Povertà

Senza una infrastruttura però i poveri ricadranno nell'assistenzialismo

29 Gennaio Gen 2016 1317 29 gennaio 2016

Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan, giudica positivamente il ddl di delega. Anche se per realizzare una misura che sia davvero un livello essenziale delle prestazioni ci vorranno anni. Le risorse? Potrebbero bastare quelle derivanti dalla riorganizzazione delle prestazioni assistenziali e previdenziali. La vera sfida però è creare un'infrastruttura professionale per gestire l'aiuto

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Homeless Povertà FRANCOIS NASCIMBENI:AFP:Getty Images
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Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan, giudica positivamente il ddl di delega. Anche se per realizzare una misura che sia davvero un livello essenziale delle prestazioni ci vorranno anni. Le risorse? Potrebbero bastare quelle derivanti dalla riorganizzazione delle prestazioni assistenziali e previdenziali. La vera sfida però è creare un'infrastruttura professionale per gestire l'aiuto

«Anno nuovo, welfare nuovo?», si chiedeva Tiziano Vecchiato nella sua rubrica Welfarismi sul numero di Vita di gennaio. «La prima sorpresa potrebbe venire dal piano di lotta alla povertà. Speriamo vada “piano”, non nasca prestazionistico, senza visione strategica, dopo anni di misure e non di lotta alla povertà». Al direttore della Fondazione Zancan abbiamo quindi chiesto un primo giudizio sulla misura nazionale contro la povertà presentata ieri dal Governo all’interno del ddl delega.

Tiziano Vecchiato

Che giudizio possiamo dare, in attesa di vedere il testo?

È una scelta ben configurata sulla carta, supera il primo esame, ovviamente bisognerà vedere come cambierà nella discussione parlamentare e come verranno scritti i decreti. La prima cosa che sottolineerei è che c’è una visione strategica.

Poi?

Che si crea una misura nazionale, tecnicamente rafforzata dal dire che sarà un livello essenziale delle prestazioni: poi non sarà così, nel senso che vedremo quanti anni serviranno perché questa misura diventi veramente un livello essenziale delle prestazioni, tuttavia è un buon inizio. Infine il fatto che la misura non sarà permanente.

Quali punti critici vede invece?

Il ministro Poletti parla di una infrastruttura organizzativa: finalmente si è compreso che per contrastare la povertà serve una infrastruttura professionale, non burocratica, professionisti che incontrino le persone, le guardino in faccia, individuino con loro cosa fare, condividano le responsabilità… professionisti che non si limitino a controllare burocraticamente che le carte presentate vadano bene. Senza questa infrastruttura il progetto personalizzato di cui Poletti parla sarà un pezzo di carta con su scritto progetto personalizzato, ma non avrà nulla di personalizzato né di progettuale, l’abbiamo già visto con le sperimentazioni delle nuove e vecchie social card.

Cosa manca allora a infrastruttura?

I soldi. Poletti dice che va costruita, ma per farlo ci vogliono i miliardi, bisogna dotare i territori di personale. Questa è la sfida, insieme al passaggio dalla gestione burocratica dell’aiuto a una gestione professionale. Nelle regioni in cui è stato istituito un reddito di cittadinanza sta accadendo che i beneficiari del reddito sono meno attivi di chi non ha alcun aiuto, e questo è un campanello d’allarme fortissimo.

Come diceva anche lei all’inizio, si parla di una misura nazionale riconosciuta come LEP, ma si sa già che non potrà raggiungere tutti i poveri, perché i soldi stanziati sono al momento quelli della legge di stabilità 2016. L’estensione graduale cioè è demandata alle risorse che potranno essere recuperate tramite la razionalizzazione delle prestazioni assistenziali e previdenziali. È sufficiente?

Credo sia la scelta giusta, almeno facciamo un tentativo. Potrebbero esserci delle sorprese. L’Inps ha fatto un miniesperimento con il reddito garantito agli ultra 55enni, eliminando le 8 misure di aiuto e riassorbendo le risorse in un’unica misura, i dati sono interessanti. Il discorso è che si riorganizzano le misure frammentate, a Milano ne abbiamo contate 65, e si mettono tutte dentro una unica misura, bonificando anche gli aiuti che oggi vengono dati a chi non ne avrebbe bisogno. Non sono così pessimista, lavorando sulla sola integrazione al minimo delle pensioni si potrebbero avere 2 miliardi. Al limite dovremmo aggiungere i fondi necessari per remunerare l’infrastruttura.

Il ministro Poletti ha chiaramente escluso da questo riordino le prestazioni legate alla disabilità. È una buona scelta?

Diciamo che è un compromesso, un comprensibile atteggiamento di prudenza politica, che rimanda a un altro momento il tema della equità distributiva all’interno del sottogruppo delle persone con disabilità.

Foto FRANCOIS NASCIMBENI/AFP/Getty Images

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