Riforma terzo settore

Melandri: sull'impresa sociale fatto un primo passo, ma il Governo non si fermi qui

1 Aprile Apr 2016 1435 01 aprile 2016

L'intervento della presidente di Human Foundation: «Occore focalizzare il tema degli strumenti finanziari, rispetto ai quali l'Esecutivo può guardare ad alcune esperienze in atto; da quella più matura del Regno Unito, passando per il Portogallo e per la recente iniziativa della Francia sui contratti ad impatto sociale»

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Melandri
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L'intervento della presidente di Human Foundation: «Occore focalizzare il tema degli strumenti finanziari, rispetto ai quali l'Esecutivo può guardare ad alcune esperienze in atto; da quella più matura del Regno Unito, passando per il Portogallo e per la recente iniziativa della Francia sui contratti ad impatto sociale»

Siamo finalmente molto vicini a un nuovo statuto giuridico per l'impresa sociale. Com’è noto, il cammino della legge delega, iniziato oramai 2 anni fa, è stato tutt'altro che agevole e in più di un'occasione vi è stata la percezione che la riforma potesse incagliarsi definitivamente nelle secche parlamentari. In tal senso, ritengo doveroso riconoscere che il Governo, nonostante le fibrillazione che hanno agitato la maggioranza, ha avuto il coraggio e la caparbietà di riportare in acque sicure la riforma. Ciononostante, è opportuno rilevare che rispetto al testo iniziale la norma approvata dal Senato ha smarrito alcuni elementi interessanti come il riferimento alla dimensione dell'impatto sociale misurabile.

A mio avviso, l'impianto originale offriva una lettura piuttosto innovativa: a prescindere dal settore in cui opera, l'impresa sociale è tale poiché genera impatto sociale positivo e misurabile. La soluzione di un aggiornamento dinamico dei settori all'interno dei quali opera l'impresa sociale, a differenza dell'approccio statico della D.lgs. n. 155 del 2006, risolve, almeno in parte, la questione di “nuovi spazi di intrapresa” per l'imprenditorialità sociale (penso, ad esempio, al grande temi della gestione dei beni comuni). Un secondo elemento al centro del dibattito di questi mesi è stata la questione della redistribuzione degli utili.

Occorre fare una premessa. L'impresa sociale oggi è un attore che contribuisce al benessere della comunità, garantendo la coesione sociale; allo stesso tempo, però, l'impresa sociale ha “ecceduto” la dimensione di prestatore di servizi, affermandosi come un vero e proprio agente di sviluppo locale nei territori.

Così come l'impresa sociale è investita da un profondo processo di trasformazione, una dinamica analoga interessa alcuni settori del mondo della finanza. Un numero crescente di operatori, eticamente e socialmente orientati, ha compreso la necessità di ripensare le strategie e le modalità di investimento, che debbono, sempre di più, guardare all'economia reale, alla sostenibilità di lungo periodo e al benessere delle comunità. Operatori disposti a bassi rendimenti e a tempi lunghi per la restituzione dell'investimento; realtà pronte ad “erogare all'imprese sociali finanziamenti pazienti”, per dirla con le parole di Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà Confcooperative. In Italia, a causa delle rigidità normativa che escludeva ogni forma di redistribuzione degli utili, questi due attori sono stati per tanto tempo così vicini, eppur così lontani. Grazie al nuovo impianto, sarà finalmente possibile far incontrare le imprese sociali con il capitale paziente, al fine di promuovere quei processi di innovazione necessari a garantire sostenibilità sociale ed economica di lungo periodo.

Sperando non vi siano ulteriori sorprese nel passaggio alla Camera della delega, un importante tassello sembra sia andato a posto. Vi sono, tuttavia, altri elementi sui cui è necessario il Governo concentri, nei mesi a venire, la sua attenzione. Mi riferisco al tema degli strumenti finanziari, rispetto ai quali l'Esecutivo può guardare ad alcune esperienze in atto; da quella più matura del Regno Unito, passando per il Portogallo e per la recente iniziativa della Francia sui contratti ad impatto sociale (su cui sul prossimo numero di Vita magazine in uscita l'8 aprile trovare un approfondimento ad hoc). Azioni istituzionali che, al di là delle differenze di contesto, stanno mettendo in campo strumenti finanziari ad impatto sociale con l'obiettivo di catalizzare e integrare per il Social Buisness risorse pubbliche e risorse private. E d'altra parte qualcosa si sta muovendo a livello territoriale anche in Italia come la recente istituzione di un Fondo ad impatto sociale promosso dalla Regione Sardegna attraverso le risorse comunitarie.

Per far sì che l'impresa sociale possa effettivamente divenire il motore per una crescita sostenibile delle comunità è necessario che i diversi tasselli dell'ecosistema dell'impatto vengano progettati con cura, lavorando affinché vi sia un ampio coinvolgimento dei diversi attori.

Adesso tocca all'Italia avviare la sua rivoluzione Impact. E, ahimè, anche le riforme più ambiziose vengono meno se non vi sono le risorse adeguate che le sostengono.

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