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Usa

Dallas, gli spari che spingono l’America in un vicolo cieco

8 Luglio Lug 2016 1117 08 luglio 2016
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«Era inevitabile che accadesse. Il conflitto razziale non è mai stato affrontato se non a parole e con il politicamente corretto. Ora il futuro è incerto e spaventoso». L’intervista con l'esperto americanista Stefano Pistolini, giornalista, scrittore ed autore radiotelevisivo

Dallas torna celebre per l’opera di uno o più cecchini, dopo il 22 novembre 1963, quando JFK venne assassinato. Questa volta a perdere la vita sono stati cinque agenti di polizia. Ad essere inedito però è il movente. I poliziotti colpiti stavano garantendo la sicurezza della veglia notturna contro l'uccisione di due afroamericani in Louisiana e Minnesota. Ed è proprio nei numerosi casi di cronaca che hanno visto agenti di polizia uccidere persone afroamericane nell’esercizio delle proprie funzioni che va ricercato il motivo di questa azione.

Police

Geplaatst door Lavish Reynolds op woensdag 6 juli 2016

Le immagini della morte di Philando Castile postate su Facebook dalla sua ragazza Lavish Reynolds

Stefano Pistolini

A sparare due cecchini che dall’alto si sono concentrati con il fuoco sugli uomini in divisa. Un vero e proprio agguato. Per il capo della polizia David Brown, «volevano ferire o uccidere il più alto numero possibile di poliziotti». Quello che è accaduto è inedito, almeno in tempi recenti. Ed è un'evidente reazione alla situaizone che ormai da anni vede la polizia americana abusare impunemente del porprio potere. Per capire scenari e futuro abbiamo chiesto a Stefano Pistolini, giornalista, scrittore ed autore radiotelevisivo che ha scritto un libro sull’ascesa al potere di Barack Obama (Mister Cool, Marsilio 2009), ha raccontato le presidenziali Usa 2008 per Red Tv e ha continuato ad esplorare l’America obamiana con il programma Jefferson su Radio24.


Come si deve leggere l’attentato di Dallas?
La situazione è quella che, dopo aver cercato con marce, manifestazioni e chiacchere di vario genere di rispondere in modo pacifico o più politicamente e socialmente coinvolto, a quello che sta succedendo in America negli ultimi anni, adesso si è cominciato a sparare. Era inevitabile che accadesse.

In che senso inevitabile?
La quesitone di fondo è che ci sono più di 120 cittadini afroamericani uccisi dalla polizia per ragioni non connesse alla pratica di un reato diretto. Morti immotivate e inspiegabili accompagnate da una incredibile morbidezza da parte della Giustizia che tende costantemente ad assolvere o condannare blandamente.

Dunque di fronte a questo scenario la reazione armata è giustificabile?
No, è evidentemente da condannare. Ma era anche prevedibile. Il vero problema è che invece è totalmente imprevedibile cosa succederà domani.

Siamo tornati indietro di 40 anni in tema di diritti civili?
Al di là del politicamente corretto e delle chiacchere una vera integrazione razziale non è mai avvenuta. Anzi forse lo scontro si è sempre più accentuato. Da parte delle forze di polizia c’è una forma persecutoria inspiegabile nei confronti dei neri. Una piccola parte ha reagito ma credo che, se si andasse a chieder alle comunità afroamericana in quanti sono d’accordo, si dovrebbe avere paura della risposta.

Adesso che succede?
La sensazione di pericolo da parte delle persone per bene e la rabbia e la voglia di rivalsa di chi è meno per bene si diffonde. Si potrebbe andare incontro ad una escalation che non voglio neanche immaginare. Sarebbe spaventoso. Si rischia di avere interi quartieri nelle metropoli americane messi a ferro e fuoco. Stiamo parlando di una comunità di 40 milioni di cittadini. Non sono mica ospiti. Sono radicati, organizzati e rappresentati.

Quale può essere la chiave di una pacificazione?
Credo che la chiave stia nella giustizia americana. Sia nel bene che nel male. Negli ultimi anni i poliziotti hanno impunemente ucciso. Se fossero stato condannati sarebbe una situazione molto diversa. È chiaro che poi tutto viene strumentalizzato e usato come fattore di disordine. La giustizia americana deve cominciare ad affermare con parole e fatti che un poliziotto che sbaglia è uguale a tutti gli altri.

Dunque la risposta deve arrivare dai tribunali. Siamo ancora in tempo?
Credo che ora siano in una situazione emergenziale spaventosa. E tutto è molto complicato. Basti pensare che, evidentemente, dovranno condannare e punire in modo esemplare gli attentatori. Questo però dopo aver usato i guanti bianchi con gli agenti che hanno ucciso persone innocenti. Sarà vissuta come una provocazione.

Ma perseguire la polizia non è una scelta pericolosa?
Certo che è rischioso ed è il motivo per cui non è stato fatto. Il concetto di fondo è sempre stato che siccome la polizia garantisce l’ordine sociale e la maggioranza degli agenti sono ottimi elementi, si è sempre chiuso un occhio sulle mele marce. La polizia è naturalmente una lobby come tutte la altre istituzioni. Ha un rappresentanza forte, soprattutto tra l’America bianca e gode di un certo garantismo. Ma ora le cose sono precipitate. E non è neanche detto che basti cominciare a condannare la polizia.

In che senso?
Il problema è che a questo punto l’aria è bruttissima e si è in situazione emergenziale. Dunque non è detto che essere giusti oggi sia sufficiente. Quando una situazione diventa così esplosiva muoversi diventa complicatissimo. Se Obama torna ad appellarsi alla gente, lo farebbe per l’ennesima volta. E sarebbe solo la testimonianza del suo distacco dalla realtà e dalla gente. Conteranno molto i leader locali e la disponibilità delle persone. Insomma gli Stati Uniti sono in un vicolo cieco da cui sarà molto difficile uscire.