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Adozioni internazionali

I bambini del Congo "sequestrati" a Spinaceto? Ecco la nostra verità

3 Giugno Giu 2016 1806 03 giugno 2016
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Cecilia e Marco due giorni fa hanno abbracciato Benita, 5 anni e mezzo, adottata in Congo. Per la prima volta una coppia che ha scelto di fidarsi della Commissione Adozioni Internazionali ha accettato di rispondere a un'intervista. Ecco la loro testimonianza.

Cecilia e Marco hanno atteso questo giorno per sei anni. Da due giorni sono a casa, in un piccolo paese della provincia di Torino, con una bimba di cinque anni e mezzo appena arrivata dal Congo, tanto minuta che pare, a vederla, che di anni ne abbia tre. Sono trascorsi sei anni da quando hanno avviato le pratiche per l’adozione (la seconda per loro, il primo figlio lo hanno adottato in Mali nel 2008) e ancora oggi, benché siano incappati sia nella chiusura delle adozioni in Mali sia nella moratoria della Repubblica Democratica del Congo, Marco afferma che «avrei molto più da ridire sulla prima parte della trafila adottiva, quella in Italia, per l’idoneità».
Cecilia e Marco hanno vissuto l’ultimo arrivo dei bambini dal Congo, quello del 1° giugno. Vogliono portare la loro testimonianza, perché «non condividono i racconti di questi due giorni, che parlano di bambini sequestrati».

Quando vi è stato comunicato l’arrivo in Italia di vostra figlia?
M:
Ci ha telefonato la Commissione adozioni internazionali intorno alle 9.45 del giorno in cui sono arrivati i bambini, quindi sì, dopo che l’aereo era atterrato. Eravamo stati avvisati che ci avrebbero chiamati all’ultimo momento: certo che avremmo preferito fare con più calma, ma per come si sono messe le cose purtroppo questa è stata un’esigenza.

Dopo quella chiamata che è successo?
M: Io ero in ufficio, in un quarto d’ora sono uscito.
C: Io stavo tirando fuori le valigie, si sentiva nell’aria che mancava poco… ovviamente le valigie erano pronte da due mesi, le avevamo preparate subito dopo lo sblocco da parte di Kinshasa e poi le abbiamo messe via per non vederle in giro per casa, era troppo doloroso. È vero che era già successo in questi due mesi di tirarle fuori perché sembrava che Benita stesse per arrivare e poi invece le abbiamo rimesse via…
M: Non è un’attesa che sia costata poco, è stato doloroso, soprattutto gli ultimi due mesi. Ma a noi non è sembrato gusto cercare un colpevole a tutti i costi. Oltre all’aspetto emotivo, personale, c’è stata la difficoltà del fatto che ogni volta che dovevo programmare qualcosa sul lavoro dovevo tener conto del fatto che proprio quello poteva essere il momento giusto e lo avrei saputo praticamente senza preavviso… non è che sia una cosa facile da gestire e da far comprendere a tutti.

Mercoledì dove avete incontrato vostra figlia?
M: Nella caserma di Spinaceto. Però non deve pensare a qualcosa di poliziesco. È un edificio nuovo, i bambini sono stati nella zona degli uffici, non abbiamo visto nessuno in divisa, nessun’arma. Era la terza volta che questa caserma faceva questo servizio (sono stati portati a Spinaceto anche i bambini arrivati l'11 aprile e poi nel week end dell'8-9 maggio, ndr), alcune poliziotte avevano portato da casa i giochi dei loro figli, ho visto un ragazzo che ha abbracciato forte il bambino prima di affidarlo ai suoi genitori, era visibilmente commosso. I bambini erano sereni, non possiamo fare altro che ringraziare tutti. Benita aveva qualche linea febbre, è stata visitata dal medico e dall’infermiera della struttura, quando siamo arrivati ci hanno fatto parlare con loro per rassicurarci.

La famiglia al completo, disegnata dal figlio più grande di Cecilia e Marco

Non sarebbe stato preferibile un altro luogo? Una caserma come nido per accogliere un momento così prezioso come l’incontro tra un bambino e i suoi genitori non suona tanto bene…
M: Le ripeto, a parte l’ingresso, una volta entrati non si aveva l’impressione di essere in una caserma. Quanto al luogo… se fossimo andati tutti in aeroporto, con 41 bambini che arrivavano, l’aeroporto aveva spazi adeguati? Una sala di un hotel? Francamente non vedo tanta differenza. Quando incontrammo il nostro primo figlio a Bamako, in Mali, eravamo nell’ufficio dell’orfanotrofio, in mezzo ai computer e alle persone che parlavano al telefono… eppure quello è tra i nostri ricordi più belli. Un posto è un posto, se decidi che lo vivi male lo vivi male qualunque esso sia.

Pare che la scelta sia stata fatta per evitare i giornalisti.
C: Sì, la critica che sentiamo è questa, che la CAI in questo modo avrebbe voluto evitare che le famiglie incontrassero i giornalisti. Però se vuoi fare critiche alla Cai, le puoi fare un’ora dopo l’arrivo dei bambini, non cambia nulla: non mi sembra che questa possa essere la ragione. Noi l’abbiamo vissuta come un dare uno spazio, un luogo alle famiglie.

Secondo voi non era possibile tutelare la privacy delle famiglie in un altro modo?
C: C’erano altre possibili soluzioni? Nel migliore dei mondi possibili, sì. Io parto dal presupposto che sono una madre, amo i miei figli e ciononostante faccio tantissimi errori… Hanno deciso così, va bene, l’abbiamo accettato. Potendo scegliere… avremmo preferito che si fosse chiuso tutto tre anni fa.

Chi c’era a Roma con i bambini?
M: I bambini, nel loro complesso, hanno viaggiato con 18 accompagnatori, così ci è stato detto. A Roma con i bambini abbiamo trovato la presidente del nostro ente e la psicologa dell’ente, che li conosceva bene perché era stata a Kinshasa tre mesi, subito dopo la moratoria del 2013. Ovviamente c’erano la dottoressa Della Monica e altri funzionari della CAI per le procedure burocratiche.

Torniamo all’inizio di quella giornata. Siete partiti da Torino il mattino, vi è stato detto dove andare?
M: No, solo di metterci in viaggio. Successivamente, nel pomeriggio, ci è stato indicato un punto di ritrovo. Noi siamo arrivati a Roma verso le 18. Da lì, verso le 19, insieme ad altre coppie, saremo stati una decina, un pulmino – non un pick-up, con grande delusione di nostro figlio più grande – ci ha accompagnati alla caserma.

Quindi avete incontrato Benita almeno 12 ore dopo il suo arrivo in Italia. Come è stato l’incontro?
C: Emozionante, ovvio. Benita stava cenando, ha un carattere chiuso, aveva la febbre, comincia ora a sorriderci… è stato un incontro delicato nei modi. Con noi c’erano il fratello e la nonna, che vive in casa con noi. Era una sala grande, ogni famiglia ha potuto avere il suo spazio. Quindi oltre alla nostra gioia di incontrarci come famiglia è stato bello anche poter condividere la gioia di altre coppie che incontravano i loro figli, i bambini che erano amici fra loro hanno potuto salutarsi… mi sono emozionata per Benita ma anche per gli altri.

In questi lunghissimi due anni e mezzo, cosa vi è pesato di più?
C: Sicuramente questi ultimi due mesi, quando vedi che la fine è vicina fai più fatica.

In questa vicenda RDC, le famiglie si sono molto divise. C’è chi ha criticato la gestione della Cai e ha sollecitato più informazioni e chi - voi siete tra questi - ha scelto di fidarsi. Come vi spiegate il fatto che ci siano voluti più di due mesi per portare a casa i bambini, una volta avuto il via libera da Kinshasa? E che altri 18 ancora mancano all’appello?
M: Aspettiamo che arrivino anche gli altri 18 bambini, poi vogliamo sapere esattamente - dall’ente e dalla Cai - cosa sia successo riguardo questi due mesi. È vero però che anche USA e Francia stanno ancora tribolando, quindi è una difficoltà mondiale, che non riguarda solo l’Italia.

Nelle comunicazioni della CAI si è letto spesso che la gran parte delle famiglie sosteneva la Commissione e si fidava di essa. Come mai nessuna di queste famiglie si è esposta, ad esempio con interviste?
M: Abbiamo scelto di affidarci alla Cai e la Cai ci ha sempre chiesto discrezione. La Commissione stessa aveva la possibilità di replicare alle tante accuse che sono state mosse nei suoi confronti e non lo ha fatto, quindi abbiamo tenuto la stessa linea. Noi non amiamo la polemica, nemmeno nei confronti delle altre coppie, perché ognuno ha il proprio modo di vivere la sofferenza. Per noi però è stato importante ricordare che alcuni comportamenti hanno conseguenze anche per tutti gli altri: siamo tutti sulla stessa barca, se qualcuno la fa affondare, affondiamo anche noi. È questo che ci ha diviso.

Perché voi avete deciso di fidarvi della CAI?
C: In primo luogo ci fidiamo dell'ente, che si fida della Commissione. Inoltre abbiamo ricevuto risposte che ci hanno convinto. Non erano le risposte che avremmo voluto avere, ma quelle c’erano in quel momento, volta per volta. Noi ci siamo passati due volte, l’unica informazione che conta, quando aspetti un figlio, è la data certa del giorno in cui potrai partire e abbracciarlo, non c’è altra risposta che ti possa mettere la pace nel cuore. Ci hanno dato poche informazioni, è vero, ma per lunghissimi periodi oggettivamente non c’è stato niente da dire. Se ci avessero scritto una mail al giorno non sarebbe cambiato nulla. Penso ad esempio a quando è arrivata la notizia dello sblocco della nostra pratica, è stato bellissimo, ma la gioia è durata un giorno, perché poi siamo tornati in attesa dello step successivo… Le poche informazioni che avevano, ce le hanno date. Non abbiamo trovato giusto cercare a tutti i costi un colpevole per questa situazione oggettivamente complicata.
M: Per noi è stato il meglio che potesse capitarci in questa situazione. Quando ti cade una tegola sulla testa non sei felice: è capitato e siamo arrivati in un ospedale che è il meglio che potevamo trovare. Non lo dico perché Benita è arrivata, ma questa esperienza davvero ci ha fatto recuperare fiducia nelle istituzioni.

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