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Social innovation

Agli homeless diamo le chiavi di casa

14 Marzo Mar 2016 1458 14 marzo 2016
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L’Housing First è nato negli anni Novanta negli Stati Uniti; il suo fondatore è lo psicologo di comunità Sam Tsemberis. Da Usa e Canada il modello è arrivato in Europa nel 2006: prima ad Amsterdam, Copenaghen, Glasgow, Lisbona. Da oltre un anno, è presente anche in Italia. Ora debutta a Milano

Govanni dal volontario di Arca onlus

«La strada ti toglie tutto, perché ti rende invisibile. In strada nessuno ti guarda, non sei niente. Sei sporco, puzzi..». Giovanni (il nome è di fantasia ndr), 40 anni, padre separato di due bambini di dieci e undici anni, ha vissuto in strada alcuni mesi, dopo aver perso il lavoro. Ora è uno degli ex senza dimora a cui Fondazione Progetto Arca ha dato una casa, grazie al programma Housing First. Ed è proprio a partire da questo piccolo appartamento nel cuore di Milano, che da qualche mese Giovanni sta ricostruendo la sua vita.

Non forniamo un semplice servizio, ma siamo al servizio delle persone

L’Housing First è nato negli anni Novanta negli Stati Uniti; il suo fondatore è lo psicologo di comunità Sam Tsemberis. Da Usa e Canada il modello è arrivato in Europa nel 2006: prima ad Amsterdam, Copenaghen, Glasgow, Lisbona. Da oltre un anno, è presente anche in Italia.

Alberto Sinigallia

«Ancora oggi l’intervento classico sulla persona senza dimora procede per gradi: dal marciapiede al dormitorio o alla comunità, fino ad un eventuale alloggio» spiega Paolo La Marca, referente dell’Housing First per Progetto Arca. «L’Housing First, invece, parte dal presupposto che la casa è un diritto umano primario e salta tutte queste tappe: dalla strada alla casa il passaggio è immediato. Ovviamente non basta trovare una casa: un’équipe multidisciplinare, formata da operatori, assistenti sociali e sanitari, aiuta l’ospite a fare rete con i servizi offerti

dal territorio e a stabilire buone relazioni con il quartiere, fino al raggiungimento dei due principali obiettivi: l’autonomia e l’integrazione». Al momento, Progetto Arca dedica al progetto tre case di proprietà di Aler Milano (azienda lombarda edilizia residenziale) e si fa carico delle relative spese di affitto e gestione.

Ed è proprio in una di queste case, a due passi dalla stazione centrale di Milano, che da qualche mese vive Giovanni. «A nove anni ho perso la mamma» racconta, «poi il papà, e a 13 sono stato accolto da una famiglia affidataria. Un diploma da perito elettrotecnico, un lavoro sicuro da magazziniere, il matrimonio con la donna che amavo, durato nove anni». Poi la picchiata. Prima la separazione. «Riuscivo comunque a mantenere i miei figli e a pagare l’affitto dell’appartamento dove mi ero trasferito, grazie all’aiuto del mio papà affidatario, che mi adorava. Poi, nel 2014, era un giorno di aprile, vado al lavoro come tutti i giorni da 18 anni, ma trovo il cancello dell’azienda sbarrato. I titolari avevano chiuso senza preavviso, lasciando a casa 70 persone. Mi devono ancora più di 30mila euro... Nel frattempo mio padre si ammala di leucemia e non può più aiutarmi. Mi sfrattano e finisco in strada».

Giovanni prende il sacco a pelo e inizia a girare le stazioni di Monza e della Brianza: la notte si trova un angolino dove capita e dorme. Sì, certo che chiede aiuto: a comuni, parrocchie, associazioni. Solo tre coppie di amici e il suo medico di famiglia gli stanno vicino, portandogli cibo, coperte, abiti. Finché un giorno arriva in Stazione Centrale e Milano e incontra Alberto Sinigallia, il presidente di Progetto Arca. «Una persona straordinaria, che mi ha ridato la vita», dice Giovanni. «Abbiamo parlato per un’ora e mezza. Il giorno dopo ero nel suo ufficio, inserito nel neonato progetto di Housing First».

Per ora Giovanni fa qualche lavoretto saltuario, ma l’obiettivo è quello di trovare un impiego fisso quanto prima. «Non appena una persona percepisce uno stipendio, le chiediamo di contribuire con il 30% alle spese di affitto e gestione dell’appartamento, finché è in grado di trovare un’altra casa e di pagarsi un affitto» continua La Marca.

Il Network Housing First Italia nato a Torino nel 2014, raccoglie ormai 51 membri (enti locali e organizzazioni del Terzo settore) che stanno sviluppando progetti simili, ed è coordinato dalla Federazione italiana organismi per le persone senza dimora. «La rivoluzione di questo approccio sta nel fatto che ad essere messa al centro è la persona, non il servizio» chiarisce Cristina Avonto, presidente di fio.PSD. «Non si fornisce cioè semplicemente un servizio, come potrebbe essere quello di una mensa o di un dormitorio, ma si affianca la persona aiutandola a ricostruire la sua vita, sulla base delle sue possibilità e delle sue esigenze».

Una recente indagine condotta dall’Università di Padova rivela che la salute delle persone in Housing First migliora progressivamente a distanza di 1, 6 e 12 mesi. Il 72% si sente a casa là dove vive e il 50% riesce a frequentare luoghi e amici del quartiere. In linea con i risultati delle esperienze internazionali, si ha poi un 80% di stabilità e permanenza in appartamento. Inoltre, su un campione di 58 persone, 8 sono già uscite dai programmi per raggiunta autonomia. Housing first. Primo ricominciare.

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