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Migration Compact UE, prezioso ma ancora fragile

8 Giugno Giu 2016 0930 08 giugno 2016
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La Commissione europea ha presentato a Strasburgo la sua proposta per far fronte all’emergenza migrazioni. Otto i miliardi previsti per i paesi prioritari, con la speranza di ottenere un effeto leva fino a 62 miliardi. Ma gli Stati Membri devono fare la propria parte, mentre quelli africani hanno poche scelte: o collaborano, oppure l’Europa taglierà gli aiuti allo sviluppo e applicherà ritorsioni commerciali. In gioco c’è la vita dei migranti. 10.000 quelli morti nel Mar Mediterraneo dal 2014. Ma gli interrogativi sussistono. Vi spieghiamo il perché.

Tra l'UE e l'Africa si è instaurato un dialogo decisamente strano. Dove si fa finta di essere in due, ma alla fine chi parla e decide è soltanto l’Europa. Soprattutto quando si tratta di fermare i migranti. Con statistiche da brividi, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (OIM) ci ricorda che dal 2014 sono morti 10mila migranti nel Mar Mediterraneo. Con l’estate alle porte e una ripresa intensa del traffico in provenienza dal Nord Africa (con l’Italia a superare la Grecia come terra d’approdo dal mese di aprile), non c’è tempo da perdere. Lo aveva intuito Matteo Renzi, che nel mese scorso aveva fatto grandi pressioni con una prima proposta per cambiare radicalmente approccio sui flussi migratori e mettere le migrazioni al centro della politica estera dell’UE, con un focus sull’Africa.

Ieri la Commissione europea ha raccolto la proposta del Presidente del Consiglio per farla propria e presentarla a Strasburgo, davanti ai parlamentari europei. C’erano i due vice-Presidenti della Commissione guidata da Juncker: il suo braccio destro, Frans Timmermans, e Federica Mogherini. «Milioni di persone si spostano nel mondo, un fenomeno che riusciremo a gestire solo agendo a livello globale e in piena collaborazione», ha dichiarato l’Alto Rappresentante della diplomazia UE. «Per questo proponiamo un nuovo approccio finalizzato alla creazione di partenariati forti con paesi strategici».

Un piano tra emergenza e sviluppo

In concreto di cosa si tratta? «Nello spirito dell'agenda europea sulla migrazione», si legge nel comunicato finale diffuso dalla Commissione UE, «le priorità sono: salvare vite in mare, aumentare i rimpatri, consentire ai migranti e ai rifugiati di rimanere vicino a casa e, a lungo termine, sostenere lo sviluppo dei paesi terzi (Africa e Medioriente, ndr) per affrontare le cause profonde della migrazione irregolare. L'UE cercherà di concludere partenariati "su misura" con i principali paesi terzi di origine e di transito utilizzando tutte le politiche e tutti gli strumenti di cui dispone per ottenere risultati concreti». A breve, l’UE concluderà patti con la Giordania e il Libano, per poi stipularne altri con Niger, Nigeria, Senegal, Mali e Etiopia, e infine Tunisia e Libia. Fin qui tutto bene, diciamo così.

Le priorità del Migration compact sono: salvare vite in mare, aumentare i rimpatri, consentire ai migranti e ai rifugiati di rimanere vicino a casa e, a lungo termine, sostenere lo sviluppo dei paesi terzi per affrontare le cause profonde della migrazione irregolare.

Oltre alle vite umane da salvare, rispetto alle quali l’Italia non si è mai tirata indietro, e lo spauracchio dell’estrema destra europea che potrebbe sfruttare una presunta psicosi collettiva sulle presunte “invasioni barbariche” di migranti, sempre loro, come al solito il nervo della guerra è un altro: i soldi. Il piano illustrato ieri dall’esecutivo comunitario davanti alla Plenaria del Parlamento europeo promette 8 miliardi di euro di risorse da qui al 2020, che saranno destinati prioritariamente a partnership con Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Etiopia, Libano e Giordania. Secondo il sito Eunews, «di questi fondi, soltanto 500milioni di euro sono soldi freschi, che arriveranno dal Fondo europeo di sviluppo, tutte le altre risorse su cui fa affidamento la Commissione europea sono fondi già noti».

Gli Stati Membri UE agli abbonati assenti

Sul lungo termine, la Commissione europea spera mobilitare, grazie ad un sistema di garanzie, «fino a 62 miliardi di euro di fondi pubblici e privati nell’economia reale». Ma sarà fondamentale che gli Stati Membri assumano le loro responsabilità. L’esecutivo europeo è pronto a mettere sul tavolo 3,1 miliardi di euro da qui al 2020 per ottenere un effetto leva pari a 31 miliardi, sperando che gli Stati membri e “altri partner” facciano altrettanto.

Il Migration Compact in salsa UE è un misto tra l’accordo con la Turchia, il Piano Juncker per gli investimenti nell’UE e il Fondo fiduciario per l’Africa adottato nel novembre 2015 durante il Summit di La Valletta sulle migrazioni tra Europa e paesi africani.

Sull’accordo con la Turchia si è detto di tutto. Alcuni lo hanno definito un patto con il diavolo (incarnato dal Premier turco Erdogan), che ricatterebbe l’Europa per ottenere fondi e tante altre cose. Altri invece vantano il fatto che da quando è stato firmato, il flusso dei migranti che attraversano il Mar Egeo è calato vistosamente, e di conseguenza anche il numero delle tragedie, che non hanno fatto altro che re-intensificarsi al largo dell’Italia. E così è stato. Sullo sfondo, tra Turchia e l’Europa è una storia di ricatti in cui ognuno pensa di avere il manico del coltello dalla parte sua, con Bruxelles disposta a dare i soldi e accelerare il processo di integrazione della Turchia nello spazio UE (impossibile sul breve termine) soltanto se Ankara aiuta a fermare i flussi verso la Grecia. La stessa logica vale per i paesi prioritari coinvolti nel “Migration Partnership Framework”. Ed è scritta nero su bianco nella nuova proposta della Commissione europea: «Una combinazione di incentivi positivi e negativi sarà integrata nelle politiche UE nel campo dello sviluppo e del commercio, per ricompensare i paesi disposti a collaborare in modo efficace con l'Unione nella gestione della migrazione e garantire che quelli che si rifiutano di farlo ne subiscano le conseguenze». In altre parole: se non fanno quello che dice l’UE, Bruxelles taglierà gli aiuti allo sviluppo e adoterrà misure di ritorsione in campo commerciale.

Il Migration Compact in salsa UE è un misto tra l’accordo con la Turchia, il Piano Juncker per gli investimenti nell’UE e il Fondo fiduciario per l’Africa adottato nel novembre 2015 durante il Summit di La Valletta sulle migrazioni tra Europa e paesi africani.

Gli africani costretti a dire sì

In realtà, queste minacce non sono nuove. La sospensione degli aiuti è prevista nell’articolo 96 dell’Accordo di Cotonou che regola fino al 2020 le relazioni tra l’UE e i paesi ACP (Africa-Caraibi e Pacifico) e la cui revisione, guarda caso, coincide con la crisi migratoria. Questo accordo comprende una dimensione politica, la cooperazione economica e commerciale e la cooperazione allo sviluppo. L’articolo 96 è stato applicato più di una quindicina di volte dal 2000 (anno in cui è stato firmato l’Accordo di Cotonou) - l’ultima nel marzo scorso con il Burundi -, in seguito a rovesciamenti di governo violenti, escalation di violenza o violazioni dei diritti umani. Sul fronte commerciale, da anni UE e ACP sono ai ferri corti sugli Accordi di partenariato economico (EPA), che molti esperti e attori della società civile considerano sfavorevoli all’Africa.

Poi c’è il Piano Juncker, un Piano per gli investimenti lanciato nel novembre 2014 dal presidente della Commissione Ue per far rilanciare l’economia in Europa e creare nuovi posti di lavoro. Il Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi) ha come obiettivo quello di liberare 315 miliardi in tre anni sulla base di 16 miliardi di garanzie del bilancio Ue e di 5 miliardi «cash» messi dalla Bei. Anche lì, alcuni sostengono che finora non ha dato i frutti sperati, mentre il vice-Presidente della Commissione Timmermans assicurava ieri il contrario: «i critici dicevano che non avrebbe funzionato. Invece siamo già arrivati a 100 miliardi di investimenti», con un effetto leva importante.

Infine il Trust Fund for Africa. A Malta, la Commissione UE aveva promesso di erogare 1,8 miliardi di euro, chiedendo agli Stati membri di contribuire con la stessa somma a lottare contro le cause profonde dell’immigrazione irregolare. Ma finora i 28 paesi UE hanno messo a disposizione appena 81 milioni di euro. Anzi, 81.816.309 euro e 61 centesimi, come si evince dalla tabella aggiornata il 6 giugno dalla Direzione Generale Sviluppo della Commissione europea (DEVCO).

Per il Trust Fund for Africa, gli Stati Membri hanno messo a disposizione poco più di 81 milioni di euro contro 1,8 miliardi richiesti dalla Commissione europea.

Il Fondo fiduciario per l’Africa: un modello da seguire?

Molti di loro hanno erogato lo stretto necessario (3 milioni di euro) per sedere al board dove si decidono le strategie ed i progetti da implementare in 23 paesi africani. L’Italia ha messo 10 milioni, meglio ha fatto soltanto l’Olanda. Ad ogni modo, visto il precedente di La Valletta, molti rimangono convinti che i governi europei non metteranno mai a disposizione i 3,1 miliardi di euro richiesti dalla Commissione Ue per arrivare a 31 miliardi, che poi radoppieranno con la parte della Commissione. Di sicuro sventolando 62 miliardi di euro, la Commissione spera rassicurare i paesi africani che, come ha ricordato ieri il presidente del Gruppo dei Socialisti e Demoratici del Parlamento europeo, Gianni Pittella, non potevano accettare a lungo gli aiuti sproporzionati concessi alla Turchia (6 miliardi in due anni) rispetto a quelli promessi all’Africa (1,8 miliardi per 23 paesi su 5 anni). Ma questa nuova iniezione di fondi suscita parecchi interrogativi. Intanto è lecito chiedersi se il modello del Fondo fiduciario africano sia quello da seguire. Dalla sua concezione alla sua prima fase di implementazione, passando per i negoziati che hanno permesso di raggiungere un accordo a La Valletta, il Trust Fund for Africa rimane uno strumento finanziario che non brilla per trasparenza.

Come avevamo scritto in novembre, il Summit di La Valletta era stato preceduto da negoziati duri in cui alcuni Stati membri non avevano esitato ad esercitare ricatti sui governi africani, usando a piacimento un’arma diplomatica vecchia come il mondo: dividere (gli africani) et impera. Poi una volta firmato l’accordo a Malta, è iniziata la fase dell’implementazione (alcuni fonti raccolte da Vita.it a Bruxelles hanno rivelato che alcuni progetti erano già stati studiati e approvati a tavolino già prima del Summit). Da mesi, le organizzazioni non governative lamentano un’opacità totale sul modo con cui i finanziamenti vengono erogati e i progetti approvati. «Per ora, le ONG non possono avere accesso direttamente ai fondi», ha sostenuto la Commissione europea durante una sessione informativa che si è tenuta a maggio.

Le aree coinvolte nel Trust Fund sono tre: il Nord Africa, la Regione Sahel e Lago Ciad, e il Corno d’Africa. Dalle informazione raccolte sul sito del Trust Fund for Africa, in Africa Occidentale sono stati approvati 21 progetti per un totale che supera i 380 milioni di euro. A farla da padrone sono le agenzie di sviluppo nazionali, in primis naturalmente l’Agence Française de Développement (AFD). L’Italia, attraverso il MAECI e la Direzione Generale Sviluppo, gestisce un progetto di inserimento socio-economico delle donne in Burkina Faso pari a 5,2 milioni di euro.

Da mesi, le organizzazioni non governative lamentano un’opacità totale sul modo con cui i finanziamenti vengono erogati e i progetti approvati nel Fondo Fiduciario per l'Africa.

Sul versante opposto, in Africa orientale, gran parte della torta degli aiuti viene spartita dalla cooperazione tedesca (GIZ), quella inglese (DFID) e la nostra. In totale sono stati approvati o sono in corso di approvazione circa una cinquantina di programmi per una cifra complessiva pari a 470 milioni di euro. La cooperazione italiana, in questo caso, gestice due programmi: uno di 12 milioni di euro sui rifugiati in Sudan, mentre il secondo in Etiopia supera i 37 milioni di euro, di cui 3 milioni sono stati assegnati a ILO e UNIDO.

In realtà, le ONG potranno accedere ai finanziamenti via le agenzie di sviluppo nazionali. Lasciamo da parte le logiche di spartizione coloniale che sottende questo approccio (qui c’è il rischio che i francesi vadano a finanziare ong francesi, quella inglese le ONG inglesi, e così via, indipendentemente dalla qualità dei progetti), la fisosofia del Trust fund for Africa ha due limiti importanti: il primo è il tempo. Da un lato bisogna fare in fretta, dall’altro è necessario intervenire sul lungo termine se si vuole davvero affrontare «le cause profonde della migrazione illegale in Africa». Nella fretta si rischia di finanziare progetti non del tutto utili. Secondo fonti raccolti da Vita.it in almeno un paese saheliano, ci sono programmi che era stati scartati in passati perché inutili o di pessima qualità, ma che sono stati accettati su pressione di un’agenzia di sviluppo nazionale. Una logica che consente a tutti di dimostrare all’opinione pubblica che l’UE è capace di approvare e implementare progetti con celerità.

Il secondo ostacolo riguarda il tipo di progetti e programmi finora approvati. Nella Regione Sahel e Lago Ciad, si punta parecchio su progetti economici a favore di donne e giovani. «Il che va anche bene», sostiene una fonte della Commissione europea contattata da Vita.it. «Però non è così che si possono risolvere i problemi. Qui è necessario investire su grandi progetti infrastrutturali». Strade, ponti, reti ferroviarie, porti, che negli ultimi due decenni sono stati finanziati in larga parte dai cinesi.

Staremo a vedere. Intanto la proposta non si limita soltanto ad interventi nei Paesi Terzi o alle operazioni di salvataggio in mare. Ieri l’esecutivo UE ha messo pure sul piatto una riforma del sistema europeo di migrazione legale, nella speranza di attrarre via le blue card una manodopera altamente qualificata.

L’iniziativa della Commissione europea sarà discussa dagli Stati Membri nel prossimo Summit di capi di Stato e di governo previsto a Bruxelles i 28 e 29 giugno. Il piano d’investimento sarà invece dettagliato in autunno.

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