Credito

Riforma Bcc, attenzione a non cancellare un modello

15 Febbraio Feb 2016 1511 15 febbraio 2016

«Ci vorrà molto giudizio e misura per evitare di cancellare quella autonomia, senza la quale il sistema del credito cooperativo diventerebbe una Banca qualsiasi. In quest’ultimo caso, l’Italia – con l’editto sulle dieci Popolari e questa riforma delle Bcc – sarebbe l’unico tra i grandi Paesi europei ad aver quasi cancellato il credito cooperativo e popolare dal proprio suolo». Intervista all'economista Giovanni Ferri

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«Ci vorrà molto giudizio e misura per evitare di cancellare quella autonomia, senza la quale il sistema del credito cooperativo diventerebbe una Banca qualsiasi. In quest’ultimo caso, l’Italia – con l’editto sulle dieci Popolari e questa riforma delle Bcc – sarebbe l’unico tra i grandi Paesi europei ad aver quasi cancellato il credito cooperativo e popolare dal proprio suolo». Intervista all'economista Giovanni Ferri

Sulla riforma delle Bcc, approvato con decreto legge dal Consiglio dei Ministri, Vita.it ha sentito uno dei maggiori esperti in Italia: Giovanni Ferri, prorettore e docente di economia della Lumsa, ex World Bank, studioso delle banche di territorio. Considerato uno dei massimi esperti del credito cooperativo a livello internazionale

Il sistema delle Bcc ha dato prova di essere affidabile durante il lungo periodo di recessione. Ma allora a cosa serve la riforma?
Negli anni successivi allo scoppio della crisi finanziaria del 2008, mentre gran parte delle banche medio-grandi riducevano i loro prestiti, le Bcc – assieme alle Popolari – hanno continuato a dar credito a famiglie e piccole imprese. Nessuno si aspettava che la crisi economica italiana sarebbe stata così lunga (sette anni) e così profonda (dieci punti di Pil perduti). Ma oggi molti di quei crediti, che hanno dato ossigeno alle comunità locali evitando ulteriori fallimenti d’impresa e licenziamenti di lavoratori, si sono trasformati in sofferenze. Cioè crediti dal difficile recupero, Non Performing Loans – NPL per dirla all’inglese, che pongono due problemi. Su ambedue la riforma dovrebbe migliorare la situazione. Primo, la montagna di NPL necessita di essere smaltita, anche attraverso vendite o forme di cartolarizzazione, processi certamente gestibili meglio da una Capogruppo che non dalle singole Bcc. Secondo, l’emergere di quegli NPL impone presso molte Bcc la raccolta di nuovi capitali per rispettare i requisiti di patrimonializzazione minima. Anche in questo caso, contribuisce a risolvere il problema la possibilità di accedere al mercato dei capitali attraverso la Capogruppo che, in quanto S.p.A., può raccogliere capitali anche da non soci.

Giovanni Ferri

Per motivi che sarebbe lungo spiegare, il sistema delle Bcc è l’unica rete nazionale di credito mutualistico (di tutte quelle che conosco in Europa e nel mondo) ove le singole “consorelle” si fanno concorrenza tra loro

Per il governo il processo di riordino delle oltre 370 Bcc italiane è un passo necessario per rendere il sistema bancario più resistente agli shock economici, mettere i singoli istituti nelle condizioni di finanziare adeguatamente l’economia reale e quindi favorire la crescita e l’occupazione. È davvero così?
Una premessa. Renzi in conferenza stampa ha detto che l’Italia è, in Europa, il Paese che ha il numero massimo di banche. Ebbene, in Italia ce ne sono circa 600 ma in Germania ce ne sono tre volte tante (basta visitare il sito dell’EBA: https://eportal.eba.europa.eu). Un anno fa, al tempo del decreto sulle dieci più grandi Popolari, sostenne che in Italia c’era poco credito perché c’erano troppi banchieri. Ma se il premieri si è ritrovato a governare un Paese messo male ma non del tutto in ginocchio deve ringraziare anche quei tanti banchieri del territorio che, in una fase di grandissima difficoltà, hanno adempiuto la loro missione di sostenere l’economia locale, dando credito ed evitando il peggio. Ciò detto, è comunque vero che l’intervento andava fatto per garantire la funzionalità del sistema del credito cooperativo e, dunque, consentire alle Bcc di continuare ad alimentare l’economia reale.

La riforma mira alla creazione di una holding unica con poteri più o meno stringenti a seconda del grado di rischiosità delle singole banche. Quali potrebbero essere le conseguenze di un approccio così dirigista, come qualcuno l'ha definito?
Come ho detto, la Capogruppo unica – a parte il problema delle Bcc dell’Alto Adige per cui mi pare si ponga un problema – ha senso per risolvere più agevolmente la questione degli NPL e accedere più facilmente al mercato dei capitali. Vi è un altro punto importante. Per motivi che sarebbe lungo spiegare, il sistema delle Bcc è l’unica rete nazionale di credito mutualistico (di tutte quelle che conosco in Europa e nel mondo) ove le singole “consorelle” si fanno concorrenza tra loro. Il caso è unico perché se si appartiene a un sistema bancario mutualistico e si condividono strutture centrali che forniscono servizi non producibili economicamente al livello della singola banca, la logica vorrebbe – come si fa altrove – che poi nessuna Bcc andasse a far concorrenza a un’altra Bcc. Presumo che questa anomalia verrà risolta con l’unica Capogruppo di tutte le Bcc. Restano però un problema e un punto interrogativo. Il problema è il trattamento delle Bcc che non volessero aderire, l’opting out si potrebbe dire. Ebbene le clausole sull’opting out previste dal decreto sono decisamente sproporzionate, al limite del vessatorio. Infatti, l’opting out può essere esercitato solo da Bcc che abbiano almeno 200 milioni di riserve, un po’ tanto se si considera che fino a ieri bastavano 2 milioni per costituire una nuova Bcc. Inoltre, per le Bcc che decidessero l’opting out è prevista la trasformazione forzata in S.p.A. con il versamento del 20% di tasse, in barba al principio – di rilevanza costituzionale – dell’indivisibilità totale delle riserve e impedendo pure la possibilità di trasformazione in Banca Popolare. Insomma, una forzatura istituzionale dietro l’altra che darà da scrivere a generazioni di esperti ma che oggi lede a fondo il principio di sussidiarietà nel settore del credito. Più ancora preoccupa l’interrogativo. Vale a dire, sotto la Capogruppo riusciranno le Bcc a mantenere una reale autonomia e, dunque, a giocare un ruolo vitale per il loro territorio? Oppure diverranno “sportelli qualunque” di una Banca unica? Non credo che il legislatore e le altre autorità coinvolte possano prescrivere i dettagli di quella che sarà l’applicazione sul campo. Ci vorrà molto giudizio e misura per evitare di cancellare quella autonomia, senza la quale il sistema del credito cooperativo diventerebbe una Banca qualsiasi. In quest’ultimo caso, l’Italia – con l’editto sulle dieci Popolari e questa riforma delle Bcc – sarebbe l’unico tra i grandi Paesi europei ad aver quasi cancellato il credito cooperativo e popolare dal proprio suolo. Nell’economia che più dipende dalle piccole imprese e, dunque, dalla capacità di finanziarle – specie con le banche del territorio – sarebbe davvero un bel risultato! O, per dirla all’inglese, what a wonderful achievement, Mr. Renzi!

Come cambierà il rapporto delle Bcc con il territorio e le comunità locali?
Credo di aver già risposto nella sostanza. Aggiungo però una chiosa. La vulgata viaggia contro le banche del territorio. Basti pensare a quanto i media espongono le proteste dei, giustamente arrabbiati, risparmiatori che avevano acquistato le obbligazioni subordinate delle quattro banche “risolte” (ora si dice così) a novembre scorso, che comunque non sono Bcc. Quei risparmiatori meritano grande rispetto: in molti casi hanno perso i risparmi di una vita. Tuttavia, la risposta affrettata che troppo spesso viene messa loro in bocca dagli intervistatori è una semplificazione sconcertante. Si sente dire che a far fallire le quattro banche sono state le malversazioni dei loro vertici. È facile rispondere identificando il cattivo, come nei vecchi film Western. Ma la realtà non è questa. Per quanto si vadano a sommare le spese pazze e i prestiti agli amici di quegli amministratori, che vanno comunque sanzionati, non si riuscirà a scalare se non i primi due o tre gradini di quella scala di almeno cento gradini che porta in cima alla montagna di NPL che ha fatto fallire quelle banche. Bisogna guardare la realtà. Limitandoci alla Banca dell’Etruria, quella su cui si sono puntati di più i riflettori, occorre rilevare che gran parte delle fortune di Arezzo le aveva fatte il distretto dell’oro che però negli anni recenti ha subito un grave arretramento, perdendo quasi il 20% delle imprese e degli occupati. E analoghe storie si potrebbero raccontare per le altre tre banche risolte. Insomma, è la montagna degli NPL, non il topolino delle malversazioni dei dirigenti. Ma, tornando a quanto dicevo sopra, le banche del territorio in difficoltà sono entrate in crisi proprio perché avevano fatto credito al proprio territorio e quando quel territorio fallisce, è pressoché inevitabile, trascinerà con sé la propria banca.

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