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Oriente/Occidente

Il simbolismo della croce

26 Marzo Mar 2016 1018 26 marzo 2016
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Considerare soltanto l’aspetto storico della croce, scriveva nel 1931 René Guénon, "è limitarsi a vederne la parte più superficiale. Ma un simbolo come questo, reperibile in tutte le epoche e presso tutti i popoli della terra, ha significati ben più profondi e possibilità di trasposizione analogica tali da farne veramente qualcosa di universale".

Il lavoro di René Guénon (1886-1951) sul simbolismo della croce si compone di articoli pubblicati in prima stesura su “La Gnose”, rivista da lui fondata nel 1908 e attiva fino al 1912. Gli articoli, successivamente raccolti e strutturati secondo un procedimento tipico dell’autore, confluiranno in un volume delle Editions Véga di Parigi. Dal punto di vista dell’edizione, l’opera di Guénon si può distingure in due fasi: le raccolte di articoli realizzate da lui e quelle, postume, successive al 1951, per mano di curatori e allievi. Il volume sul simbolismo della croce appartiene al primo gruppo.

Il lavoro appare in prima edizione nel 1931, tre anni dopo la scomparsa della prima moglie di Guénon e un anno dopo la sua partenza per il Cairo, città in cui stabilirà la propria dimora fino alla morte, avvenuta il 7 gennaio 1951. Tra il febbraio e il giugno del 1911, erano apparsi infatti cinque articoli, firmati con lo pseudonimo Palingenius, titolati appunto “Le Symbolisme de la Croix”. Un allievo di Guénon, Michel Vâlsan avanza l’ipotesi che il suo primo nucleo di riflessione sul simbolismo della croce risalga ancora prima, al 1908.

Epifania ortodossa a Sretinka

(Photo credit: VYACHESLAV OSELEDKO/AFP/Getty Images)

Processione sul Ponte di Brooklyn a New York

(Photo credit: Spencer Platt/Getty Images)

La croce, un ponte

La conversione di Guénon all’Islam, con il nome ‘Abd-al-Wāhid Yahyā, avverrà nel 1912, per il tramite del pittore svedese John Gustaf Agelii (1869-1917), a sua volta convertitosi nel 1898 con il nome di ‘Abd al-Hādī 'Aqīlī. Particolare non secondario, il libro è dedicato «alla venerata memoria di Abder-Rahman Elīsh El-Kebīr, al quale è dovuta la prima idea di questo libro». Gran Mufti del Cairo, esponente autorevole della Tassawuf, Abder-Rahman Elīsh El-Kebīr era a capo della madhhab mālikī (malichiti) a El-Azhar.

L’opera di Guénon è segnata da una forte preoccupazione per l’unità. In questo senso, potremmo richiamare l’immagine della tessitura - a cui è dedicato non a caso un capitolo del libro, il XIV. Le Symbolisme de la Croix anticipa così molti temi – grazia, contingenza, infinito/indefinito - e una visione della metafisica che sarà sviluppata «come un complemento» l’anno seguente in un’altra grande opera dell’autore, Les États multiples de l'Être (Paris, Éditions Véga, 1932).

Antica croce vichinga recentemente scoperta in Danimarca

Il reperto viene considerato antico di più di 1000 anni (Photo by @archaeologymag)

La via del simbolo

Nel Symbolisme de la Croix, scrive Guénon, «abbiamo esposto, basandoci sui dati delle dottrine tradizionali, una rappresentazione geometrica dell’essere fondata interamente sulla teoria metafisica degli stati molteplici» (R. Guénon, Les États multiples de l'Être, Paris, Éditions Véga, 1932, p. 5).

Al centro dello studio del 1931, si trova la questione del simbolo e della sua unità sintetica di cui la croce rappresenta il punto di massima estensione e intensione. «Il simbolismo propriamente detto – osserva Guénon – è essenzialmente sintetico» (R. Guénon, Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Paris, Éditions Gallimard, 1962; trad. it. di F. Zambon: Simboli della Scienza sacra, Milano, Adelphi, 1994, p. 20).

La forma simbolica, precisa ancora l’Autore, riveste una fondamentale importanza nella trasmissione degli insegnamenti dottrinali. «Se Cristo è morto sulla croce – scrive Guénon nel Simbolismo della croce– è proprio, si può ben dirlo, per il valore simbolico che la croce ha in se stessa e le è stato riconosciuto in tutte le tradizioni; ed è per ciò che, senza volerne sminuire il significato storico, si può considerarla come una semplice derivazione da questo valore simbolico».

Nel simbolo, però, è composta in unità una pluralità di sensi e di segni. Una pluralità complessa e articolata, che “va letta”, interpretata, capita ma deve essere lasciata risuonare nell’anima, se è vero che è proprio della natura del simbolo “indicare” e non semplicemente “spiegare”. Il simbolismo, in questo senso, si presenta particolarmente adatto alle «esigenze della natura umana, che non è una natura puramente intellettuale, ma ha bisogno di una base sensibile per elevarsi verso le sfere superiori. Occorre prendere il composto umano qual esso è, uno e molteplice al tempo stesso nella sua complessità reale». (Simboli della scienza sacra, cit., p. 20)

Guénon appare interessato a recuperare la centralità metafisica della croce come simbolo, di contro alla considerazione corrente che la vede come un mero segno storico. Nel saper cogliere tutta la tensione del rapporto “simbolo ⇔ segno”, il testo di Guénon si mostra molto stimolante.

Una tensione che il sociologo Robert Escarpit (1918-2000), accennando alla croce, così delineava: «Essenzialmente allusivo, il simbolo (…) trae con sé a partire da un punto d’emergenza percettibile e identificabile, tutto un insieme semantico più o meno vasto, più o meno definito, che, grazie a esso, può essere evocato senza essere enunciato» (R. Escarpit, Teoria dell’informazione e della comunicazione, traduzione di M. G. Rombi, Roma, Editori Riuniti, 1979, p. 158). Non è un caso che uno dei primi ambiti di scenarizzazione del simbolo sia stato quello teologico, là dove nel rapporto fra lettera e spirito della lettera, quella simbolica si presentava come lettura aperta, di contro a quella allegorica.

La debolezza del simbolo e dell’analisi simbolica, conclude Escarpit (che porta ad esempio la svastica o croce uncinata; tema sul quale, partendo dalla pseudo-spiritualità distorta dei movimenti politici che vi si richiamavano, anche Guénon esercita una dura critica), sta nell’essere estremamente vulnerabile in rapporto alle situazioni storiche. Di contro a questa vulnerabilità, se liberato dal vincolo della referenza il simbolo si fa portatore di una forte densità semantica. Il tentativo di tenere in equilibrio questa densità attraversa tutta l’opera di Guénon.

Il tutto è più della somma delle parti

Il sostantivo “simbolo”, dal greco symbolon, identifica il segno di riconoscimento formato dall’unione di due parti di un oggetto in precedenza spezzate. Il simbolo (latino symbolum), anche nella sua accezione verbale sym-ballo, “metto insieme”, dal verbo symballein, nel senso di “legame”, “accordo”, “patto”, “paragone”, rimanda a una pluralità di questioni.

Ortodossi serbi con le croci sulla Via Dolorosa a Gerusalemme

(Photo credit: THOMAS COEX/AFP/Getty Images)

Scriveva a tal proposito Friedrich Creuzer: «Una tradizione antichissima, considerata sacra anche in Grecia, consisteva nello spezzare una tavoletta e nel conservare le due unità separate come pegno e segno di un diritto di ospitalità concluso. Quel frammento della tavola spezzata (tessera) veniva chiamato proprio simbolo (symbolon). La parola non si arrestò a quel tipo di accordo, e abbracciò tutte le relazioni che si ratificavano attraverso un segno visibile».

Sul piano del simbolo, per Guénon diventa fondamentale articolare correttamente la questione del suo riconoscimento e, di conseguenza, esercitare una vigile attenzione critica capace di discernere tra ibridazione e corruzione, tra simbolo corrotto e simbolo operativo, tra vero dialogo e cattivo dialogo tra civiltà. Un’altra questione è quella del rapporto “sincretismo ≠ sintesi”, nei momenti di transizione culturale. Questione che – nella fase “declinante” del mondo moderno – è stata analizzata da René Guénon nella prime pagine del suo Le Symbolisme de la Croix. Per lo studioso di Blois, da sempre critico verso il cosiddetto «psichismo» (spiritismo, teosofia, mormonismo, nuove religiosità sincretiche), il sincretismo si caratterizza infatti per un forte disequilibrio e dal tentativo di saldare dall’esterno elementi presi dalle diverse tradizioni.

Le Symbolisme de la Croix

Non si venga dunque a dire che la forma simbolica è buona solo per il volgo; sarebbe piuttosto vero il contrario; o, meglio ancora, essa è ugualmente buona per tutti, poiché aiuta ciascuno a comprendere più o meno completamente, più o meno profondamente la verità che rappresenta, secondo la misura delle proprie possibilità intellettuali.

René Guénon, Simboli della scienza sacra

Un segno concreto

Il sincretismo, in altri termini, non è per Guénon che la semplice sovrapposizione di elementi di diversa provenienza, riuniti dall'esterno, senza che alcun principio d'ordine più profondo entri in giuoco. Questa mancanza di profondità non per questo è meno pericolosa ai suoi occhi. Infatti, criticando i movimenti neospiritualisti e teosofici di matrice moderna, sorti a partire dal 1848, Guénon non cesserà di parlare di contro-iniziazione, di pericolo ancor più grave del materialismo ( R. Guénon, Frammenti dottrinali. Epistolario inedito, traduzione di A. Pensante, Milano, Luni, 2015, p. 368) e,, infine, di erreur spirite o caduta nello spiritismo (R. Guénon, Erreur spirite, Paris, Marcel Rivière, 1923, p. 385.).

In questa direzione, il simbolo cessa di essere simbolo e si riduce a segno o frammento di segni che comunica senza referenza e, di conseguenza, senza alterità o non comunica affatto. Di contro, la sintesi si caratterizza per un movimento che, partendo dall’unità, non la perde mai di vista pur nella molteplicità delle sue manifestazioni. In questo senso, anche partendo da un idioma o da una manifestazione di quell’unità, si potrà raggiungere il centro. Questo – osserva Guénon – è ciò che è stato chiamato «dono delle lingue».

Nel suo Vocabulaire tecnique et critique de la philophie (1902-1923), André Lalande così definisce il simbolo: «Il simbolo è qualunque segno concreto che evochi, in un rapporto naturale, qualcosa di assente o che è impossibile percepire». Per Lalande, dunque, caratteristiche minima essenziale del simbolo sono: concretezza del segno → capacità di evocare → qualcosa che è assente o altrimenti impossibile da percepire.

Per Guénon, la croce è dunque segno concreto di questa capacità evocativa dell’assente, se per “assente” intendiamo ciò che nel suo l’Autore chiama molteplicità degli stati dell’essere. La molteplicità degli stati dell’essere viene così evocata e ricomposta in unità nel centro – axis mundi – rappresentato appunto dalla croce che, come punto di intersezione tra altri punti, può essere – problematicamente – indicato come un punto prospettico del discorso guénoniano sulla tematica del dialogo infra e interreligioso.

Il libro

René Guénon, Il simbolismo della croce, traduzione di Pietro Nutrizio, Adelphi, Milano 2012.

Se c'è un libro che mostra fin dove si può spingere – tremendamente lontano – la comprensione di un simbolo, questo è Il simbolismo della croce. Pubblicato nel 1931, dopo i due grandi libri indiani (Introduzione generale allo studio delle dottrine indù e L'uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta), è l'opera in cui Guénon scelse l'immagine stessa su cui è fondata la civiltà occidentale cristiana per condurre una dimostrazione rigorosa e inflessibile, che permettesse di cogliere la «pluralità dei significati inclusi in ogni simbolo».

In copertina: Un gigantesco crocifisso fatto di container da nave in Bent's Park, nel South Shields, Regno Unito (Photo credit: Forsyth/Getty Images)

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