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Se l'integrazione diventa un reality

29 Agosto Ago 2016 1055 29 agosto 2016
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C'è la giornata del rifugiato, la festa dell'integrazione e c'è il migrante fotografato sulle ruspe o intervistato tra le macerie, come a dire "eccoli al lavoro per noi". Siamo sicuri sia questa la via migliore per l'integrazione? O è solo spettacolo che umilia e vanifica un lavoro comune che ha bisogno di tempi lunghi per dare frutti?

Terremoto. Decine di giornalisti si aggirano tra le rovine. Chi cerca di raccontare ed informare, chi cerca lo scoop della carriera. Tra fulgidi esempi di etica giornalistica, tipo interviste a gente sotto le macerie, all’improvviso spunta la notizia del secolo: arriva la brigata di richiedenti asilo.

E via con domande più adatte a Zelig (“siete venuti ad aiutare i vostri fratelli italiani?”) e con analisi socio-politiche di “immenso” spessore sul sacrificio come vera integrazione. Come se, per arrivare in Italia, avessero viaggiato su yacht o in prima classe di un aereo, e scoprissero adesso il significato di sacrificio. Figuriamoci, è meraviglioso vedere chi corre a dare soccorso in queste situazioni, di qualsiasi colore sia. Qualche dubbio in più mi viene quando devo decidere se credere che “hanno deciso loro di venire” o pensare che siano stati portati lì da qualcuno in cerca di telecamere. Ma anche volendo credere alla buona fede, tutto si può dire di quei ragazzi tranne che siano formati per fare i soccorritori, ergo resta comunque un’operazione prettamente mediatica. E qui sta il punto. Pare che ormai anche il fronte di coloro che lavorano al fianco dei migranti abbia deciso di contrastare il fronte opposto mettendosi sullo stesso piano: quello del sensazionalismo. A chi mette foto di richiedenti asilo negli alberghi per urlare “hotel ai terremotati e tende ai rifugiati!” si risponde con foto e video di richiedenti asilo tra le macerie. A chi dice che sperperiamo soldi per accogliere i rifugiati si risponde facendo donare da questi ultimi il loro pocket money ai terremotati (previo opportuno contatto coi giornalisti, comunicato stampa etc, ovviamente). Che poi questi ragazzi già prendono 2,50 euro al giorno, levategli pure quelli e voglio capire come campano.

È diventata questa, dunque, l’integrazione? Sono le continue “feste etniche” organizzate da quella parte del terzo settore che, nei miei libri, definisco dei “parianti”? (Nota: pariare, in napoletano, significa divertirsi, ma in maniera spensierata, senza impegno, senza pensieri o ragionamenti di alcun tipo).

Sono le interviste fatte fare al richiedente asilo per raccontare il suo trauma? Che qualsiasi addetto ai lavori serio, che abbia o meno una laurea in psicologia, vi direbbe che questo altro non è che un secondo trauma indotto a quella persona? Sono le classiche iniziative con visita-marchetta del politico al centro di accoglienza per dire che “questa è la nostra integrazione dei profughi, che conosco bene e sostengo quotidianamente”? Che poi si conclude con la stretta di mano del politico ad un tostapane, non sapendo ancora distinguere, il poveraccio, tra un tostapane e un rifugiato?

Per fortuna non è tutto (ancora) così. C’è un mondo, fatto da operatori sociali, volontari ed organizzazioni che hanno un’idea diversa di lavoro. Il problema, in questo Paese, è che sono invisibili. Non sono abbastanza “cool”. La visibilità si dà ai parianti, o ai clienti della politica. Dunque sta passando che la vera integrazione la fanno loro. E che non è integrazione quello che non va in TV.

E in TV non andranno mai i corsi di formazione professionale (se non quelli per insegnare ai rifugiati a suonare le tammorre…), i seminari e le iniziative per informare/aggiornare operatori, amministratori e giornalisti (a meno che non ci sia, anche lì, l’immancabile “brigata di cuochi rifugiati”), le lotte con la questura per ottenere il ricongiungimento della famiglia del rifugiato (che lo so, è noiosissimo, ma è essenziale e va fatto).

A chi usa le ruspe, non puoi rispondere facendo fotografare un migrante su una ruspa. Devi far capire che la ruspa raderebbe al suolo una casa sana. Perché esistono anche quelle, e c’è chi ancora prova a costruirle nel lavoro con i migranti. Devi saper valorizzare il lavoro sul medio termine. L’integrazione è un percorso, fatto di tanti passaggi

Combattere l’ignoranza e l’avversione per il tema con operazioni mediatiche e spot è una strada perdente. La foto del rifugiato tra le macerie può anche avere un effetto temporaneo sull’opinione pubblica, ma dopo un po’ se lo immagineranno di nuovo tornare a prendere soldi per non fare niente (perché nessuno fa vedere mai cosa viene fatto quando si lavora davvero per l’integrazione). La festa “pariante” creerà solo nuovi haters, che spareranno a zero su come vengono sperperati i soldi pubblici mentre “gli Italiani non arrivano a fine mese” (e in questo caso, quello delle feste, hanno persino ragione).

La marchetta al politico di turno ti farà avere qualche finanziamento in più, ma prima o poi arriverà il magistrato a fare chiarezza su come hai avuto quei soldi e su come non li hai usati per quello a cui erano destinati (e non possiamo che sperarlo, sinceramente).

A chi usa le ruspe, non puoi rispondere facendo fotografare un migrante su una ruspa. Devi far capire che la ruspa raderebbe al suolo una casa sana. Perché esistono anche quelle, e c’è chi ancora prova a costruirle nel lavoro con i migranti. Devi saper valorizzare il lavoro sul medio termine. L’integrazione (termine che non mi piace ma che ho usato per semplicità) è un percorso, fatto di tanti passaggi; va bene anche la festa, se è coerente con quel percorso e non è, invece, “il” percorso. Insomma, che si metta un freno a questo “meglio l’uovo oggi che l’integrazione domani”. Ancor peggio quando l’uovo è confezionato con la plastica perché venga meglio in TV.

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