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Arte

Martin Roemers e quelle cicatrici indelebili della Guerra Fredda

21 Luglio Lug 2016 1534 21 luglio 2016
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Bunker, casematte, autoblindo, caserme: sono questi i relitti incancellabili della Guerra Fredda che un fotografo olandese ha catturato in 73 scatti

A quasi 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, cosa è rimasto della Guerra Fredda? La risposta ce la dà il fotografo olandese Martin Roemers: restano i relitti strutturali e le macerie topografiche del conflitto che contrappose gli eserciti della Nato e del Patto di Varsavia.

Relics of the Cold War, ovvero: Relitti della Guerra Fredda. È questo il nome che Martin Roemers ha dato alla sua raccolta di foto, scattate tra il 1998 ed il 2009 in 10 Paesi europei, lungo quella che era la Cortina di ferro ed attualmente in mostra (fino al 14 agosto) al Deutsches Historisches Musem di Berlino. Questa esposizione ha commosso gli abitanti della capitale tedesca e la Germania intera, mostrando come le cicatrici e gli strascichi dei conflitti siano nascondibili ma mai incancellabili.

Le fotografie di Romers creano un percorso attraverso le basi abbandonate degli eserciti, complessi bunker, zone di addestramento militare , impianti tecnici, strutture di monitoraggio, impianti nucleari e cimiteri militari. Con questa raccolta, già uscita anche come, il fotografo si è calato nell’inedito ruolo di fotografo-archeologo, rintracciando i lasciti di un conflitto che è durato poco meno di mezzo secolo e testimoniando come la Terra porti ancora i segni di un lunga politica di mutua deterrenza. Questi, seppur rovinati dalle intemperie, sono la memoria attiva di un quasi-guerra che persiste fino ad oggi e rivelano come la Guerra Fredda sia stato un confronto tra due sistemi dipinti sempre così differenti che però hanno lasciato resti così simili.

Martin Roemers, nato nel 1962 a Oldehove, nella provincia di Gronigen, è uno dei migliori artisti che trasportano temi globali in una dimensione umana, ad esempio la guerra. Oltre a Relikte des Kalten Krieges ha infatti pubblicato altri tre libri: Kaboul (2003), The Never-Ending War (2005) e The Eyes of War (2012), in ciascuno dei quali ha optato per un ritratto in bianco e nero nelle proprie foto sugli effetti a lungo termine della guerra. In questo modo è riuscito ad ascoltare e catturare gli occhi ed i racconti di soldati e vittime, creando un perfetto collegamento tra il ritratto del viso e la testimonianza raccontata.

Quelli sulla guerra ed altri libri fotografici sono valsi a Roemers, in oltre 20 anni di carriera, numerosi riconoscimenti, tra cui, grazie ad una foto della raccolta Metropolis, progetto iniziato nel 2007 e conclusosi nel 2015, il primo premio della categoria Daily Life Stories al World Press Photo 2011. Con questa foto, scattata a Mumbai nel 2007, il fotografo olandese ha voluto immortalare la cinica velocità e l’affollamento delle grandi città, nelle quali le Nazioni Unite hanno previsto il raccoglimento del 70% della popolazione mondiale.