Rifugiati VESTA3
Accoglienza diffusa

Rifugiati accolti in famiglia, nasce la piattaforma che crea comunità

20 Aprile Apr 2016 1245 20 aprile 2016
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Si chiama Progetto Vesta e da pochi giorni raccoglie le disponibilità ad accogliere richiedenti asilo delle famiglie di Bologna. Ma è molto di più: «è una piattaforma di social innovation, allargabile ad altri territori, per creare una comunità fra tutte le famiglie che hanno fatto e faranno questa esperienza» spiega Carlo De Los Rios, direttore della cooperativa Camelot

Lo hanno battezzato “Vesta” in onore della dea romana del focolare domestico e sono partiti da Bologna, città accogliente per tradizione «e con un approccio all’accoglienza che non è assitenzialista, in cui ci riconosciamo» - dice Carlo De Los Rios, direttore generale di Camelot, la cooperativa sociale attiva a Ferrara e Bologna che ha realizzato il progetto con il supporto di LAMA, facendo benchmark delle diverse esperienze italiane ed europee - ma è molto più di un sito per raccogliere le disponibilità delle famiglie ad accogliere in casa i richiedenti asilo e i rifugiati. Vesta, continua De Los Rios, «è una vera e propria piattaforma di social innovation, per dare forme differenti all’accoglienza di richiedenti protezione internazionale o rifugiati, collegandosi in maniera stretta alla rete Sprar».

La partenza è semplice: da due giorni i cittadini di Bologna hanno l’opportunità di partecipare attivamente all’accoglienza, sperimentando in prima persona la convivenza con chi sta fuggendo da guerre e persecuzioni. Attraverso il portale www.progettovesta.com chi vuole aprire le porte di casa e mettere a disposizione una camera potrà segnalare la propria candidatura. Possono partecipare tutti: single, coppie, famiglie con figli. Le disponibilità verranno poi presa in carico dagli esperti di Camelot, che fin dal 2000 segue progetti di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati e dal 2005 è nella rete Sprar: operatori specializzati nell’accoglienza, assistenti sociali e psicologi contatteranno le famiglie e spiegheranno cosa implica l’accoglienza e chi è un richiedente protezione internazionale. Alle famiglie verrà riconosciuta una quota economica di 350 euro al mese, mentre l’accoglienza sarà di sei/nove mesi. «In un solo giorno sono già arrivate venti candidature», racconta De Los Rios. Il primo obiettivo? Avere 40/50 famiglie che ospitino altrettanti ragazzi e partire con la formazione.

Il progetto di accoglienza punta in particolar modo ai neomaggiorenni, «una categoria in aumento e particolarmente fragile perché esce da progetti protetti per minori e si trova ad affrontare la vita adulta lontano dalla propria famiglia». Per chi li ospita c’è in più la tranquillità di sapere che questi ragazzi hanno hanno già fatto un pezzetto del loro percorso di integrazione in strutture territoriali, monitorate e hanno dimostrato di poterlo proseguire il loro cammino in un contesto familiare: «parliamo di seconda o terza fase di accoglienza, dopo percorsi Sprar: sei/nove mesi sono relativamente pochi perché questo «è lo scivolo verso l’autonomia e l’integrazione». «Saremo noi a valutare le famiglie e i ragazzi, per trovare quelle alchimie che sono il segreto del successo di queste esperienze», ammette il direttore: «siamo convinti della necessità di costruire nuovi modelli di accoglienza, un’accoglienza diffusa all’interno della rete Sprar. Le famiglie devono avere un protagonismo attivo, ma senza perdere la professionalità nell’accoglienza dei rifugiati che negli anni è maturata: sono due specificità che si affiancano e che si valorizzano reciprocamente», spiega De Los Rios. Le famiglie accoglienti e i ragazzi ospiti quindi saranno supportati durante il tempo dell’accoglienza con servizi di protezione legale, di orientamento lavorativo, corsi di italiano, supporto psicologico… «La famiglia fa la famiglia, che è il valore aggiunto di questa accoglienza».

Siamo convinti della necessità di costruire nuovi modelli di accoglienza, un’accoglienza diffusa all’interno della rete Sprar. Le famiglie devono avere un protagonismo attivo, ma senza perdere la professionalità nell’accoglienza dei rifugiati che negli anni è maturata: sono due specificità che si affiancano e che si valorizzano reciprocamente

Carlo De Los Rios

In Italia altri Comuni stanno sperimentando la stessa strada dell’accoglienza in famiglia: la Toscana già a settembre aprì una linea telefonica dedicata, Milano ha fatto un bando e ha raccolto 40 adesioni, diverse Caritas ci stanno lavorando… Che cosa cambia? «Cambia che abbiamo costruito un portale che metta insieme le famiglie, che chi ha vissuto questa esperienza di accoglienza un domani possa ritrovarsi lì, creare una comunità, anche su diversi territori. Finché si tratta di un solo Comune è “solo” un ottimo sistema di organizzazione dell’accoglienza, con un sistema di valutazione incrociato e una comunicazione tra enti, beneficiari e famiglie, ma domani sarà una vera piattaforma». Significa ad esempio che ci sarà un “diario” per le famiglie che accolgono in un’area dedicata, potranno raccontarsi tutti insieme o organizzare attività socializzanti e di confronto di esperienze, paure e difficoltà: una comunità fra le persone coinvolte nell'accoglienza, che possa generare legami e promuovere pratiche sostenibili, come la creazione di un gruppo di acquisto solidale.

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