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Oggi serve un nuovo “Patto della Montagna”, per uscire dalla crisi del tessile

16 Giugno Giu 2016 1512 16 giugno 2016
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Tra il 1944 e il 1945 a Biella un gruppo di imprenditori sancì un accordo rivoluzionario in cui si affermava il principio della parità di salario tra uomini e donne. Due registi biellesi, Manuele Cecconello e Maurizio Pellegrini, hanno lanciato una campagna di fundraising per realizzare un docufilm che ne racconti la storia. «Crediamo che quelle relazioni di rispetto e fiducia tra imprenditori e lavoratori che sono il risultato storico del Patto, siano ancora il terreno su cui investire»

Tra il 1944 e il 1945, mesi prima della fine della guerra, a Biella un gruppo di imprenditori del settore tessile e le maestranze cominciano a incontrarsi grazie all’azione e alla protezione delle truppe partigiane, e sanciscono un patto verbale che determina le nuove condizioni di lavoro: a pari mansioni, un salario uguale per tutti, le 40 ore settimanali (anziché 48 e anche più) e il congedo di maternità retribuito per le lavoratrici.

Un accordo rivoluzionario che sarebbe passato alla storia come Contratto della Montagna, il primo atto in Europa in cui si affermava il principio della parità di salario tra uomini e donne. A quei tempi L'Italia usciva dalla guerra stremata e piena di rovine e quel patto, siglato in clandestinità e nelle tragiche condizioni imposte dalla guerra, poneva le basi per la rinascita.

Eppure nell’era globale, le storie eccezionali diventano patrimonio importante. E Biella ha deciso di raccontare la sua storia eccezionale. Così due registi biellesi Manuele Cecconello e Maurizio Pellegrini hanno lanciato una campagna di fundraising per realizzare il docufilm, “Il patto della montagna”, in collaborazione con la casa di produzione Jean Vigo Italia di Elda Ferri, assieme al Ministero per la Cultura - Fondo Cinema, e Film Commission Torino Piemonte.

Il racconto parte da Christian Pellizzari, 1981, stilista di moda e virtuoso del tessuto. Il suo è un viaggio nella terra biellese che culmina nell’incontro prima con Nino Cerruti, classe 1930, della ditta Cerruti 1881 e in seguito con Argante Bocchio, classe 1924, operaio, antifascista, unica memoria vivente del Patto. “Scioperare nel ’43 era pericoloso. Nei volantini che incominciarono a girare nelle fabbriche si diceva: “basta con la guerra”, “più paga per noi operai”, “la fabbrica deve dare generi alimentari” e “vogliamo sapone”, è il ricordo di Bocchio.

«La moda e la qualità tessile spesso sono protagoniste di storie di sfruttamento. La moda italiana, può invece raccontare un’altra storia che nel biellese trova le sue radici nobili. Il 40% dei tessuti d'alta moda si produce a Biella», ci racconta la produttrice Francesca Conti.

Il docu-film vuole così ricordare i valori di solidarietà che il Patto ha saputo suscitare e che ha permesso, dopo la seconda guerra mondiale, di favorire migliori condizioni di lavoro non solo nel settore tessile. Ai tempi del Patto la spinta era la fame, la paura, la speranza. Oggi Biella sta sostenendo buona parte del costo della crisi del tessile che rappresenta un settore di grande importanza nel panorama manifatturiero italiano e, al tempo stesso, uno dei principali settori del Made in Italy. “Un marchio” che ha contribuito negli anni alla definizione dei concetti del buon gusto italiano e della nostra qualità della vita, producendo effetti positivi sull’immagine del prodotto italiano nel mondo.

Per far uscire il paese dalla lunga crisi nella quale è sprofondata, le parti sociali devono ritrovare il dialogo per individuare una strada comune. «Crediamo che quelle relazioni di rispetto e fiducia tra imprenditori e lavoratori che sono il risultato storico del Patto, siano ancora il terreno su cui investire, la base per ridare speranza alle comunità locali e trovare forme di innovazione sociale ed economica», conclude la produttrice Francesca Conti. «È questo il messaggio che il film vuole trasmettere».