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Panama papers, la deriva di una finanza senza valore sociale

8 Aprile Apr 2016 1150 08 aprile 2016
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La prima delle rubriche contenute nella sezione Forward del nuovo Vita bookazine, dove grandi firme come Giovanna Melandri con il suo “Social Business”, raccontano l’innovazione su diversi fronti: dalla mobilità al food, dalla finanza alla televisione.

Si parla sempre più di sostenibilità, di economia sociale, ed è un gran bene. I paradigmi del ‘900 sono falliti, tuttavia finché non si riorienterà il sistema finanziario verso la produzione di valore sociale, sarà difficile avvicinare quei Sustainable Development Goals approvati a settembre dai leader mondiali. Il rischio, se non si interviene direttamente nella dimensione delle scelte dei mercati finanziari, è che green e social rimangano ambiti parziali, incapaci di trasformare le vite delle comunità.

La crisi del 2008 ci ha lasciato una lezione ineludibile: una finanza disancorata dalla produzione di valore reale acuisce le disuguaglianze. Salva forse alcune banche ma impoverisce le persone. Guardiamo la realtà: agli estremi del mercato finanziario ci sono due fenomeni: uno pessimo, l’altro positivo. Quello pessimo è noto: ai derivati definiti da Buffet “armi finanziarie di distruzione di massa”, si aggiungono ogni anno 240 miliardi di dollari che vengono sottratti all’erario a causa di paradisi fiscali attraverso cui le multinazionali evadono il fisco. Come documenta Oxfam, nell’imperdibile documentario The Price We Pay, esiste
una ricchezza delle nazioni “nascosta” alla quale i governi non possono accedere.

Dovrebbe essere un tema urgente anche per l’Europa, perché paradisi fiscali e multinazionali “senza residenza” stanno minando dall’interno il patto fiscale, contribuendo a disintegrare il pilastro del principio di progressività. Ma, siamo anche

testimoni di un fenomeno nuovo e positivo. Una finanza generativa 3D che oltre a rischio e rendimento considera l’impatto sociale fattore decisivo di scelta. Una Taskforce del G8 si è incaricata di verificare le potenzialità di questo mercato di “investimenti ad impatto sociale”, con la pubblicazione del rapporto “The invisible heart of markets”.

Oggi un Comitato internazionale ha ampliato il perimetro di questo esercizio. Sarebbe bello che questa finanza fosse davvero “trendy”. Purtroppo non è ancora così, anche se sono numeri che crescono velocemente. Quando nacque Human Foundation, quattro anni fa, il sistema della finanza ad impatto aveva
un giro globale di appena 30 miliardi di dollari: una goccia rispetto alla finanza mainstream.

Dopo tre anni, parliamo di 60 miliardi di dollari con un potenziale, nei prossimi anni, di 1 trilione di dollari. Siamo ad un punto di rottura in cui bisogna muoversi
nelle due direzioni. Da una parte combattere finanza speculativa, paradisi fiscali ed evasori — atto dovuto nei confronti di coloro che pagano le tasse — e dall’altra parte movimentare capitali pazienti per far crescere attività imprenditoriali che generino impatto sociale positivo e misurabile.

È la rivoluzione Impact che supera i dualismi stato/mercato, profitto/filantropia. Generare questo ecosistema è l’obiettivo della neonata Associazione social impact agenda che sarà presentata a Roma il 24 maggio, è tempo che il nostro Governo batta un colpo e faccia propria questa rivoluzione.

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