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I nuovi desaparecidos. Dalla Tunisia in Italia come profughi. Poi spariti nel silenzio

3 Maggio Mag 2016 0900 03 maggio 2016
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L’associazione delle madri dei dispersi di Tunisi, presieduta da Fatma Kassraoui, da 5 anni cerca di fare pressioni sul governo tunisino per mandare avanti la difficile inchiesta del caso dei 504 desaparecidos tunisini. Molte madri e famigliari sostengono di avere le prove che i loro cari siano arrivati in Italia nel 2011. Le voci delle madri dei ragazzi tunisini spariti in Italia in un video

Ci siamo abituati ad evocare con cadenza settimanale i desaparecidos del Mediterraneo, quelle migliaia di persone che senza identità sono state divorate dallo stretto di Sicilia, o dalle coste greche e spagnole negli ultimi vent’anni. Ci siamo abituati che i confini della fortezza Europa siano popolati da lapidi senza nome. Non passa settimana senza naufragi, senza dispersi e senza che da qualche parte del mondo non ci sia una madre che ha smesso di avere notizie del figlio imbarcatosi alla ricerca di un futuro migliore.

Di tanti che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa, di altri invece si è perso ogni traccia una volta arrivati in suolo europeo. L’associazione delle madri dei dispersi di Tunisi, presidiata da Fatma Kassraoui, da 5 anni cerca di fare pressioni sul governo tunisino per mandare avanti la difficile inchiesta del caso dei 504 desaparecidos tunisini. Molte madri e famigliari sostengono di avere le prove che i loro cari siano

arrivati in Italia nel 2011: alcuni li hanno visti su servizi televisivi che riprendevano gli sbarchi a Lampedusa, altri dicono di avere ricevuto chiamate telefoniche. I ragazzi tunisini spariti in Italia continuano a costituire un rompicapo che però trova un debole riscontro da parte delle autorità.

«Abbiamo contattato tutti», dice Fatma agguerrita, «abbiamo fatto sit-in davanti ai ministeri e all’ambasciata italiana, manifestazioni, e abbiamo anche incontrato il presidente Essebsi in persona. Siamo riuscite, dopo anni di lotta, a fare aprire una commissione d’inchiesta, ma non ci sono risultati».

Nei locali della Lega per i diritti umani, organizzazione che è stata insignita del premio Nobel per la pace nel 2015, Fatma, con uno sguardo deciso, siede accanto a Fadila Dashraoui sostenendola nella durezza condivisa di aver perso un figlio senza sapere se è vivo o se è morto.

Fadila si sforza di parlare nel modo più chiaro possibile, «mio figlio è partito il 22 marzo 2011 da Sfax, ho ricevuto una sua chiamata alle 4 del mattino, dicendo che era vicino a Lampedusa e da quel giorno più niente».

Ogni volta che racconta la sua storia, Fadila rivive lo stesso orrore, la stessa angoscia, ma con coraggio continua il racconto. «Dopo 4 mesi, un ragazzo che aveva viaggiato sulla stessa barca, bussa alla mia porta a Bizerte. La gente del quartiere non voleva permettergli di venire da me, lo intimidivano e gli dicevano che ero in un orrendo stato emotivo». Il racconto diventa difficile e tormentato, le sue mani ossute tentano di nascondere le smorfie e le scosse di disperazione. «Ma lui ha insistito, ha voluto darmi la prova che aveva conosciuto mio figlio e che era stato proprio lui a mandarlo da me, per farmi sapere che era in vita e in Italia. Mi disse che c’era una valigia rossa, che portava dei jeans grigi e altre cose del genere».

Da quel momento in poi il dubbio ha reso la vita di Fadila e quella delle tante madri degli scomparsi, un inferno. «Io pensavo fosse morto, ma da quando ho ricevuto questa visita, non posso disfarmi del pensiero che forse invece è ancora vivo, e io, sua madre, non so dove sia».

Il figlio di Fadila era tormentato dall’idea di andare in Italia, dal momento in cui all’età di 14 anni aveva scoperto che era nato a Pantelleria. «Suo padre lavorava in Italia, e abbiamo vissuto là per qualche tempo, finché non decisi di tornare» spiega Fadila. Da quando l’ha scoperto mi chiedeva in continuazione «mamma ma perché sei tornata qui, avrei potuto essere là adesso, avrei potuto vivere là come un italiano», dice Fadila crollando.

Fatma Kassraoui, al suo fianco, le dà coraggio e forza per continuare la loro lotta. Condivide lo stesso dolore, anche lei ha perso le notizie del figlio, da quando è sbarcato a Lampedusa, «era un tornitore qui a Tunisi, ma aveva perso il lavoro, io nemmeno sapevo che aveva intenzione di partire, ma mio marito sì, e lo aveva sostenuto nella sua scelta, io l’ho scoperto poi… non posso credere a quello che gli è capitato» dice aggrottando la fronte, «è partito per cercare lavoro! Non per fare del male, solo per lavorare!».

Entrambe hanno raccolto i video di alcuni telegiornali dell’epoca in cui loro sostengono di aver visto i propri figli. «Quel ragazzo che entra sull’autobus con la bottiglietta d’acqua in mano! È lui, è il mio unico figlio!», esclama Fadila nel rivedere un filmato di un telegiornale francese di TF1.

Questi spezzoni di video presi da telegiornali e servizi TV, sono stati raccolti con l’aiuto di Reimi Kereim, presidente dell’associazione Giuseppe Verdi di Parma, che sin dal 2011 porta avanti la causa dalla parte italiana, «lei ci aiuta dalla parte italiana; mentre dalla parte tunisina ci aiutano la Lega tunisina per i diritti umani e il Forum», spiega Fatma.

Abderrahman Hedhili, segretario generale della Lega per i diritti umani e di Forum Tunisino dei diritti economici e sociali (Forum), ha seguito il caso dall’inizio. «Tra il 2000 e il 2010, 20.000 giovani hanno lasciato la Tunisia», spiega Hadili ma subito, «dopo la dipartita di Ben Ali, il 14 febbraio 2011, è stata registrata un’enorme ondata: le autorità tunisine parlano di 25.000 giovani, ma noi stimiamo che siano intorno ai 37mila»

Hadili parla del cosiddetto “pragmatismo popolare”: i giovani hanno capito che a medio termine non avrebbero avuto sbocchi per un futuro migliore in Tunisia, «e hanno approfittato del periodo di rivolta per prendere il mare e tentare la via della migrazione».

In molti sono partiti senza contattare le famiglie, «abbiamo raccolto i dossier di 503 famiglie, e stimiamo che siano 1500 i tunisini scomparsi, dato che molte di queste famiglie, soprattutto quelle provenienti dalle campagne, non ci hanno contattato».

Sin dall’inizio, il Forum si è battuto per aprire una commissione d’inchiesta e per fornire assistenza sociale e psicologica alle famiglie delle vittime. «Le madri sono devastate, hanno bisogno di aiuto, due madri», Jeanette Heimi e Ouahida Callel, «si sono addirittura immolate in una piazza per la disperazione e lo sconforto».

Ma è grazie alla mobilitazione delle madri che hanno organizzato decine e decine di sit-in, di manifestazioni, che la questione non è finita nel dimenticatoio, nonostante non ci sia ancora traccia di risposte concrete. «Hanno incontrato Essebsi», primo ministro, «che aveva promesso di aprire la commissione d’inchiesta che è stata aperta nel 2015, con i rappresentati del ministero degli affari sociali, il ministero degli affari esteri e quello di giustizia, insieme a membri della società civile, l’UGTT e il Forum».

Si tratta di una grande mole di lavoro tecnico, raccolta delle analisi, delle impronte digitali e del DNA, ma da quello che Hedili ha riscontrato nell’ultimo anno di lavori è che dalla parte tunisina non c’è una reale volontà politica, necessaria per avere risultati e per procedere nell’inchiesta.

O il mare o il jihad

«È un fenomeno di grande scala», spiega Abderrahman Hedili, e per capirlo, «bisogna soffermarsi sulla situazione socio-economica in cui versa il paese».

«Da una parte, i protagonisti e i promotori della rivoluzione del 2011, vengono sempre più marginalizzati, dall’altra nessun governo ha ancora toccato o pensato a soluzioni per la questione economica e sociale», spiega Hedili, riferendosi alla marginalizzazione dei giovani, che non solo non trovano lavoro, ma hanno perso la progettualità, e la visione di un futuro, sentendosi in trappola e senza via di fuga.

La questione migratoria è molto delicata, perché pur aprendo il vaso di Pandora sulla situazione socio-economica della Tunisia, si tratta di un dossier legato alle politiche migratorie dell’Europa, «e avendo bisogno di sostegno economico europeo, la Tunisia non è nella posizione di poter negoziare sul fronte migrazioni», spiega Hedili.

La difficile situazione socio-economica di alcuni quartieri e alcune città tunisine è un humus favorevole al proliferare di diverse idee. «Sicuramente sono ambienti favorevoli per le migrazioni clandestine, ma anche per il reclutamento di giovani jihadisti», spiega Hedili, «la povertà non è l’unico fattore, infatti si sono contati jihadisti provenienti dalle più diverse classi sociali, ma è uno dei fattori».

Per Hedili, il problema più grave che attanaglia la gioventù tunisina è da cercare nella frustrazione per la mancanza di una visione per il futuro. «Se da un lato i giovani migranti sono pronti a rischiare la vita in mare per trovare un futuro migliore», spiega Hedili, dall’altro una mancanza di visione e progettualità può avere effetti opposti su altre persone, disposte addirittura ad affiliarsi a ideologie radicali ed estremiste come quelle di ISIS, che benché opinabili, hanno una visione e un progetto.

Secondo Ali Zimerdini, della Lega tunisina per i diritti umani, il ventennio di Ben Ali ha segnato una forte rottura generazionale. «Se prima la scuola era considerata come una scala sociale, in cui si studiava filosofia, fisica, letteratura, durante il ventennio Ben Ali, si è estremamente impoverita». Ogni anno più di 100.000 studenti lasciano gli studi, e se i più dotati aspirano a continuare gli studi all’estero, i meno studiosi aspirano a migrare clandestinamente in Europa.

Contando che circa 7500 tunisini hanno raggiunto le fila di ISIS in Siria, Iraq o in Libia, e più di 20.000 sono migrati in Europa, «le priorità delle politiche nella Tunisia di oggi, devono essere rivolte ai giovani, al sociale, all’occupazione e all’educazione», sentenzia Ali Zimerdini.

Le madri degli scomparsi continuano a battersi per ottenere risposte riguardo i loro cari, facendo pressioni in Tunisia, e partecipando a campagne di sensibilizzazione in Italia, come la recente Carovana dei Migranti terminata il 18 aprile in Sicilia, perché non si smetta mai di parlare delle migliaia di desaparecidos del Mediterraneo e un dibattito in seno alla società civile si possa aprire.

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