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Ambiente

Referendum trivelle, le ragioni del sì e le ragioni del no

15 Aprile Apr 2016 1638 15 aprile 2016
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La guida del gesuita Francesco Occhetta per «capire i confini del merito di questo quesito referendario». Un'analisi all'interno delle regioni ambientali, politiche ed energetiche che stanno alla radice del voto di domenica 17 aprile

È iniziato il conto alla rovescia sul referendum “sulle trivelle”, voluto da nove Regioni. Si voterà questa domenica (il 17 aprile) sulla possibilità, per le piattaforme già operative, di poter continuare a estrarre gas e petrolio solo fino alla fine delle concessioni in atto.

Un aspetto specifico della partita energia che, però, ha finito per trasformare in una tensione politica – innanzitutto dentro il Pd – sull’attuale governo alla luce dell’ultima bufera mediatico-giudiziaria che ha coinvolto l’ex ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi.

Cerchiamo, dunque di capire i confini del merito di questo referendum.

Fonte del referendum

Decreto del Presidente della Repubblica 15 febbraio 2016: abrogazione comma 17 art 6 Testo Unico sull’ambiente d. lgs 3 aprile 2006 n.152 come sostituito dal comma 239 dell’art 1 Legge di stabilità 2016, 28 dicembre 2015, n. 208.

Volete voi che sia abrogato limitatamente alle seguenti parole “Per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale” Precedente regime modificato dalla legge di stabilità: 30 anni + proroga di 10+ 5+5 = 50.

Area interessata è la fascia di mare che si estende dalla costa alle 12 miglia (22 km ca).

Quante sono le trivelle interessate?
21 delle 66 esistenti, 7 in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Basilicata, 2 in Emilia Romagna, 1 nelle Marche, 1 in Veneto
Le Regioni promotrici sono state: Basilicata, Campania, Calabria, Liguria , Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto.

Il Referendum non riguarda:

  • La Terra ferma.
  • Le acque al di là delle 12 miglie.
  • Le attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi che sono già vietate.

A livello giornalistico ecco cosa chiede il referendu: «Volete che, quando scadranno le concessioni (se rinnovate), vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?».

EFFETTI VITTORIA NO: lascerebbe la situazione inalterata.
EFFETTI VITTORIA DEL SI: «In quel caso le piattaforme oggi attive continueranno a lavorare fino alla normale scadenza della concessione, o dell’eventuale proroga già ottenuta, ma poi nessuna nuova proroga, andranno smantellate» (Enzo di Salvatore).

Punti caldi

  • Impatto ambientale
  • Impatto occupazionale: 40000 posti di lavoro
  • Impatto energetico: la produzione di gas metano copre il 10% del Fabbisogno Nazionale

Le ragioni del Si

«Il principale argomento riguarda la pericolosità delle piattaforme e delle estrazioni in mare per la salute umana e per la fauna ittica. Si cita a tal proposito un documento di Greenpeace, basato su dati raccolti fra il 2012 e il 2014 dall’Ispra, su commissione dell’Eni, relativi a 34 piattaforme a gas gestite dalla compagnia nell’Adriatico. Nei sedimenti marini e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme sarebbero state rinvenute, in alcuni casi, sostanze chimiche in quantità superiori ai limiti di legge. A sostenere l’esigenza di abrogare la norma pro-piattaforme e, dunque, a spingere per la più rapida fine delle estrazioni sono, come indicato, innanzitutto le nove regioni – quasi tutte a guida Pd – che hanno proposto il referendum. Ma dello schieramento fanno parte largamente tutte le principali associazioni ambientaliste presenti in Italia. A livello di movimenti e partiti politici, in prima fila i 5 Stelle e Sinistra italiana, ma anche la Lega. Più divise e frastagliate Forza Italia (tendenzialmente per il no), Fratelli d’Italia e le formazioni minori presenti in Parlamento (Ala e dintorni). Si ritrova su Sì anche una parte minoritaria del Pd, a cominciare dall’ex capogruppo Roberto Speranza». Fonte Quotidiano.net

Le ragioni del No

Simone Tropea nel dibattito pubblico del 7 aprile 2016 presso i Salesiani di via Marsala a Roma le ragioni del NO dal punto di vista politico, dal punto di vista economico e soprattutto dal punto di vista ambientale. Qui potete leggere il suo intervento.

«A tutti sta a cuore l’ambiente, tutti sono interessati a ricercare e sfruttare la via più efficace ed ecosostenibile in termini di soddisfazione del fabbisogno energetico, tutti, soprattutto in un paese come l’Italia riconoscono un posto di primaria importanza alla difesa dell’ecosistema, della fauna e della flora marina e naturalmente del paesaggio. Quindi in primo luogo bisogna chiarire che non si tratta affatto di un guerra tra cinici capitalisti e onesti francescani amanti e rispettosi della natura. Questo è un inganno mediatico, si tratta invece di giudicare tra due strade possibili, quale sia la migliore. Per quanto a detta del sì, il voto a favore della non rinnovabilità delle concessioni ha un grosso valore simbolico perché darebbe un segnale al governo nell’incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili, noi crediamo che sia una soluzione stupida perché quelle risorse energetiche sono lì, ci sono, e nel rispetto delle normative vigenti sulla tutela dell’ambiente, per ora, vanno sfruttate.

Il quesito in questione non tocca la logica del greggio, cioè non altera il paradigma economico dominante, tanto che non si parla affatto per esempio delle trivellazioni in terraferma, e questa a mio avviso è la prima nota d’ipocrisia del referendum eppure sono quelle che hanno in teoria (ed in pratica) un impatto molto più serio ed immediato sulla popolazione, ma riguarda solo 21 concessioni tra le 66 presenti in area nazionale, cioè verrebbero ad essere toccate le piattaforme che si trovano entro le 12 miglia, non impedisce nuove trivellazioni, che di fatto sono già vietate (sempre nelle 12 miglia), né la creazione di nuove piattaforme, anch’essa già vietata, e allo stesso tempo non modifica la possibilità di cercare e sfruttare nuovi giacimenti sulla terraferma né di compiere nuove trivellazioni oltre le 12 miglia. Questo per dire che l’abrogazione proposta dal referendum non si inserisce in un discorso di transizione dal combustibile al rinnovabile giacché di fatti con la vittoria del si non si registrerebbe nessun cambio sostanziale nelle politiche energetiche del nostro paese.

A livello pratico: se dovesse passare il sì alcuni impianti delle 21 concessioni dovrebbero chiudere tra 5 -10 anni, altri, quelli che hanno ottenuto le concessioni più recentemente dovrebbero chiudere tra circa vent’anni anche qualora non avessero esaurito le riserve di gas e petrolio. E poi? Nel momento in cui non ci si trovasse ancora in grado di sostituire il combustibile con le fonti d’energia rinnovabile eccoci costretti ad importare da altri paesi anche quella percentuale “relativamente” piccola (la decima parte) di carburante che ad oggi estraiamo dalle riserve nazionali. Questo significa, oltre ai costi, un aumento del traffico navale, di petroliere che fanno avanti e indietro per il mediterraneo, naturalmente muovendosi ben al di qua delle 12 miglia posto che dovranno pure arrivarci ai porti. Provate a pensare ad una petroliera che si riversa vicino la costa, i danni enormi che provocherebbe all’ecosistema, alla pesca, al turismo e quant’altro, se vale un discorso ipotetico sul malfunzionamento delle piattaforme, deve essere anche preso in considerazione un ipotetico incidente nel trasporto navale ecc. tra l’altro comprando gas e carburante da paesi come la Libia che non ha alcun tipo di scrupolo a trivellare nel mediterraneo stesso e questo è espressione di una miopia polito-economica gravissima e di un ecologismo becero perché di fatto inutile. Ogni atto fine a se stesso nel discorso sulle rinnovabili, ovvero slegato da un progetto globale di conversione ecologica (condiviso almeno nell’area mediterranea) è sostanzialmente inefficace, anzi controproducente, perché non solo non origina la transizione verso le rinnovabili ma restituisce una percezione alterata delle cose, per cui ci si illude di progredire verso il miglioramento mentre in realtà si rimane ben lontani dal farlo.
Ora, secondo le rivelazioni realizzate da ISPRA (istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale) sono stati superati i limiti previsti dalla legge, per la presenza di una singola sostanza chimica, nel 79% dei casi nel 2014 (76 % nel 2012 e 73,5% nel 2013). Livelli oltre il consentito per almeno due sostanze chimiche nel 67% dei casi nel 2012, nel 71% durante 2013 e di nuovo del 67% dei campioni nel 2014. Come ha sottolineato Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di greenpeace: “Laddove esistono dei limiti fissati dalla legge le trivelle assai spesso non li rispettano. Ci sono contaminazioni preoccupanti da idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti, molte di queste sostanze in grado di risalire la catena alimentare fino a raggiungere gli esseri umani. Nei pressi delle piattaforme monitorate si trovano abitualmente sostanze associate a numerose patologie gravi tra cui il cancro. La situazione si ripete di anno in anno ma ciò nonostante non risulta che siano state ritirate licenze, revocate concessioni o che il Ministero abbia preso altre iniziative per tutelare i nostri mari
».

Andrea Baschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace intervenendo sul tema rincara la dose ed afferma: «Con questo rapporto dimostriamo chiaramente che chi estrae idrocarburi nei nostri mari inquina, e lo fa oltre i limiti imposti dalla legge senza apparentemente incorrere in sanzioni o in divieti. Quel che a nessun cittadino sarebbe concesso, è concesso invece ai petrolieri, il cui operato è fuori controllo, nascosto all’opinione pubblica e gestito in maniera opaca. Sono motivi più che sufficienti per spingere gli italiani a partecipare al prossimo referendum sulle trivelle del 17 aprile, e a votare Si per fermare chi svende e deturpa l’Italia». A questo punto sorge spontanea una riflessione: mettiamo caso che l’analisi di Greenpeace sia corretta, la soluzione che si offre al problema però appare razionalmente parlando un po' arbitraria, cioè completamente svincolata dall’analisi. Voglio dire per quanto si possa essere d’accordo sulla diagnosi la terapia che si propone lascia alquanto sconcertati, come dire c’è un evidente difetto logico, è un sillogismo che non regge. E come pe esempio se io avessi un problema, avessi una casa invasa dai topi e che faccio per risolverlo: Brucio la casa. Un’azione veramente risolutiva rispetto al problema degli abusi delle concessioni(come l’estrarre una quantità minima) o della normativa sulla tutela ambientale disattesa, è semmai portare avanti un controllo più serrato, una vigilanza stretta sul rispetto delle leggi nazionali ed internazionali e l’imposizione di sanzioni drastiche qualora queste venissero trasgredite e magari con questi soldi si potrebbe abbassare il costo della benzina (che oggi è scandaloso), o potrebbero essere investiti in ricerca e creazione di impianti energetici eco-sostenibili, atti a velocizzare il processo di transizione energetica che tutti auspichiamo.

Proprio attraverso il concetto di transizione approdo al secondo aspetto della questione. Per come è formulata questa proposta referendaria, ovvero, dal momento che “nei fatti”, concretamente, si mostra completamente svincolata da qualsiasi prospettiva di sviluppo possibile le implicazioni in ambito economico, per esempio in quanto a posti di lavoro sarebbero tutt’altro che secondarie. Come faceva giustamente notare Emilio Miceli, segretario dei chimici della Cgil, nei commenti del quotidiano l’Unità, poi ripreso in un articolo di La Repubblica del 9 marzo scorso , firmato da Luca Pagni: «Nell’Adriatico le estrazioni si faranno lo stesso, anche se verranno impedite in Italia, (?)in Croazia, Montenegro e Grecia si stanno già facendo (in barba alle procedure della convenzione di Espoo sulla valutazione d’impatto ambientale transfrontaliero). Molte imprese chiuderanno i battenti emigrando verso altri lidi. Rischiamo di perdere frotte di ingegneri e di complesse infrastrutture tecnologiche e logistiche insieme a migliaia di posti di lavoro dell’indotto (qui le cifre sono così contrastanti che evito di riportarle variano da 20 000 a 70)». Tuttavia il problema non è la perdita dei posti di lavoro in se, ma di fondo è la mancanza di un concetto integrale di transizione. Questo è preoccupante. Cioè a dire risulta completamente assente la consapevolezza del fatto che l’ecologia, come cura del creato in quanto casa dell’uomo ha un senso eminentemente antropologico. Se manca la centralità della persona umana, che si manifesta per esempio nell’assenza di un piano di trasferimento dei lavoratori da un settore ad un altro, l’ecologia si converte in ecologismo sterile, quindi in una forma di alienazione ideologica inaccettabile. Questo stesso discorso vale a livello ambientale. È chiaro ma non è poi così scontato che quando si parla di eco-sostenibilità si intende la creazione di uno spazio più abitabile e conforme allo sviluppo della persona e della società umana. Tutto è in relazione alla persona ed alla società umana, e questa non è una visione ego-centrica, ma è antropo-centrica. In virtù di questo l’impatto economico e sociale che una determinata scelta politica potrebbe comportare non sono fattori trascurabili, ma anzi determinanti. Ci tengo a precisarlo perché spesso si registra un’ecologismo un po’ new age che non solo non serve a nulla ma è anche molto dannoso su più fronti, in primis quello antropologico. Oltre alla questione del lavoro, come conseguenza della chiusura della piattaforma sarebbe da considerare quella della totale dipendenza dall’importazione, una situazione in cui ci verremmo inevitabilmente a trovare qualora accettassimo questa sorta di “disarmo unilaterale” e i suoi relativi costi. C’è da dire che questa situazione è ben lontana, anzi, lontanissima, dal momento che, come è stato detto prima, noi non rinunceremmo di fatto a un bel niente. Il cambio che auspica il Si, nei fatti e irrilevante e semmai controproducente, per le ragioni che dicevamo prima.

Da qui emerge l’aspetto più interessante di tutta la faccenda, ovvero quello politico.
Michele Ainis in un articolo del 30 marzo 2016 del Corriere della Sera scrive: «Il risvolto ambientale dovrebbe essere al centro della consultazione, ed è così quantomeno a parole. Sennonché in questo caso non si tratta di proteggere l’udito dei cetacei minacciato dall’air-gun, come sostengono le associazioni ecologiste; tutto sommato non si tratta neppure d’opporre ambiente e occupazione come prospettano i sindacati. No, la posta in palio investe la credibilità, delle classi politiche regionali che rifiutano la trivellazione però allevano i colibatteri nelle acque dell’Adriatico, disinteressandosi dei depuratori cosi come di controllare i fiumi». Ainis continua con stile provocatorio e intelligente fino ad affermare: «Dunque si profila uno scontro fra poteri, ancor prima che fra partiti e movimenti. La posta in gioco: chi decide sull’energia? Secondo la costituzione vigente, decidono insieme lo stato e le regioni; secondo la Costituzione prossima ventura, deciderà solo lo stato. E allora ecco puntuale, la reazione». Lascio a voi ritenere corretta o meno questa lettura del caso “no-triv”, personalmente ritengo che, almeno per quanto riguarda la Calabria, chi a livello regionale si è occupato di politiche ambientali fino ad oggi debba fare un serio esame di coscienza ed interrogarsi anche sul perché urge un intervento sul territorio da parte dello stato. La Calabria è una terra distrutta, barbaramente violentata dall’ignoranza e dalla pochezza umana e politica di una classe amministrativa vergognosamente interessata, poco lungimirante ed assolutamente incompetente. Questo è il problema dell’Italia: la scarsa lungimiranza, l’incapacità di analisi e la mancanza di progetti di autentico rinnovamento nelle politiche ambientali. ecco perché in sintesi possiamo dire che l’unica vera ragione del no e la mediocrità di questa proposta referendaria e perché in qualche modo risulta legittima la percezione del referendum come una completa e colossale presa in giro, che manifesta l’incapacità di affrontare alla radice il problema dell’ecosostenibilità, e racconta tutta la miopia e l’inconsistenza di un atteggiamento politico superficiale che non considera fino in fondo la necessità di un cambio radicale nei rapporti eco-antropologici ma propone un ecologismo a basso prezzo , un palliativo inefficace che si nutre di slogan di tanta confusione e disinformazione mediatica per mascherare logiche ed interessi altri. La conversione ecologica passa necessariamente per un graduale processo di transizione dal carburante alle rinnovabili, attraverso un discorso polito-economico articolato che tenga in considerazione anche la necessità di canalizzare, di trasferire la forza lavoro impegnata fino ad ora nell’industria dell’energia non rinnovabile nella nuova industria delle fonti rinnovabili. Concludo con un ultima brevissima considerazione.

Tratto dal blog di Francesco Occhetta

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