Biennale Architettura 2014 Marco Secchi:Getty Images
Cultura

Al via la Biennale più sociale della storia

27 Maggio Mag 2016 1015 27 maggio 2016
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Inaugura oggi 27 maggio a Venezia la Biennale di architettura 2016. Sarà presente anche il ministro per i Beni e le attività culturali Dario Franceschini. A curare il Padiglione Italia per la XV edizione lo Studio di TAMassociati con il progetto “Taking Care. Progettare per il bene comune”. «Abbiamo messo insieme due mondi: quello culturale e quello sociale. Le non profit saranno le protagoniste», dice Raul Pantaleo, socio di TAM. E la bellezza? «È componente fondamentale e strumentale alla crescita sociale»

Credono che la bellezza sia componente fondamentale e strumentale alla crescita sociale. Per questo per la prossima Biennale hanno pensato di creare un cortocircuito: mettere a progettare gomito a gomito due mondi che si immaginano lontani l’uno dall’altro, quello della cultura e quello del sociale. È il progetto messo a punto da TAMassociati, lo studio veneziano che quest’anno cura il Padiglione Italia alla Biennale di architettura. “Taking Care. Progettare per il bene comune” è il nome del progetto, che è strettamente connesso con la caratteristica della Biennale 2016, affidata all’architetto cileno Alejandro Aravena.

Aravena, premio Pritzker quest’anno, è uno straordinario innovatore nel campo del social housing e ha immaginato una Biennale decisamente orientata in chiave sociale. La sua è un’idea di architettura pensata non solo “per l’altro”, ma anche “dall’altro”: progetta complessi in cui parte della cubatura viene lasciata aperta per dare la possibilità a chi vi abita di adattarla meglio alle proprie esigenze.

Taking Care corrisponde anche alla filosofia che lo Studio TAMassociati sta portando avanti da oltre 20 anni. Raul Pantaleo ne è il titolare, insieme a Simone Sfriso e Massimo Lepore. «La nostra idea», racconta Pantaleo, «era quella di costruire una piccola impresa sociale nel campo della progettazione. Così abbiamo unito la nostra passione civile con le nostre attività tradizionali. Abbiamo abbandonato poco alla volta il lavoro con i privati per dedicarci a tutte quelle entità non profit che stavano costruendo quello che secondo noi era il bene sociale».

Progetto che è stato sancito anche dalla collaborazione con Emergency che ormai va avanti da 12 anni. TAMassociati segue in particolare la trasformazione dei loro ospedali: ultimo in ordine di tempo l’Health Centre a Qoratu, campo profughi nel Kurdistan irakeno.

Da sinistra Simone Sfrisio, Massimo Lepore e Raul Pantaleo, i tre titolari di TAMassociati

Non stupisce quindi nel titolo del progetto, quel “Taking Care”. «Avere cura degli spazi, delle persone, e poi metterle all’interno dei progetti. Pensiamo all’architettura come ad un servizio». Il tema messo al centro da Aravena è in particolare quello di inquadrare le problematiche delle periferie. «Quello che abbiamo voluto fare», continua Pantaleo, «è stato dare un messaggio positivo. Anche perché pensiamo alla periferia non come un luogo fisico ma come un luogo della mente. La periferia è abbandono, degrado civico. Sono condizioni sociali, legate alla varie marginalità che un individuo può sperimentare: quella culturale, politica, economica. Per questo il nostro approccio al tema è stato
molto proattivo. Ci siamo “voluti prendere cura di”. Abbiamo contattato cinque grandi associazioni non profit italiane», continua Pantaleo.


«Una si occupa di ambiente, una di legalità
e poi a seguire cultura, sanità e sport. Ad ogni associazione abbiamo affiancato un progettista. E insieme, associazione e progettista, hanno pianificato la realizzazione di cinque dispositivi mobili. Saranno dei veri e propri container che daranno un servizio nelle periferie dove queste associazioni operano. Ci sarà, ad esempio, una biblioteca — centro civico mobile; un ambulatorio, un dispositivo di monitoraggio ambientale. Mobili vuol dire che si muoveranno per davvero. Come le periferie d’altronde, luoghi in continuo movimento».

Saranno le associazioni quindi a diventare il cuore del progetto. Ed è a loro che poi saranno destinati i dispositivi realizzati; ne diventeranno i proprietari e li gestiranno autonomamente. Sì perché, alla Biennale, saranno esposti solo i progetti. «Complessivamente costeranno 340-360mila euro. La costruzione dei dispositivi sarà poi resa possibile attraverso due canali: gli sponsor e un crowdfunding civico che lanceremo proprio nei giorni della Biennale».

L’aspettativa è quindi quella di una “Biennale sociale”, di cambiamento. «Ma il cambiamento», sottolinea Pantaleo, «passa attraverso quello che si vede». E a Venezia ci si aspetta di vedere cose belle. Ed è con la bellezza che quest’anno si cercherà di sfatare un altro luogo comune. Di solito si pensa al non profit come a qualcosa senza eccessi. Deve essere poco vistoso, altrimenti non è “buono“. «Io credo invece che la bellezza», continua Pantaleo, «sia davvero componente fondamentale e strumentale alla crescita sociale. E credo che in un progetto di periferia o di degrado bisogna tenerne conto. La vera sfida di questo padiglione è far capire come la bellezza aiuti a fare meglio le cose; aiuti a curare e prendersi cura degli spazi. Bellezza vuol dire prendersi cura delle persone».


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