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Olimpiadi

Yusra Mardini, la rifugiata siriana che è arrivata a Rio 2016

9 Agosto Ago 2016 1044 09 agosto 2016
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Ha 18 anni. Nel 2015 è scappata dalla Siria. Cercava di raggiungere l'isola di Lesbo ma il motore del gommone sul quale "viaggiava" si è rotto. Si è buttata in acqua insieme a sua sorella e ad altri due profughi. Hanno nuotato per 3 ore nel Mare Egeo spingendo l'imbarcazione e salvando la vita a tutti. A Rio 2016 è stata la portabandiera del Team dei rifugiati. «Voglio che tutti pensino che i rifugiati sono persone normali che sono scappati dalla loro terra perché hanno dei sogni nella vita e nei posti dove sono nati non potevano realizzarli», Yusra Mardini

18 anni. A guardarla la vedi e pensi: “non le manca niente”. Bella, anzi bellissima. Mora. Atletica. Nuotatrice. Ha dato prova della sua bravura debuttando nelle batterie dei 100 metri farfalla alle Olimpiadi 2016.

Anzi, alle Olimpiadi 2016 la diciottenne siriana Yusra Mardini è stata la portabandiera del Team dei rifugiati composto da dieci profughi. La prima batteria l'ha vinta, poi l'eliminazione in semifinale.

«È stato straordinario. Sono molto felice», ha dichiarato Yusra che avrà un'altra possibilità il prossimo 10 agosto, nei 100 metri stile libero. Eppure così giovane nella vita lei ha già vinto. E lo ha fatto salvando la sua vita e quella di altre venti persone dopo che il barcone su cui si trovava stava affondando nel mare Egeo.

La ragazza è scappata dalla Siria con la sorella nell'agosto del 2015. Prima Libano. Poi Turchia. Qui riescono a contattare alcuni scafisti per trovare il modo di arrivare in Grecia. Partono, ma la guardia costiera turca blocca la loro imbarcazione, rispedendole indietro.

Poi ci riprovano con una barca più piccola – come sempre – con troppe persone a bordo. Trenta minuti dopo dalla partenza dalla Turchia il motore si spegne. E la maggior parte delle persone a bordo non sapeva nuotare.

Così lei, la sorella Sarah e altri due profughi si gettano in mare cominciano a spingere il gommone più vicino alle coste europee: hanno nuotato – di notte – per tre ore di fila; poi raggiungono l'isola di Lesbo.

«Eravamo gli unici quattro che sapevano nuotare», ha raccontato Yusra. «L’acqua era fredda. Io spingevo il gommone mentre restavo attaccata ad una corda. Il tuo corpo è quasi come ... fatto. Non so se posso descrivere quello che è successo».

Adesso Yusra non ama più nuotare in mare aperto: «Ma lo so che senza il nuoto adesso non sarei viva. Non potevo annegare quel giorno, perché io sono una nuotatrice e avevo un futuro da inseguire», ha detto. «Voglio che tutti i rifugiati siano orgogliosi di me e che si sappia che dopo ogni lungo e complicato viaggio, si possono raggiungere risultati importanti».

Yusra Mardini e sua sorella dopo Lesbo hanno viaggiato attraverso la Macedonia, la Serbia, l'Ungheria e l'Austria prima di arrivare alla loro destinazione finale: la Germania; ora vivono a Berlino. A Damasco era una nuotatrice di talento ed era sostenuta dal Comitato Olimpico Siriano.Con le guerra che dilaniavano il Paese si è spesso trovata a nuotare in piscine dove il tetto era caduto dopo i bombardamenti. «A volte non siamo riusciti a formare una squadra a causa della guerra», ha dichiarato. «E a volte nelle piscine i tetti sono stati soffiati via in tre o quattro posti». Sugli altri rifugiati come lei ha dichiarato: «Voglio che tutti inizino a pensare che i rifugiati sono persone normali che sono andati via dalla loro terra non perché volevano scappare, ma perché anche loro hanno dei sogni nella vita e nei posti dove sono nati non potevano realizzarli».

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