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Qui Binnish, Siria: ecco perché non possiamo mollare

12 Maggio Mag 2016 1358 12 maggio 2016
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La guerra in Siria continua ogni giorno, nel silenzio dei media. Ecco la testimonianza di due operatori di AiBi, impegnata con molti progetti proprio nella zona colpita

La guerra in Siria continua ogni giorno, nel silenzio dei media.
11 maggio: «Ci dicono da Binnish che dopo attacchi di ieri sono stati danneggiati l’ufficio di Syrian Children Relief e i magazzini di farina e latte».
10 maggio: Oggi a Binnish sono stati bombardati il mercato e l’ospedale che abbiamo supportato nel 2014. Prego per le vittime e per gli amici di Syrian Children Relief
7 maggio: È confermato, sotto la tenda c’era una scuola: 8 bambini uccisi.
5 maggio: Oggi bombardato un campo di sfollati vicino al confine turco. 30 morti. Sotto la tenda ci sono i resti di quaderni colorati.

Quella che avete appena letto è la timeline di Luigi Mariani, country coordinator di AiBi in Siria, su twitter. «Una foto ritrae dei quaderni colorati mezzi bruciati, sotto quel che resta di una tenda: lì si trovava uno dei ‘temporary learning centres’, delle scuole informali dove si fornisce un’istruzione di base ai minori che vivono nei campi», spiega Luigi: «presto AiBi avvierà delle attività di supporto psicosociale con centinaia di bambini, insieme all’ente partner Shafak e agli operatori che abbiamo appena formato. Ma se nessuno si mobilita davvero, come possiamo essere certi che altri bambini non subiranno in futuro la stessa sorte di quelli di Sarmada?».

«In Siria ci sono 13,5 milioni di persone in assoluto bisogno di aiuti umanitari, 6 milioni sono bambini. Nonostante la tregua la situazione non migliora, anzi gli sfollati aumentano», prosegue Giacomo Argenton, cooperante AiBi in Siria. Il progetto Bambini in Alto mare di AiBi aiuta le famiglie siriane rimaste in Siria, grazie anche alla campagna di sostegno a distanza “Non lasciamoli soli”. AiBi ha scelto di puntare su minori e sicurezza alimentare e proprio a Binnish, una delle aree colpite nei giorni scorsi, da novembre 2015 AiBi distribuisce ceste alimentari a 1.090 famiglie: «Si tratta in realtà di 1.165 ceste per 1.090 famiglie, parecchie famiglie hanno 10-11 componenti mentre la composizione delle ceste è tarata su 5 persone. Dopo cinque anni, qui siamo ancora in piena emergenza», continua Argenton. La distribuzione delle ceste ready to eat è stata replicata ad Aleppo in aprile, 18mila ceste in un mese per un valore di 250mila dollari, «ma c’è la necessità di proseguire ancora» perché il bisogno è impellente e perché avere la sicurezza di un pasto «dà la possibilità di concentrarsi sulla ricerca di altre opportunità: le famiglie sfollate non hanno nulla, nemmeno lavori occasionali o nell’economia informale e non avendo nulla adottano spesso meccanismi di adattamento negativi come i matrimoni forzati, il rovistare tra i rifiuti e mangiare ciò che trovi per strada, il bruciare la plastica per scaldarsi…», racconta Giacomo.

A Binnish, AiBi ha rimesso in funzione un forno nel 2014: oggi ci lavorano una decina di persone e produce circa 3 tonnellate di pane al giorno, che finisce anche nelle ceste distribuite da AiBi. «Nella cesta ci sono prodotti come riso, lenticchie, zucchero, patate e pomodoro. Il pane fresco – 15 kg al mese a famiglia – non è nella cesta ma le famiglie lo possono avere con dei voucher che danno la possibilità di comprarlo al forno o ai punti di distribuzione. È un modo per dare continuità all’intervento, nell’ottica della sostenibilità».

Sempre lì, AiBi ha aperto una ludoteca, o per essere più precisi un “child friendly space”: uno spazio seminterrato, non esposto alle bombe, in grado di accogliere contemporaneamente 200 bambini, che qui possono giocare e ritrovare l’infanzia. Gli otto operatori della ludoteca stanno partecipando a una formazione psicosociale curata da AiBi e finanziata dalle Nazioni Unite, per rafforzare le competenze di 100 insegnanti, educatori e animatori del nord della Siria, che accompagneranno 4mila bambini: «Chi aveva competenze e poteva fuggire l’ha fatto, oggi è urgente formare personale qualificato che contribuisca a ricostruire il Paese», conclude Argenton.

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