Fondazione Arché

Gli adolescenti del 2016 non sanno cos'è l'hiv

4 Febbraio Feb 2016 1307 04 febbraio 2016

Lo riferiscono gli operatori di Arché, che a San Benedetto del Tronto lavorano a un progetto di prevenzione con i ragazzi delle scuole medie

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Lo riferiscono gli operatori di Arché, che a San Benedetto del Tronto lavorano a un progetto di prevenzione con i ragazzi delle scuole medie

Fra gli adolescenti del 2016, qualcuno non sa nemmeno cosa sia l’Aids. Qualcun altro pensa che non sia una malattia così pericolosa, perché «tanto non si muore più». Altri pensano che «ce l’ha chi si droga». A raccontare i luoghi comuni degli adolescenti sull’Hiv sono gli operatori di Fondazione Arché che, insieme alla dottoressa Sefora Castelletti, infettivologa agli Ospedali Riuniti di Ancona, hanno avviato dal 2013 il progetto “Ujana. Educare alla salute in adolescenza”. Si tratta di un progetto di prevenzione per l’individuazione precoce e il supporto del disagio giovanile realizzato grazie a Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno (Carisap) per educare alla salute in adolescenza, che ha coinvolto finora più di 200 adolescenti e di cui proprio oggi è in corso un momento. Gli operatori questa mattina sono con i ragazzi della scuola secondaria di primo grado Sacconi dell’ISC Nord di San Benedetto del Tronto, ma il ciclo di incontri proseguirà per tutto l’anno, una volta al mese.

Ujana è il nome di un progetto parallelo di Arché nato per i bambini delle scuole primarie in Kenya. Insieme agli operatori di Arché, i ragazzi si confrontano su loro stessi: sui loro pregi e difetti, su come ognuno vive i successi e su come affronta gli insuccessi, su come si trasformano le relazioni con i familiari o gli amici. Si parla di bullismo e di comportamenti a rischio. È in quest’ottica che sono nati gli appuntamenti con l’infettivologa Castelletti, per affrontare il tema dell’Hiv.

«Negli incontri precedenti, i ragazzi si sono dimostrati entusiasti e collaborativi – ha raccontato la referente di Ujana per Arché, Ilaria Quondamatteo - prima di tutto parliamo di quali sono i comportamenti pericolosi. Per esempio ci siamo inventati il gioco del semaforo: sono loro stessi a enunciare con un cartello rosso, giallo e verde le situazioni o i comportamenti a rischio. Sono loro a ragionarci e poi ci confrontiamo insieme. In questo contesto, si inserisce il confronto sull’Hiv».

«Molti adolescenti sono convinti che l’Hiv non sia pericoloso – commenta la dott.ssa Castelletti – il pensiero che fanno è: tanto non si muore più, tanto ci si cura, tanto se uno ce l’ha sicuramente si vede, e comunque ce l’ha chi si droga. Io spiego loro che non è così: è vero che di Hiv non si muore, ma neanche si guarisce. È una malattia cronica che va curata tutta la vita, e che può causare altre patologie più importanti. Inoltre chi ha l’Hiv non ha segni visibili. Con i ragazzi parliamo liberamente di sessualità e di comportamenti rischiosi, ma facciamo anche prevenzione, parliamo di come avere comportamenti consapevoli e responsabili e parliamo del fatto che non bisogna discriminare chi è sieropositivo».

«L’obiettivo principale del progetto Ujana – spiega padre Giuseppe Bettoni, Fondatore di Arché Onlus – è quello di individuare preventivamente ogni forma di disagio nella delicata età dell’adolescenza. Riteniamo quindi che coltivare un percorso di confronto e conoscenza di sé all’interno della scuola, unitamente al lavoro in rete con gli altri attori sociali, sia fondamentale. Si previene il disagio e si crea anche coesione nella comunità».

Foto ARIS MESSINIS/AFP/GettyImages

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