Scuola

Inclusione scolastica dei bambini ciechi, a Brescia un modello per l'Italia

30 Gennaio Gen 2016 1622 30 gennaio 2016

Si chiama Centro per l'integrazione scolastica dei ragazzi non vedenti, è una realtà pubblica ed è l'unica in Italia a fornire agli alunni non vedenti l'educatore tiflologico. Il sottosegretario Davide Faraone l'ha visitato e lo ha indicato come buona pratica da replicare

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Si chiama Centro per l'integrazione scolastica dei ragazzi non vedenti, è una realtà pubblica ed è l'unica in Italia a fornire agli alunni non vedenti l'educatore tiflologico. Il sottosegretario Davide Faraone l'ha visitato e lo ha indicato come buona pratica da replicare

Il 28 gennaio il sottosegretario Davide Faraone ha visitato il Centro per l'integrazione scolastica ragazzi non vedenti di Brescia e la scuola di Roncadelle, con cui il Centro collabora.

Si tratta di una associazione nata nel 1995 (ma ereditando l'attività svolta in precedenza dal "Consorzio per il funzionamento di una scuola per non vedenti") costituita e sostenuta da Provincia di Brescia e Comune di Brescia, con l’obiettivo di «garantire un servizio educativo agli alunni con deficit visivo inseriti nelle scuole di ogni ordine e grado». Un servizio pubblico quindi, che non ha “gemelli” in nessun’altra realtà italiana. Un modello possibile, che possa rispondere alle falle che ancora oggi esistono nella realtà quando si parla di inclusione scolastica degli alunni con disabilità? Un’alternativa possibile al ritorno alle scuole speciali o specialistiche?

Il sottosegretario ha visitato prima la scuola di Roncadelle e poi il Centro, invitato dal Centro stesso e dall’associazione Bambini in Braille per «far conoscere con quali modalità e con quali risultati il Centro Non Vedenti abbia saputo dare risposta i bisogni educativi speciali degli studenti con deficit visivo». Il Centro è l’unico in Italia a garantire l’intervento diretto, all’interno delle scuole, dell’educatore tiflologico – non riconosciuto dallo stato italiano – che fa da “mediatore” fra il bambino e le insegnanti che non conoscono le metodologie da applicare: questi educatori adattano in maneira del tutto personalizzata, in base alle abilità del ragazzo, la programmazione scolastica, attraverso schede tattili, materiale sensoriale e laboratori inclusivi. Un esempio di integrazione scolastica dei bambini non vedenti e ipovedenti, da proporre a tutta l’Italia, con una «metodologia volta al superamento dell’approccio specialistico in favore di quello sistemico», attraverso cui gli alunni con disabilità visiva riescono a «seguire i programmi ministeriali perfettamente in linea con i loro compagni».

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«Vogliamo che questo centro venga conosciuto a livello nazionale per far sì che le sue potenzialità incredibili possano essere replicate in tutta l'Italia. Esistono tanti centri tiflologici ma nessuno con effetti così positivi nella inclusione scolastica», ha detto Piera Sciacca, presidente dell’Associazione Bambini in Braille e mamma di una bambina ipovedente.

«Ho visitato una scuola in cui funziona concretamente l'inclusione scolastica», ha detto il sottosegretario Davide Faraone: «Ogni tanto nelle l’inclusione scuole rimane sulla carta, perché mancano risorse e figure. Questo invece è un modello che funziona e funziona per l'intera provincia di Brescia: dovremmo riuscire a far sì che questo modello entri nell'albo delle buone pratiche del Paese, dobbiamo farlo diventare un centro strumentale per la formazione. Nella legge 107 abbiamo introdotto tanti strumenti, l'aggiornamento degli insegnanti, la delega sul sostegno e sulla formazione iniziale... questo centro può diventare luogo in cui si formino gli insegnanti. Molto dipende anche da voi: aggrediamo la questione e costruiamo insieme questo percorso. Facciamo che questa esperienza venga diffusa a livello nazionale. Annulliamo la parola ipocrisia dal vocabolario dell'inclusione. Abbiamo eliminato le classi speciali, dobbiamo eliminare le sacche residue di ipocrisia che rimangono quando i bambini, a volte, finiscono nei corridoi perché non si sa come gestirli. La cosa importante è fare rete: scuola, associazioni, famiglie, territori».

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