilmente accessibile e fruibile per tutti coloro che hanno diritto a chiedere il riconoscimento di apolidia, e che includa una regolamentazione dei diritti della persona, durante l’iter e dopo l’eventuale riconoscimento”.

L’apolidia è una condizione che si tramanda per generazioni e a pagarne le conseguenze sono spesso i bambini: molti figli nati in Italia da famiglie sfollate dalla ex Jugoslavia hanno ereditato la condizione di apolidia dai loro genitori o si sono ritrovati con una nazionalità incerta. Rappresentano la seconda o terza generazione e, per varie cause, non hanno avuto accesso a uno status riconosciuto. A causa di questa condizione di sostanziale irregolarità non possono neanche ottenere la cittadinanza italiana: la loro esclusione dai diritti di cittadinanza è un dramma sociale e un problema giuridico rilevantissimo, su cui abbiamo la possibilità e il dovere di intervenire. Un rischio che potrebbero correre anche i rifugiati che stanno arrivando in Italia e in Europa e che ci pone di fronte alla sfida di individuare e prevenire possibili situazioni di apolidia tra i bambini che non hanno potuto ottenere la cittadinanza dei propri genitori o del proprio paese di provenienza. Questo può succedere ad esempio nel caso dei figli nati da madri siriane rimaste sole, che non possono trasmettere la cittadinanza ai loro figli a causa della legge siriana che lo permette solamente ai padri.

Il 25 novembre 2015 la Commissione diritti umani del Senato in collaborazione con il Cir e l’Unhcr, l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati ha presentato il Disegno di legge sul riconoscimento dello status di apolide. “L’adozione di una legge organica garantirebbe una procedura semplice e accessibile per il riconoscimento dello status di apolidia, facilitando quindi l’identificazione delle persone apolidi presenti in Italia e assicurando loro il godimento dei diritti fondamentali e una vita dignitosa”.

Photo credits: Denis Bosnic