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Derivati di merce umana: dentro il business della maternità surrogata

5 Febbraio Feb 2016 1109 05 febbraio 2016
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"Utero in affitto", "maternità surrogata", "figli di secondo livello". Se le parole sono sintomi, mai come in questo caso i sintomi indicano che la malattia è profonda. Talmente profonda da avere intaccato la capacità critica di intellettuali e decisori politici che a sinistra, non meno che a destra si comportano come se la realtà fosse un talk show. Ma dietro la maschera dei "diritti", nichilismo giuridico e bio-business si danno la mano e ci spingono nel vuoto.

Quando, sul finire degli anni ’80, la giurista israeliana Carmel Shalev presentò al pubblico una sua disamina degli argomenti “pro” e “contro” (soprattutto “pro”, va detto) il libero mercato della riproduzione («a free market in reproduction»), i tempi per l’avvento del business globale, integrale e diffuso della maternità surrogata in cui oggi ci troviamo, volenti o no, implicati sembravano molto in là da venire.

Se i figli diventano oggetto di consumo

La questione della surrogacy, negli anni Novanta, aveva attirato l’attenzione delle corti di giustizia, ma sia le tecniche, sia il “mercato” di queste tecniche erano in una fase molto diversa, quasi inerziale rispetto a quella odierna e, facilmente, venivano derubricati al ruolo di eccezioni.

Il discorso sul corpo delle madri, inoltre, era ancora molto incentrato sull’aspetto dei diritti e spesso prescindeva da quei rapporti di forza che in un mercato giocano la loro parte, ma in un “mercato” come questo giocano spesso la parte decisiva.

Col senno di poi, va detto che tutti hanno sottovalutato l’improvvisa accelerazione che, di lì a poco, avrebbe interessato questa specifica branca del biobusiness lasciandoci, a fasi alterne, o senza armi (critiche) o senza parole.

Partendo da una posizione liberale, in Birth power. The case for surrogacy [Yale University Press, New Haven 1989] Shalev parlava senza mezze misure di una «tirannia della procreazione» che aveva in qualche modo contrassegnato la storia occidentale della maternità e proponeva – partendo da un’ottica cara a certo femminismo liberal – un contrattualismo che avesse quale scopo far emergere i “nuovi diritti” legati alla maternità surrogata, sottraendoli - così sosteneva la giurista dell’Università di Haifa - alla tratta delle mafie e alle economie grigie.

Anche Shalev, pur trovandosi su posizioni in linea di teoria favorevoli alla maternità surrogata, ha però sottovalutato l’accelerazione del biobusiness e il duro impatto di quelle teorie con il reale e oggi si trova a dover ammettere che le cose hanno assunto una brutta piega. Il controllo della maternità – come aveva ben inteso Pietro Barcellona - non rappresenta infatti un’evoluzione della libertà delle donne, ma al contrario incrementa l’uso del corpo delle donne in termini finanziari e «risulta ascrivibile alla categoria della mercificazione della vita».

Un corpo considerato come divisibile e alienabile in tutte le sue parti e, di conseguenza, pienamente mercificabile anche nei suoi “prodotti derivati”. È su questo equivoco che si regge gran parte del problema.

Nel settembre del 2014, in un’importante intervista concessa a BioEdge, Shalev ha così osservato che la maternità surrogata commerciale, consentita in molti Stati, ha finito per avere come prodotto di vendita – acquisto-consumo “i bambini” e proprio questo mercato dei bambini e delle madri surrogate costituisce oggi una delle più grandi emergenze sul piano globale. Il biobusiness opera infatti “piazzando” i propri prodotti – in questo caso: i bambini - e si serve delle madri surrogate come parte di questo processo che mira a estrarre valore economico dalle nascite.

Il mercato c’è, la domanda anche, l’offerta è possibile. Si tratta di piegare i sistemi giuridici al dispositivo di questa domanda e di questa offerta.

L’impressione è che per disarticolare il dispositivo della maternità surrogata, sottraendolo a pregiudizi che ne farebbero il campo di battaglia per “diritti” di tutt’altro genere e di tutt’altra natura occorra andare nel concreto. Solo lì le cose possono mostrarsi per quelle che sono.

Il salto logico da un discorso che impatta su dinamiche molto concrete – la maternità e il biobusiness – a livelli molto differenti tra loro, che richiedono differenti livelli di critica (dalla questione del gender in poi), è ciò che si aspettano e più di tutto auspicano proprio gli assertori – non generiche “lobby”, ma concretissimi centri di interesse finanziario - del biobusiness.

Neutralizzare l’affettività

Partiamo da una definizione minima:

la maternità surrogata è la pratica attraverso la quale, su commissione di un singolo o di una coppia etero o omosessuale, attraverso l’intermediazione di agenzie transnazionali, una donna si impegna a portare a termine una gravidanza fino al momento del parto.

Fino al momento del parto significa: fino a quando, reciso il cordone ombelicale, il figlio verrà affidato ai committenti. La fecondazione può essere effettuata con seme e ovuli della coppia committente o di donatori e donatrici estranei tanto alla coppia, quanto alla madre surrogata. (Ovviamente, nella maternità surrogata commerciale quei committenti sono, manifestamente, acquirenti).

In una recente intervista, il filosofo francese Michel Onfray, noto per posizioni anarchiche e atee, ma anche per un impegno molto forte nella critica al sistema di mercato che si disvela nella surrogacy, ha ricordato che i progetti di legge sulla maternità surrogata ignorano l’affettività, il sentimento, la costruzione della personalità e della soggettività del bambino a partire dall’ambiente che lo vuole e lo costituisce. Per questi progetti noi, tutti noi siamo solo un ammasso di cellule e dna ricoperto da abiti lussuosi e narcotizzato da buone intenzioni. A spaventare è, quindi, proprio la visione alla base di questi progetti.

In questo senso, avverte Onfray, «la maternità surrogata, di cui Pierre Bergé [il compagno di Yves Saint-Laurent, ndr] è il “pensatore” si racchiude nella definizione riduttiva di “utero in affitto”, come se stessimo parlando della cassiera di un supermercato che « “affitta” la sua forza lavoro per un salario! La definizione si muove nella stessa linea di pensiero. Non c’è modo migliore per trasformare in merce tanto il corpo della donna, quanto la vita del bambino. Senza parlare dello sperma e dell’ovulo dei genitori, assimilati a bulloni e viti di una macchina senz’anima. Ma qui, abbiamo a che fare con il vivente e il vivente non è una merce, non è un prodotto monetizzabile».

Le cifre del mercato

Oggi, il fronte della maternità surrogata commerciale (commercial surrogacy) si è rapidamente esteso e questa pratica è legalmente possibile in molti Stati, ma le aree principali di questo business rimangono:

  • Canada
  • Stati Uniti (in otto Stati)
  • India [vietata alle sole coppie omosessuali e a coppie provenienti da Paesi in cui la pratica non è ammessa]
  • Ucraina

Il prezzo medio di una maternità commerciale ha picchi diversi, a seconda del “prodotto” che si commissiona e la “monetarizzazione del vivente” è un processo già in atto. Ecco alcune cifre medie per una maternità surrogata commerciale;

  • Negli USA si spendono in media 89mila euro
  • In Ucraina si spendono in media 43mila euro
  • In India si spendono in media 42mila euro

Va detto prezzo di una maternità surrogata commerciale in Ucraina può scendere anche a 5-8mila euro,…

Al problema si aggiunge così un altro problema, quello dei figli su commissione in Paesi dove le banche genetiche sono all’ordine del giorno. Alcuni “cataloghi” permettono di scegliere il corredo genetico – colore degli occhi, capelli, etc. – del nascituro. Il punto non è solo la gestional surrogacy, quindi, ma anche la cosiddetta third-party reproduction, dove madre e padre legalmente riconosciuti non entrano mai in gioco coi loro corpi e il loro corredo genetici e l’alterità del figlio è integrale.

In Italia la legge 40/2004 esclude esplicitamente il ricorso alla surrogazione di maternità. Non così accade in otto Stati degli Usa, dove vigendo lo ius soli il bambino acquista anche cittadinanza al momento della nascita, cosa che rende particolarmente ambita – e costosa – la surrogazione.

Ogni anno, si stima che circa 4000 coppie italiane si rivolgano a centri ucraini, soprattutto dopo le restrizioni della legge indiana (oltre, si sospetta, per questioni di colore della pelle…).

In Ucraina, i costi per una maternità surrogata commerciale sono anche 100 volte inferiori rispetto a quelli statunitensi. Oggi, una maternità surrogata in Ucraina può partire da un minimo di 6000 euro. Nulla, rispetto ai costi americani e al rischio di parti plurigemellari. Negli Stati Uniti si può arrivare anche 600mila euro.

Una rapida occhiata su internet svelerà la presenza, con siti tradotti e centralini multilingua, di cliniche low cost che operano in tal senso con pacchetti “tutto compreso”, dal taxi alle analisi all’interpretariato. Le autorità ucraine, inoltre, registrano facilmente i nuovi nati, cosa che ha fatto sorgere il sospetto che, in molti casi, si tratti di adozioni mascherate.

La maternità surrogata commerciale nel mondo

Outsourcing biopolitico

Oggi, il problema appare in tutta la sua evidenza in quella che più che surrogazione, dovremmo chiamare “esternalizzazione di maternità” o outsourcing pregnancy di tipo commerciale.

Quello dell’outsourcing pregnancy è un mercato non solo ad altissimo rischio per i diritti elementari dell’uomo, ma è un rigged market, ovvero un mercato truccato dove la stessa logica liberal-individualista e contrattualista rivela che il proprio portato simbolico è arrivato al fine corsa, a tutto vantaggio di meri rapporti di forza che presto o tardi non avranno imbarazzo a rivelarsi come tali.

Diventa molto interessante comprendere che, in molti formulari statunitensi (ovviamente quelli tipizzati dagli studi legali non sono pubblici), là dove costi, “prestazioni” e aspettative dei committenti sono ovviamente molto alte in conformità con la classe sociale di provenienza, i rapporti vengono regolati minuziosamente Non c’è particolare che sfugga: dall’alimentazione alla musica da ascoltare durante la gestazione, dall’eventualità di un aborto alla malnutrizione, dalla morte dei genitori committenti al divieto di fumare, bere, assumere sostanze da parte della madre surrogata, dal caso di una depressione improvvisa della madre a quello della nascita di un figlio con malformazioni o presunte disabilità relazionali.

Ci sono anche clausole che permettono l'uscita dal contratto, da parte dei committenti, salvo il pagamento di una penale. Resta il fatto che una serie clausole vessatorie per la madre surrogata permette di “ricusare” il figlio, qualora non conforme alle aspettative della committenza.

A proposito di “rischi”, in un formulario standard di agreement leggiamo che i rischi del parto sono interamente a carico della madre surrogata, che dichiara di aver compreso le condizioni contrattuali. Questo, ovviamente, non esclude penali economiche a carico della madre surrogata che, in questo caso, si troverebbe a precipitare in una spirale di indebitamento senza fine, considerando che le “donatrici” sono solitamente donne in difficoltà o studentesse indebitate per i loro corsi all’università.

Penali ancora più pesanti sono previste nel caso di rottura del patto di riservatezza che mira a tutelare l’identità dei committenti e impedisce alla madre di dare o cercare informazioni tramite media o altri mezzi (compresa l’investigazione privata), nel caso volesse mettersi sulle tracce del figlio naturale. Si tratta di una gabbia giuridica difficilmente aggirabile, che pone in capo alla madre surrogata una serie di vincoli che, là dove non vi sia sfruttamento a monte (come nei casi di Thailandia e India, Paesi scossi da scandali in tal senso), getta un’ombra oscura sulla logica stessa che presiede questo outsourcing di maternità.

Quello della “nascita per contratto”, che negli anni Novanta si presentava a molte femministe come «a free market in reproduction», un mercato libero della riproduzione che avrebbe assicurato alle donne più potere sul proprio corpo e, di conseguenza, un peso specifico maggiore nelle società democratiche, si è rivelata una pessima utopia. Prenderne atto è necessario, per fare fronte comune, come una mercificazione del vivente che – non c’è da dubitarne – non si fermerà certamente qui. Amore

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