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La ricostruzione fa crescere il Pil? Non è detto

5 Settembre Set 2016 1116 05 settembre 2016
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«Gli eventi sismici distruttivi causano vittime, migliaia di persone che restano senza casa per anni, dolore, ma anche tanti costi economici», spiega in un'intervista con Vita, Lorenzo Codogno, economista e visiting professor alla London School of Economics and Political Science

Gli esperti di Mediobanca Securities sulla base di uno studio dell’Ordine Nazionale degli Ingegneri realizzato nel 2014 in coordinamento con l’ufficio studi della Camera dei deputati, hanno calcolato che ogni anno, negli ultimi 44 anni, i 7 peggiori terremoti hanno comportato 3 miliardi di euro di perdite economiche l’anno per l’Italia e richiesto interventi pubblici per 120 miliardi di euro. Secondo Lorenzo Codogno, economista e visiting professor alla London School of Economics and Political Science, il sisma magnitudo 6.0 che alle 3.36 di mercoledì 24 agosto ha colpito Marche, Lazio e Umbria, costerà all’Italia almeno cinque miliardi di euro.

«Gli eventi sismici distruttivi causano vittime, migliaia di persone che restano senza casa per anni, dolore, ma anche tanti costi economici», spiega Codogno a Vita.it. I terremoti producono sia una distruzione di ricchezza, ovvero dello stock di capitale pubblico e piovato, sia una riduzione della crescita economica. Ma quest’ultima può essere più che compensata dalla ricostruzione. Superata infatti la fase di prima emergenza, il Governo adotta gli interventi necessari per la realizzazione delle opere di ricostruzione e per la concessione di contributi finalizzati alla ripresa economica dell’area colpita dal sisma. Tuttavia alcuni fattori sono cruciali per valutare se il processo di ricostruzione può contribuire alla crescita economica, ed in particolare l'ampiezza geografica del sisma, il numero delle persone sfollate, le interruzioni nei trasporti, nella rete della distribuzione, nella produzione di energia e nelle attività economiche. Gli effetti sono generalmente temporanei, della durata di un paio di trimestri, ma a volte possono essere permanenti.


Dall’inizio della crisi economica ad oggi, l’Italia è stata colpita da tre terremoti distruttivi, in Abruzzo nel 2009, in Emilia Romagna nel 2012 e adesso nel Centro Italia. Considerate le risorse sempre più scarse delle finanze pubbliche, come potrà il Governo finanziare le spese di ricostruzione ed emergenza?
In primo luogo, non tutti i costi gravano sulle finanze pubbliche italiane. Alcuni costi vengono sopportati dalle donazioni private e dai contributi europei, ed altri ancora dalle assicurazioni. Questa volta dal fondo di solidarietà europeo, un contributo straordinario che viene attivato su richiesta delle autorità dello Stato che ha subito il disastro, arriveranno un massimo di € 354mn, vale a dire, due terzi dei fondi stanziati. Non ci sono dati affidabili sul resto, ma se si ipotizza che la ricostruzione e i costi dell’emergenza ammontino a circa 5 miliardi, l'importo da inserire nel bilancio sarà di circa € 3.5-4.0 miliardi, cioè 0,2-0,3% del PIL, al netto dei fondi UE e dei contributi privati. Nella parte restante di quest'anno, dubito che sarà possibile spendere più di 0,1% del PIL. Pertanto, molto provvisoriamente si può pensare che i costi verranno spalmanti nei prossimi tre anni, appesantendo il bilancio di circa 0,1% del PIL all’anno. A questo dovrebbero aggiungersi stanziamenti per la messa in sicurezza di del patrimonio immobiliare italiano.

L’Italia riceve più fondi europei per le emergenze. Ed è ora determinato a chiedere alla UE una flessibilità non una tantum sui conti pubblici per mettere in sicurezza l’Italia. C’è il rischio che il debito pubblico diventi insostenibile?
I costi delle calamità naturali devono ovviamente ascriversi agli eventi una tantum, e quindi sono fuori dalle regole fiscali europee basate sui saldi strutturali. Tuttavia, si potrebbe argomentare che in un paese come l’Italia particolarmente vulnerabile alla devastazione causata da eventi sismici disastrosi, è difficile catalogare tali costi come una spesa non regolare. Secondo l'OCSE, infatti, il costo delle calamità naturali in Italia è pari, in media, al 0,2% del PIL all'anno nel corso degli ultimi anni, quindi lo 0,1% è ben all'interno della 'spesa normale'. Se il governo introducesse ulteriori iniziative per rendere gli edifici a prova di terremoto questo potrebbe essere considerato alla stregua degli investimenti pubblici. Esiste già un incentivo fiscale molto generoso attraverso il quale il 65% dei costi totali di ristrutturazione genera un beneficio fiscale. Tuttavia, questo non è stato sufficiente a provocare un sostanziale aumento dell'attività di messa in sicurezza. Il governo vorrà probabilmente rafforzare ed estendere questi incentivi, che altrimenti scadrebbero alla fine dell'anno in corso. Questa spesa preverrebbe danni potenziali futuri, non solo in termini di vite umane ma anche di perdite di capitale e di crescita del PIL. Potrebbe essere un ottimo investimento dal punto di vista economico e salvare vite umane non ha ovviamente prezzo. Il denaro utilizzato per finanziare la ricostruzione aumenterebbe il debito pubblico, con inevitabili conseguenze negative sulla crescita futura, ed è difficile sostenere che la spesa non debba esser considerata nelle regole di bilancio. Si avrebbe comunque un vantaggio indiretto se questi ‘investimenti’ potessero generare un miglioramento strutturale dell’economia.

Questo vorrebbe dire che il costo della ricostruzione anche se di miliardi di euro potrebbe avere scarso impatto sulla crescita del PIL dell'Italia?
Il processo della ricostruzione e del ripristino della capacità produttiva sono attività economiche e come tali fanno contabilmente crescere il PIL. Come già detto, l'impatto sulla crescita del PIL tuttavia è determinato da quanto gli scompensi prodotti dal sisma vengono compensati dall'incremento della produzione legata alla ricostruzione. Dipende anche dalle tempistiche e dalla dimensione della spesa pubblica, e dal moltiplicatore associato agli investimenti pubblici e privati. Inoltre, il sostegno del governo tende a moderare l'impatto macroeconomico e favorire un più rapido adeguamento della domanda e dell'offerta. L’azione di ricostruzione può quindi aumentare il potenziale di crescita soltanto nella misura in cui favorisce nuove attività economiche, rende attività esistenti più efficienti e produttive, o crea innovazione. In genere la ricostruzione tende ad avere un impatto trascurabile sul potenziale produttivo in quelle zone in cui c'è poca attività industriale o di servizi. L’effetto netto del terremoto dell’Italia centrale potrebbe essere soltanto marginalmente positivo sulla crescita del PIL, almeno nel breve periodo.

E nel lungo periodo?
Se si guarda al lungo periodo, per rimettere in moto l’economia, la ricostruzione dev’essere 'intelligente”. E questo avviene solo quando la ricostruzione crea infrastrutture che migliorano la produttività dei fattori e portano ad un loro uso più efficiente, introduce nuove tecnologie, o stimola processi innovativi. Anche lo sviluppo di nuove tecnologie per aumentare la sicurezza anti-sismica potrebbe creare crescita potenziale. Queste tecnologie possono essere applicate altrove ed esportate, creando ulteriore crescita e occupazione. E il beneficio per i conti pubblici si vedrebbe poi in via indiretta.

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