Finanziamenti

L'impresa sociale alla sfida dell'equity crowdfunding

24 Agosto Ago 2016 0901 24 agosto 2016

L'articolo 9 della legge delega di riforma del Terzo settore prevede la possibilità di partecipare al capitale, investendo attraverso una delle piattaforme on line autorizzate. Come risponderà il mercato? Gli imprenditori sociali sapranno cogliere l'occasione? Qualche consiglio utile e qualche numero sulle linee di tendenza dell'equity crowdfunding made in Italy rispetto a start-up e Pmi innovative

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Crowdfunding
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L'articolo 9 della legge delega di riforma del Terzo settore prevede la possibilità di partecipare al capitale, investendo attraverso una delle piattaforme on line autorizzate. Come risponderà il mercato? Gli imprenditori sociali sapranno cogliere l'occasione? Qualche consiglio utile e qualche numero sulle linee di tendenza dell'equity crowdfunding made in Italy rispetto a start-up e Pmi innovative

Con l’articolo 9 la legge delega di riforma del Terzo settore prevedendo «la possibilità di accedere a forma di raccolta di capitale di rischio tramite portali telematici, in analogia a quanto previsto per le start up innovative», apre delle imprese sociali le porte al cosiddetto crowdinvesting e in particolare dell’equity crowfunding (oggi confinato esclusivamente a start up e pmi innovative) , ovvero la possibilità per privati e investitori istituzionali di partecipare al capitale investendo attraverso una delle piattaforme on line autorizzate dalla Consob. Il 26 giugno 2013 la stessa Consob ha emanato il "Regolamento sulla raccolta di capitali di rischio da parte di start-up innovative tramite portali on-line", regolamento rivisto lo scorso febbraio.

Ma qual è lo stato di salute in italia di questa forma di finanziamento a cui l’Italia, primo Paese in Europa nel 2012 ha dedicato una normativaad hoc?

Oggi a tre anni di distanza è possibile tracciare un primo bilancio grazie anche al recente rapporto realizzato dall’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano. Lo studio ha focalizzato l’attenzione sui portali che consentono alle imprese di ottenere capitale offrendo una remunerazione agli investitori attraverso la sottoscrizione di capitale di rischio (equity crowdfunding), oppure attraverso prestiti (lending crowdfunding) o ancora con la cessione di fatture commerciali (invoice trading). Concentriamo l’attenzione sulla prima modalità .

Dal 2013 ad oggi i fondi raccolti tramite l’equity crowfunding made in Italy valgono 5,89 milioni di euro. Una cifra piuttosto bassa rispetto ad esempio al Regno Unito, dove solo nel 2015 di milioni ne sono stati raccolti 332 (mentre nel mondo la raccolta sempre riferita allo scorso anno è sta ta del 2,56 miliardi di dollari). Secondo i ricercatori In Italia, nei primi mesi del 2016, l’equity crowdfunding ha però cambiato marcia e solo nell’ultimo trimestre sono arrivate sul mercato 11 nuove offerte. Questo dovrebbe portare il mercato alla soglia di 9 milioni di euro entro l’anno. Dallo studio del Politecnico di Milano altri dati significativi riferiti alle 48 campagne lanciate, di cui 16 chiuse con successo e 12 in corso sulle 19 piattaforme autorizzate.

  • Le imprese protagoniste delle campagne hanno mediamente 3 anni di età e un fatturato di circa 17mila euro.
  • L’obiettivo principale della raccolta è lo sviluppo commerciale (28 casi) seguito dall’investimento produttivo (18 casi).
  • Il target di raccolta medio è di 317mila euro, corrispondente ad una quota del capitale azionario offerta pari al 22,68%. Con un valore pre-money medio, quindi di 1,2 milioni circa
  • I progetti presentati spaziano dai servizi in piattaforme social/sharing (10 casi), all’ICT (10 casi), ai servizi professionali (9 casi).
  • Gli investitori, stando a un’analisi inedita condotta su 365 persone fisiche, hanno tra i 40 e i 49 anni, sono per l’82% uomini e per il 28% risiedono in Lombardia. Fra gli investitori sono state censite anche 43 persone giuridiche, fra cui imprese di servizi e consulenza, manifatturiere, banche, holding

L’arrivo sul mercato dell’equity crowdfunding delle imprese sociali ex riforma del Terzo settore (il decreto attuativo dovrebbe uscire entro la fine dell’anno) darà un impulso a questo strumento? In un saggio pubblicato dalla rivista "Impresa sociale", Bernardo Balboni, Ulpiana Kocollari e Ivana Pais (che ogni mese su Vita magazine firma la rubrica Sharing-idee sulla we-economy) individuano tre driver principali che possono spiegare il buon esito di una campagna di crowdfunding promossa da un’impresa sociale:

  • Il primo fattore è legato alle caratteristiche della rete dell’impresa sociale in questione, e alla sua capacità di dare supporto, quando attivata, alla realizzazione della campagna.
  • Il secondo fattore riguarda le caratteristiche della piattaforma di crowdfunding. Si tratta di capire che ruolo ha il tipo di piattaforma scelta (reward-based vs donation-based) e le sue caratteristiche specifiche. In altre parole la scelta della piattaforma può influenzare la natura della campagna in funzione del modello adottato (donazioni o ricompense).
  • La terza dimensione infine riguarda la progettazione della campagna. Essendo incerto il ritorno sugli investimenti, i potenziali sostenitori sono costretti ad agire sulla base di informazioni parziali. Alcune caratteristiche della possono essere in grado di mettere in luce la bontà dei progetti e di garantire che le proposte di qualità superiore abbiano maggiori probabilità di finanziamento. Tra questi: l’accuratezza della cosiddetta scheda progettuale (video di presentazione, foto, descrizione del progetto, piano economico, obiettivi di finanziamento, sistema delle ricompense) e le fasi di gestione della campagna (aggiornamenti del progetto, condivisione su Facebook e Twitter).

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