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Frontiere chiuse? Riparte alla grande il business dei trafficanti di terra

9 Marzo Mar 2016 1511 09 marzo 2016

"Sta già accadendo tra Serbia e Bulgaria, da quando, il 20 febbraio scorso, Belgrado ha deciso di non fare passare più nessun profugo", spiega Ilaria Zambelli, operatrice dell'ente umanitario Iho. "Si assiste a deportazioni irregolari, mentre si moltiplicano i taxi che a mille euro per migrante fanno la spola tra il confine bulgaro e la capitale serba carichi di persone". Il rischio altissimo è che la pratica si estenda a tutti i confini europei che stanno venendo sigillati in questi giorni

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Frontiera Apartheid
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"Sta già accadendo tra Serbia e Bulgaria, da quando, il 20 febbraio scorso, Belgrado ha deciso di non fare passare più nessun profugo", spiega Ilaria Zambelli, operatrice dell'ente umanitario Iho. "Si assiste a deportazioni irregolari, mentre si moltiplicano i taxi che a mille euro per migrante fanno la spola tra il confine bulgaro e la capitale serba carichi di persone". Il rischio altissimo è che la pratica si estenda a tutti i confini europei che stanno venendo sigillati in questi giorni

"Passando da Belgrado Siamo rimasti senza parole: dall'indomani dello scorso 20 febbraio, ovvero da quando il confine è stato chiuso - con pesanti sanzioni per chi contravviene - c'è in atto un traffico di migranti attraverso taxi che passano da una frontiera all'altra chiedendo un totale di mille euro a persona, secondo quanto ci ha indicato chi è arrivato negli ultimi giorni". La denuncia degli operatori dell'ong I'm human organization, Iho, è chiara: il business dei trafficanti di terra è pronto più che mai a farsi beffe dei divieti. Succede nel tratto serbo-bulgaro, ma come non pensare che ciò possa avvenire nel breve futuro anche in tutti gli altri confini europei chiusi ai profughi - spesso famiglie con bambini - negli ultimi giorni?

A finire nelle mani dei trafficanti di terra tra Bulgaria e Serbia sono soprattutto afgani e iracheni Yazidi. "Il centro di Belgrado è pieno di questi taxi, ma le autorità sembrano non fare nulla". Dal 2015 I’m Human Organization opera soprattutto a Dimitrovgrad, cittadina serba situata nei pressi del confine con la Bulgaria, dano assistenza ai migranti che arrivano alla caserma della polizia di frontiera consegnando loro cibo, acqua e vestiti. "Le persone arrivano in condizioni pessime, dopo aver camminato sulle montagne per 13-15 ore. Fino alla settimana scorsa, chi arrivava a Dimitrovgrad aveva la possibilità di essere registrato e di viaggiare in Serbia legalmente per tre giorni e raggiungere la Croazia. Dal 20 febbraio 2016 è cambiato il sistema di registrazione in Serbia. A Dimitrovgrad, la caserma della polizia di frontiera serba non ha più il compito di conferire la registrazione che permette per 72 ore alle persone che attraversano il confine dalla Bulgaria di viaggiare legalmente con i mezzi pubblici", spiega Ilaria Zambelli, operatrice dell'ong. Inizialmente le persone che arrivavano a Dimitrovgrad sarebbero dovute essere trasferite a Presevo, città al confine con la Macedonia, unico posto in Serbia deputato alla registrazione. Il 20 febbraio sono partite da qui verso Presevo 37 persone tra afgani e iracheni, ma le autorità di Presevo non hanno permesso all’autobus di entrare in città. L’autista, per non riportarli a Dimitrovgrad e restituire i soldi ai passeggeri, li ha lasciati in un’altra città dove, fortunatamente, sono stati in grado di prendere un treno per Belgrado. A nessuna di queste persone è stato consegnato un documento".

"Il 21 gennaio, a Dimitrovgrad, le autorità hanno iniziato a consegnare un documento che dà diritto a donne e bambini, ma non agli uomini, di chiedere asilo in Serbia. I documenti consegnati alle donne e ai bambini sono scritti solo in serbo e quindi con l’alfabeto cirillico, pertanto risultano incomprensibili per le persone a cui vengono consegnati, che rimangono ignare del fatto che con quel documento non possono entrare nell’Unione Europea, ma sono obbligate a chiedere asilo in Serbia. Agli uomini invece è stato detto di lasciare la Serbia entro 7 giorni e che se volevano entrare in Serbia con una registrazione valida sarebbero dovuti ritornare in Bulgaria, passare dalla Macedonia farsi registrare a Gevgelia e da lì seguire la rotta per Presevo", continua Zambelli, collaboratrice volontaria anche della Casa per la pace di Milano e della rete Icp, Interventi civili di pace.

Inoltre, "dal 22 febbraio sono iniziate le deportazioni degli afgani in Bulgaria, in quanto l’Unione Europea ha deciso che non sono più nella lista delle nazionalità che hanno diritto alla protezione internazionale. Nella suddetta lista rimangono solo siriani e iracheni. In tale giornata sappiamo per certo, poiché i nostri volontari li hanno intercettati per le vie della città, che sono stati deportati 19 afgani. Non sappiamo se la polizia - che ha iniziato a fare dei pattugliamenti massicci in città - abbia fermato, arrestato e deportato altri afgani. Sempre il 22 febbraio, 38 iracheni tra cui 26 bambini sono stati autorizzati dalla polizia a prendere il treno per Belgrado. Tuttavia Solo le donne e i bambini hanno ricevuto il documento che dà loro diritto alla richiesta di asilo in Serbia mentre gli uomini sono stati schedati, ma non hanno ricevuto nessun documento. Di conseguenza dopo 7 giorni la loro permanenza in Serbia ritornerà ad essere illegale. I 38 iracheni sono riusciti a raggiungere Sid (ultima tappa in Serbia prima di entrare in Croazia), ma nessuno di loro può passare la frontiera poiché, nel frattempo, la Croazia ha chiuso il confine e ha iniziato a deportare siriani e iracheni nel campo di Sid. Agli iracheni è stato detto di riattraversare la Serbia, andare in Macedonia e farsi registrare lì, per poi rientrare nel paese con un documento che gli potrà permettere di passare il confine con la Croazia quando verrà riaperto il passaggio. Anche nella giornata del 23 febbraio sono stati deportati in Bulgaria una trentina di afgani. Tra questi, 14 sono rimasti 'nascosti' dietro il nostro container per tutta la giornata. La polizia era a conoscenza della loro presenza, ma le celle della caserma erano già piene di altri afgani e non essendoci posto per loro, hanno dapprima organizzato la deportazione degli altri afgani e poi sono venuti a prendere quelli che stavano accanto al nostro container".

Queste nuove regole comportano "una serie di conseguenze pesanti sulle persone che prima avevano la possibilità di viaggiare legalmente e che adesso sono costrette a nascondersi per non farsi arrestare", sottolinea l'operatrice di Iho, "e come se non bastasse la deportazione in Bulgaria comporta per i migranti il rischio di subire ulteriori violenze dalla polizia bulgara che, oltre ai pestaggi, utilizza cani addestrati per aggredire e scariche elettriche contro i migranti. Noi che lavoriamo sul posto, ormai, non riusciamo più a dare assistenza a nessuno. Il confine è chiuso e l’unica cosa che possiamo fare è monitorare se in città avvengono degli arresti, ma anche questo tipo di attività è molto difficile perché non c’è un unico passaggio per arrivare qui dalla foresta. Non è accettabile che un’Europa che si fa baluardo della tutela e garanzia dei Diritti Umani scelga chi ha diritto di essere tutelato e protetto in base al criterio della nazionalità. La proibizione di pratiche discriminatorie sulla base dell’origine nazionale è sancita dall’art.14 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali (CEDU), ma in queste circostanze non trova la sua applicazione".

Con tutte le frontiere verso il Nord Europa chiuse, Zambelli individua un ulteriore scenario allarmante: "se rimanesse tale la situazione, non è escluso che i profughi tentino il passaggio attraverso l'Albania e, da qui, il raggiungimento dell'Italia via mare, verso le coste pugliesi".

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