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Idee

A che serve un popolo, se è senza destino?

27 Luglio Lug 2016 1448 27 luglio 2016
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«Quel che manca agli italiani, in genere, è la coscienza di un cammino comune verso una meta». In un'intervista sull'ultimo numero di Benecomune.net - che anticipiamo - il professor Marco Tarchi individua le radici lontane del populismo che sta travolgendo la politica italiana

Che cosa significa essere popolo? Che cosa fa di una passione una passione popolare? Attorno a queste domanda ruota l'ultimo numero di Benecomune.net, spazio di riflessione diretto da Leonardo Becchetti. Dall'interessante intervista di Fabrizio Cucculelli al professor Marco Tarchi, politologo dell'Università di Firenze, traiamo questo estratto.

Quel che manca agli italiani, in genere, è la coscienza di un cammino, e di un destino, comune verso una meta. È l’effetto del senso di colpa per quel che è accaduto quando, nel periodo fra le due guerre mondiali, un ambizioso destino collettivo era stato proposto ed imposto dall’alto. Il crollo del fascismo ha gettato un’ombra pesante sull’orgoglio nazionale, e per riflesso sulla rivendicazione di un carattere specifico del proprio popolo che potesse esservi connesso. Si è affermata la convinzione di dover dipendere da altri per garantirsi un avvenire sereno. Il condominio bipolare del mondo ha fornito il quadro adatto allo sviluppo di questa psicologia, orientando le speranze di taluni verso gli Stati Uniti e l’atlantismo e di altri verso l’Unione Sovietica. L’europeismo si è posto, in questo contesto, come una “terza via”, completando lo scenario. Anche la democrazia è stata interpretata come un meno peggio, una via di scampo dai disastri del passato, più che come uno strumento di affermazione della volontà popolare.

La delega ai partiti è stata perciò amplissima, malgrado le evidenti disfunzioni che l’assetto partitocratico determinava, e il ricorso al referendum è apparso spesso come un fastidio, con l’unica eccezione di temi che incidevano a fondo sulla vita quotidiana. Soltanto le vicende legate a Tangentopoli hanno trasformato il mugugno in dichiarata voglia di cambiare pagina. Ed è da quel momento che la mentalità populista, che era rimasta sottotraccia per decenni dopo gli episodi del qualunquismo e del laurismo, ha ripreso vigore, un po’ in tutti i settori della scena politica. Si è espressa sotto la forma prevalente della protesta perché fra le formazioni politiche tradizionali nessuna sembrava volersi far carico delle rivendicazioni dell’“uomo della strada”. Ancora oggi, in diverse declinazioni, il populismo sembra l’unico veicolo per far sentire “in alto” quel che si pensa, si teme, si sente e si soffre “in basso”. Il disprezzo in cui è tenuto dai politici di professione, che paiono più interessati ad attutirne l’impatto che a rispondergli sul terreno delle scelte concrete, non fa che peggiorare la situazione di distacco fra i cittadini e le istituzioni. Spesso, ormai, i primi e le seconde viaggiano su logiche diverse: l’incomunicabilità su temi come l’immigrazione o le politiche in materia di finanza sta a dimostrarlo.

Come ha ben scritto il politologo francese Dominique Reynié, quello che attualmente ha successo è un “populismo patrimoniale”, che guarda contemporaneamente a due patrimoni popolari che vede minacciati ed intende contribuire decisivamente a conservare. Da una parte c’è il livello di vita, che le politiche liberiste e di “austerità” sostenute fortemente dall’Unione Europea hanno compresso soprattutto in alcune fasce sociali che, non a caso, stanno riversando in massa i propri consensi sui partiti populisti: in primo luogo gli operai, ma anche i pensionati e una parte del ceto medio, fatta di commercianti, artigiani e piccoli imprenditori.

Dall’altra parte c’è il modo di vita, quell’insieme di tradizioni e abitudini che nelle società multietniche e multiculturali è messo a repentaglio da una sempre più frequente convivenza con persone che, per formazione culturale, sociale e religiosa, esibiscono comportamenti estranei alla mentalità degli indigeni. Coniugando questi due versanti, e aggiungendovi la abituale polemica contro la corruzione dei politici e la farraginosità ed opacità dei processi di mediazione delle istituzioni, i movimenti populisti hanno campo aperto.