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Il dibattito

Nuovo Servizio Civile, più potere alle Regioni? Non è la strada giusta

12 Febbraio Feb 2016 1214 12 febbraio 2016
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Michelangelo Chiurchiù, presidente del Cesc Project, risponde al post di Claudio Di Blasi, presidente di Associazione Mosaico, secondo cui "per il modello organizzativo da mettere in campo, per gli obiettivi che ci si pone, occorre una realtà istituzionale di dimensionamento ampio, anche se legata al territorio… come ad esempio la Regione"

Analisi ineccepibile quella contenuta nell’articolo di Di Blasi su “Vita”: “Sceglimi… Un’isola che non c’è”. Ineccepibile e lucidissima. Chi opera nel mondo del servizio civile si riconoscerà nei tanti episodi che costellano l’esperienza quotidiana del rapporto con i giovani, nei volti di ragazze e ragazzi che, sfrontati o titubanti, faticano a scrivere la domanda, inzeppano le motivazioni di errori di ortografia, rimangono increduli davanti alla domanda del perché il servizio civile, perché il progetto e, più drammaticamente, del come immaginare un proprio futuro. La proposta per superare il gap e venire incontro alla necessità di una “educazione alla cittadinanza ora mancante” affidando un “nuovo servizio civile” alla Regione ci pare però insufficiente per affrontare la sfida di aiutare i giovani a costruire il proprio futuro.

Non saremo noi ad affondare tentativi d’impegno serio da parte di Enti locali e pezzi dello Stato nei confronti della popolazione giovanile: solo non crediamo sia questa la strada per avviare un cambiamento così radicale. Il cambiamento che tutti vogliono e che necessariamente dovrà coinvolgere i giovani come futuri protagonisti della società di domani, non può essere avviato e proposto solo attraverso misure di carattere legislativo o politico. La politica risponde alle esigenze del “hic et nunc (del qui ed ora); la legge è “esterna” e non garantisce a sufficienza l’interiorizzazione delle ragioni per i cambiamenti. Ai mali “radicali” che tutti ormai vedono nella nostra società italiana – ma occidentale in generale – si può offrire una risposta attraverso un cambiamento antropologico.

Un’antropologia che offra il senso, l’orientamento delle proprie scelte, la capacità di operare scelte etiche. Il cambiamento può essere innescato dalla formazione o meglio da una “strategia educativa” ripensando in profondità il nostro modello educativo e ri-progettando una strategia educativa adeguata. I venti anni precedenti a questo (almeno venti, se non di più) hanno visto il trionfo di un cultura dell’io, del proprio interesse prima di quello della collettività, del disprezzo di una etica della responsabilità: abbiamo formato ottimi consumatori e pessimi cittadini. Quello che constatiamo attraverso il piccolo e significativo segmento del servizio civile temiamo sia una condizione generalizzata dell’universo giovanile in Italia se non nel mondo occidentale: una incapacità a vivere in modo adeguato in una società complessa e soprattutto incapacità a progettare un futuro della nostra società che non sia improntato al meccanismo dell’uomo lupo per l’altro uomo.

La cittadinanza e i valori per esercitare i propri diritti-doveri di cittadini si apprendono.

Se le agenzie che tradizionalmente si fanno carico di questa proposta – la scuola, le associazioni, le chiese, le famiglie e il mondo degli adulti nell’insieme – hanno abdicato nel tempo alla funzione di costruttori dei futuri cittadini, per cederla al “mercato” e alle “liturgie” di cui si appropria - l’industria dei media - occorre ripartire da zero.

Ripartire con chi e da chi? Cominciare con i bambini, ripartire dai ragazzi. Non sembri una soluzione troppo radicale o utopica: essa è appena appena adeguata alla sconcertante evidenza che emerge dalla relazione con il mondo giovanile. E aggiungeremmo: cominciamo in fretta.

Come? Il primo passaggio è anzitutto chiamare per nome quella che identificheremmo come una vera e propria emergenza: emergenza educativa.

Nel tempo abbiamo imparato a considerare emergenze quella ambientale, quella criminale, quella della legalità. Ebbene, ad essere più coerenti, sarebbe logico considerare l’ educativa come primordiale e ad esse antecedente.

Occorre poi costruire un percorso nel quale tutte le “agenzie” suddette si sforzino di avviare la ricerca di una base valoriale “minima” e comune: il rispetto dell’altro, la capacità relazionale, la tolleranza, il senso di responsabilità il senso di appartenenza ad una comunità, il senso civico inteso come la consapevolezza dei propri doveri all’interno della rete di cittadinanza...

Non sembri utopico pensare ad un gruppo di lavoro presso lo stesso Dipartimento della Gioventù e del Servizio civile con la partecipazione di rappresentanti qualificati delle “agenzie educative”, degli uffici regionali del servizio civile e coordinato dallo stesso Dipartimento della Gioventù, che elabori un documento-base .

I primi esiti di un simile percorso dovrebbero poi trovare spazio nei futuri programmi scolastici, nei programmi annuali delle associazioni giovanili o dei percorsi proposti all’interno delle realtà ecclesiali per bambini e giovani.

La sperimentazione dell’alternanza scuola-lavoro con percorsi progettati dalle Istituzioni scolastiche in accordo con associazioni di rappresentanza, camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, o con gli enti pubblici e del terzo settore, ci sembra vada già in questa direzione.

È vero, il discorso si fa ampio, complesso, irriducibile ad un articolo su una rivista, che pure, ha avuto e ha il merito di confrontarsi con questi temi. La situazione emergenziale dovrebbe suggerire queste e ben più ampie iniziative, se davvero siamo convinti che la posta in gioco è il futuro della nostra società e, non sembri troppo retorico, della nostra civiltà occidentale.

Ma potremmo continuare la riflessione assumendo la nostra esperienza di Enti di servizio civile, già da ora, come laboratori in cui attivare questo percorso di ricerca con tutte le altre agenzie che lavorano fianco a fianco sui nostri territori e, più in generale, a livello nazionale.

Iniziamo presto, per favore, per non venir meno al compito storico che la nostra condizione e la nostra coscienza ormai ci impongono.

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