Dopo il voto

Brexit: ma adesso se ne vanno veramente?

24 Giugno Giu 2016 0842 24 giugno 2016

In teoria, il premier Cameron potrebbe ignorare la volontà popolare, forte anche del fatto che i referendum non sono del tutto vincolanti nella legislazione inglese. Ma lo farà?

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Cameron
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In teoria, il premier Cameron potrebbe ignorare la volontà popolare, forte anche del fatto che i referendum non sono del tutto vincolanti nella legislazione inglese. Ma lo farà?

Il referendum che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue è vincolante? La risposta secca è no. La consultazione – come spiega The Guardian - non è legalmente vincolante, e David Cameron, che si è sempre opposto al Brexit, potrebbe decidere di ignorare la volontà popolare e rimettere la questione al Parlamento, che a maggioranza potrebbe decidere di restare nella Ue. Nel Regno Unito infatti è il Parlamento a essere sovrano, e i referendum non sono generalmente vincolanti.

Esistono però delle eccezioni. Una di queste riguarda la consultazione del 2011 sulla riforma del sistema elettorale, indetto con una legge speciale che prevedeva già l’obbligo per l’esecutivo di rendere vincolante qualunque decisione fosse stata presa. Vinsero i sì, e la legge elettorale venne modificata in accordo alla volontà popolare. Il referendum sull’uscita dalla Ue, tuttavia, non conteneva alcuna norma di questo genere. La Gran Bretagna non è nuova a consultazioni sull’opportunità di rimanere in Europa. Un analogo referendum si svolse nel 1975 (con risultato opposto a quello di ieri), e subito dopo il voto il deputato conservatore Enoch Powell, insoddisfatto del risultato che considerava una perdita di sovranità nazionale, dichiarò che la decisione poteva essere solo provvisoria e non legalmente vincolante per il Parlamento. Un argomento che oggi Cameron e i sostenitori del Remain potrebbero rispolverare.

Al primo ministro inglese spetta comunque decidere ora se invocare l'articolo 50 del trattato di Lisbona, che regola l’uscita dei paesi Ue dall’Unione. La norma prevede che «ogni Stato membro può decidere di recedere dall'Unione conformemente alle proprie norme costituzionali» negoziando con gli altri 27 membri - per un massimo di due anni - le condizioni dell’uscita, che riguardano ad esempio la possibilità per i cittadini di entrare e uscire dal Regno Unito, le tariffe commerciali su import ed export e le regole finanziarie e di bilancio stabilite da Bruxelles. Se Cameron facesse riferimento in queste ore all’articolo 50, vorrebbe dire che la decisione è presa e non c’è più possibilità di tornare indietro.

Potrebbe esserci però un’altra strada, meno rigida. Alcuni sostenitori del Brexit affermano che le discussioni con gli altri Stati membri potrebbero iniziare in modo informale, senza attivare immediatamente le procedure previste dall’articolo 50. Altri si spingono a ipotizzare che il semplice voto a favore del Leave potrebbe spianare la strada per un accordo favorevole per la Gran Bretagna, che potrebbe poi essere sottoposto agli elettori con un secondo referendum.

Le discussioni di queste ore riflettono comunque il fatto che non vi è alcun processo giuridico vincolante che costringe Cameron a invocare l'articolo 50. In teoria, potrebbe ignorare il volere del popolo e ignorare il voto. In pratica, il premier ha più volte promesso che si atterrà al risultato, senza alcuna possibilità di tornare indietro.

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