Il contributo

Dsa, una categoria di bambini che va "riempita"?

23 Febbraio Feb 2016 0956 23 febbraio 2016

Un terapista ci scrive: i disturbi specifici dell'apprendimento sono in crescita esponenziale. Ma si tratta di quadri complessi da affrontare, per i cui soli test non bastano. Occorre valutarli in modo interdisciplinare con la collaborazione di scuola e famiglia, che hanno anche alcune responsabilità. Altrimenti si creano categorie con paletti rigidi, e chi non li rispetta è "fuori"

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Disgrafia
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Un terapista ci scrive: i disturbi specifici dell'apprendimento sono in crescita esponenziale. Ma si tratta di quadri complessi da affrontare, per i cui soli test non bastano. Occorre valutarli in modo interdisciplinare con la collaborazione di scuola e famiglia, che hanno anche alcune responsabilità. Altrimenti si creano categorie con paletti rigidi, e chi non li rispetta è "fuori"

L'articolo “Cosa c’è dietro il boom dei disturbi dell’apprendimento?” apparso sul numero di gennaio di Vita dovrebbe indurre una riflessione approfondita su un fenomeno che senza ombra di dubbio si è dilatato considerevolmente e non dovrebbe essere liquidato in uno scontro tra ‘favorevoli e contrari’. Propongo, quindi, in merito al contenuto dell’articolo, un contributo che deriva dalla mia posizione professionale.

I test non dicono tutto
Essendo un Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva quotidianamente lavoro con bambini con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), in particolare con bambini disgrafici, cioè bambini con una difficoltà esecutivo-motoria nei processi di scrittura o “disturbo della grafia (intesa come abilità grafo-motoria)” [Consensus Conference 2011] che rende la scrittura illeggibile o particolarmente lenta senza che necessariamente siano intaccate negativamente altre sfere dell’apprendimento e/o dello sviluppo. Anche i bambini disgrafici con i quali lavoro da 40 anni, e che non sono certo una nuova categoria nosografica per chi svolge la mia professione, sono notevolmente aumentati in questi ultimi anni e aumenti così consistenti non possono essere liquidati con superficiali motivazioni. I test, standardizzati e scientificamente validi, non possono per loro natura affermare tutto, non esprimono la complessità evolutiva del bambino e dovrebbero sempre essere posti a confronto con altre indagini, con altre valutazioni.

Un disturbo raramente isolato
“Una caratteristica rilevante nei DSA è la comorbilità” [Consensus Conference 2011] con altri disturbi neuropsicologici e/o psicopatologici, cioè l’associabilità del DSA con disturbi della sfera dell’attenzione, della concentrazione, della memoria e/o con disturbi delle relazioni e dei rapporti con i coetanei e con gli adulti. E’ difficile, infatti, che il DSA nell’infanzia si presenti isolato, e nel caso delle disgrafie, uno dei disturbi per il quale il Terapista possiede gli strumenti specifici per la valutazione e l’intervento, si accompagna spessissimo con altri disturbi del movimento [Wille 1996 “La terapia psicomotoria dei Disturbi Minori del Movimento”; Wille-Ambrosini 2005 “Manuale di terapia psicomotoria dell’età evolutiva”]. Tali disturbi possono essere a carico della coordinazione motoria (bambini impacciati, goffi, scoordinati nell’esercizio delle attività motorie) e delle disprassie (bambini in difficoltà nell’uso manuale degli oggetti della quotidianità come ordinare il proprio zainetto scolastico, come vestirsi posizionando correttamente gli indumenti in rapporto al proprio corpo oppure svestirsi posizionando in modo funzionale le mani e il corpo per togliere il capo di abbigliamento). Possono poi essere associate alla disgrafia altre difficoltà percettivo-visive, come per esempio il rilevare i corretti rapporti spaziali tra figure per trasferirli poi sul quaderno, l’impaginare con correttezza numeri e grafici sui quaderni di matematica e, ancora, debolezze più o meno marcate nella sfera emotivo-affettiva: bambini che si oppongono con facilità alle indicazioni che ricevono, che evitano l’impegno al primo ostacolo, che fanno fatica a rispettare le regole di base comportamentali della classe, bambini i cui genitori si trovano a loro volta in difficoltà nella loro gestione.

La tastiera non basta
Quindi, quadri complessi da affrontare e valutare in un discorso interdisciplinare da cui non dovrebbe essere esclusa la scuola, che a sua volta ha alcune responsabilità. Ad esempio - sempre per la scrittura - si assiste a un duplice fenomeno, quello della diminuita funzione scolastica di apprendimento grafico e di un ormai pressoché inesistente discorso preventivo sul disturbo grafo-motorio e prassico-costruttivo nella scuola dell’infanzia, per cui si diagnostica in assenza di un corretto apprendimento in contrasto con le stesse indicazioni della Consensus1, e quello della deviazione dei processi di apprendimento grafico alle prime difficoltà che il bambino incontra (l’indicazione, la troviamo ormai in parecchi scritti, certificazioni, diagnosi che si occupano di DSA, è quella di indirizzare il bambino verso il carattere stampato maiuscolo o verso l’uso della tastiera). Né l’uno, né l’altro, il carattere da utilizzare o lo strumento, sono risolutivi in assenza di una indagine che sappia spiegare i motivi alla base della difficoltà. E’ indubbio, poi, che l’ulteriore discorso da affrontare che evito in questa sede per non ampliare ulteriormente il discorso, sarebbe quello del rapporto tra apprendimenti e strumenti tecnologici anche alla luce di interessanti studi sull’argomento.

No alla eccessiva medicalizzazione
Infine, la famiglia, la cui posizione razionale e lo stato emotivo nei confronti delle difficoltà del figlio dovrebbe essere parte integrante del discorso diagnostico. Ci troviamo, quindi, di fronte a una categoria diagnostica, i DSA, che ha proposizioni diverse rispetto al passato e che si pone in modo diverso rispetto alla sanità, alla scuola e anche alla società. E una categoria diagnostica va ‘riempita’, ma in tale processo vi sono alcuni rischi che non limitano affatto il valore della sua creazione e diversa configurazione rispetto al passato, ma operano come agenti di una modificazione di sguardo dove le istituzioni sanitarie, scolastiche ed educative si stanno medicalizzando sempre più imponendo un percorso normalizzante entro cui il bambino o riesce a stare secondo parametri di riferimento o ‘è fuori’, immesso e immerso in una categoria di appartenenza. In tal modo, però, si perdono le capacità di discriminare e di valorizzare le diverse sfumature dell’infanzia all’interno di un discorso normativo che appiattisce.

* L'autore è Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva presso il Centro RTP di Milano e docente a contratto nel Corso di Laurea in Terapia della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva dell'Università degli Studi di Milano

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