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Educatori, con la nuova legge ci vorrà la laurea

9 Marzo Mar 2016 1151 09 marzo 2016
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Al rush finale, in Commissione Cultura della Camera, la proposta di legge che per la prima volta disciplina la professione dell'educatore, cercando di risolvere le ambiguità date dall'avere due percorsi universitari per un unico lavoro. «Un riconoscimento per loro e una tutela in più contro i possibili maltrattamenti di cui leggiamo nelle cronache», dice la relatrice Santerini

Sapevate che in Italia chiunque può qualificarsi come educatore, anche senza esserlo? E che paradossalmente si può fare questo delicato lavoro anche senza aver fatto un percorso formativo adeguato? E questo benché in Italia di percorsi universitari che formano gli educatori ne esistano addirittura due, uno sotto la facoltà di Scienze dell’educazione e della formazione (classe L-19) e uno sotto la facoltà di Medicina (classe L-SNT-2).

Ora una proposta di legge disciplina per la prima volta le professioni di educatore (e di pedagogista), con l’obiettivo di dare il giusto riconoscimento a chi svolge questa delicata professione – si parla di almeno 100mila educatori che operano in Italia – e di dirimere le ambiguità esistenti a causa del doppio binario che esiste nella loro formazione. Per la proposta di legge – nata da due testi originari, presentati da Vanna Iori e Paola Binetti - questi sono i giorni decisivi. Milena Santerini (Demos-CD) ne è la relatrice in Commissione VII della Camera e la sua speranza, tanto è l’accordo sul tema fra tutti i gruppi, è che si possa concludere tutto per via legislativa, senza passare dall’Aula.

«Gli educatori sono professionisti quasi invisibili, ma fondamentali», spiega Santerini. Introdurre per la prima volta l’obbligo della laurea «ovviamente non esclude che possano anche in futuro verificarsi casi di maltrattamento delle persone fragili, loro affidate, però è un tassello importante. Chi intraprendere questi corsi di laurea ha una vocazione al sociale e comunque anche durante la formazione si osserva il comportamento delle persone, basti pensare al tirocinio», spiega Santerini.

Il punto caldo della questione è il fatto, piuttosto anomalo, che esistano due percorsi e due nomi per una sola professione, quella appunto di educatore. Oggi abbiamo gli “educatori” che escono dai corsi di Scienze della formazione e dell’educazione e gli “educatori professionali” che escono invece dalle aule di Medicina, con una formazione più indirizzata sugli aspetti sanitari. La legge cosa propone?

«Innanzitutto due nuovi nomi, perché oggi sembra che chi esce da medicina sia più qualificato. Si tratta allora di ridefinire le due figure e dare a ciascuna un preciso ambito di azione», spiega Santerini. «Non tocchiamo i percorsi formativi, che nella loro differenza sono entrambi molto validi». L’educatore L19, ora semplicemente educatore (provengono da questo percorso circa l’80% degli educatori), si chiamerà “educatore professionale” e opererà d’ora in avanti nei servizi e nei presidi socio-educativi, socio-assistenziali e socio-sanitari. Si occuperanno cioè di ambito scolastico, educativo, genitorialità e famiglia, integrazione degli stranieri, sportivo e motorio… Dieci sono gli ambiti previsti dalla legge e 14 i servizi in cui potranno esercitare la loro attività professionale, dai servizi educativi 0-6 anni ai servizi geriatrici, dai servizi per le dipendenze a quelli per la disabilità. Quello che oggi si chiama educatore professionale, che ha alle spalle una formazione più di taglio sanitario, si chiamerà educatore professionale sanitario e opererà nei servizi e nei presidi sanitari nonché nei servizi e nei presidi socio-sanitari. In sostanza, spiega Santerini, «ciascuna figura opera esclusivamente nel campo più consono alla sua formazione, e entrambi sul socio-sanitario».

Lo scenario che si disegna è abbastanza simile a quello che già vige in Lombardia, dove da anni entrambe le figure lavorano sul sociosanitario, in particolare all’interno di RSA, RSD e hospice. Proprio su un caso lombardo, di recente, si è espresso anche il Consiglio di Stato, che con la sentenza n. 03602/2015 ha stabilito che per lavorare nei Centri diurni disabili (CDD) gli educatori non devono necessariamente avere il titolo di laurea rilasciato dalla facoltà di medicina (classe SNT2), facendo un’affermazione forte sul piano culturale: le persone con disabilità non sono malati.

La legge prevede norme transitorie a tutela di quanti lavorano come educatori e hanno maturato esperienza nei servizi, pur non avendo il titolo di laurea ora previsto dalla norma: dovranno frequentare un corso intensivo di almeno un anno. «È una legge equilibrata, che dobbiamo ai tantissimi educatori d'Italia, che ci guardano, e alle persone con cui loro lavorano», conclude Santerini.

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