Ice Bucket Challenge Astrid Stawiarz:Getty Images
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Quella proteina che rallenta la SLA: la scoperta grazie all'Ice Bucket Challenge

1 Settembre Set 2016 1301 01 settembre 2016
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Ricordate l’Ice Bucket Challenge, le secchiate di acqua gelata dell’estate 2014, per raccogliere soldi in favore della ricerca sulla Sla? Ha prodotto un importantissimo risultato: il gruppo di studio della professoressa Serena Carra ha individuato un complesso proteico che rallentare il decorso della SLA

Ricordate l’Ice Bucket Challenge, le secchiate di acqua gelata dell’estate 2014, per raccogliere soldi in favore della ricerca sulla Sla? Ha prodotto un importantissimo risultato: il gruppo di studio della professoressa Serena Carra, dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, ha individuato un complesso proteico (l’HSPB8-BAG3-HSP70) che contribuisce a rallentare il decorso della Sclerosi Laterale Amiotrofica e di altre patologie. Le sperimentazioni sono state fatte su modelli cellulari e sul moscerino della frutta e costituiscono un promettente punto di partenza per ipotizzare una terapia sull’uomo. I risultati raggiunti sono stati pubblicati da due prestigiose riviste internazionali: Molecular Cell e Human Molecular Genetics.

Cosa c’entra l’Ice Bucket Challenge? Questa ricerca è stata finanziata in buona parte con i fondi raccolti da AISLA, Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica proprio grazie all’Ice Bucket Challenge. Nel 2014 AISLA ha ricevuto 2,4 milioni di euro di donazioni e 1,4 di essi sono stati devoluti ad AriSLA, Fondazione Italiana di Ricerca per la Sclerosi Laterale Amiotrofica. AriSLA con quei soldi ha finanziato 15 progetti di ricerca, tra cui quello della dottoressa Carra. I soldi rimanenti sono stati utilizzati da AISLA per l’assistenza delle persone con SLA (700mila euro) e per la realizzazione della prima Biobanca Nazionale dedicata alla ricerca sulla SLA (300mila euro).

La ricerca della professoressa Carra, parte dal fatto che la SLA, come altre malattie neurodegenerative, può essere causata dall’accumulo nelle cellule di complessi RNA-proteine anomali che alterano le normali attività cellulari e determinano col tempo un deficit della funzionalità del sistema nervoso centrale. Il complesso proteico individuato dal gruppo della professoressa è in grado di favorire il mantenimento della corretta funzionalità e vitalità cellulare: la regolazione di queste proteine potrebbe quindi rallentare il decorso di patologie come la Sclerosi Laterale Amiotrofica. «Questi successi scientifici sono un segno di speranza non solo per i pazienti afflitti da queste patologie e per le loro famiglie, ma anche per i giovani ricercatori che hanno collaborato con me. Confido nella fiducia e nel sostegno economico di Fondazioni, Onlus, Ministero e Comunità Europea al fine di poter proseguire questa importante ricerca e contribuire non soltanto all’avanzamento delle conoscenze scientifiche rilevanti ai fini terapeutici, ma anche alla formazione di eccellenti giovani ricercatori», afferma la professoressa Serena Carra.

Per il presidente di AriSLA, Alberto Fontana, «questi importanti risultati scientifici sono frutto di un gioco di squadra che da tempo sosteniamo: il lavoro dei ricercatori italiani, che rappresentano una vera eccellenza del nostro Paese, unito al supporto di chi investe nella ricerca. È fondamentale non fermare questa “onda” perché, come dimostrano queste ultime scoperte, ogni donazione contribuisce fattivamente alla ricerca con ricadute concrete per i pazienti».

AriSLA, nata nel dicembre 2008 dall’unione di AISLA Onlus – Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, Fondazione Cariplo, Fondazione Telethon e Fondazione Vialli e Mauro per la Ricerca e lo Sport Onlus ha già investito in attività di ricerca 9.731.516 euro.

In foto un Ice Bucket Challenge a New York, agosto 2014 (foto Astrid Stawiarz/Getty Images)

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