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Le Piagge, Firenze: l'ex "contenitore di disagio" si è trasformato in una comunità

8 Settembre Set 2016 1149 08 settembre 2016
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Un insediamento abitativo nato come dormitorio, per i senza casa, gli sfrattati, i nuclei stranieri in difficoltà, tanti cinesi e rom, per due decenni senza un negozio, un consultorio, una parrocchia, una casa del popolo. Nel 2001 la cooperativa Il Cenacolo apre dentro le navi delle Piagge una ludoteca, un bar sociale e un centro giovani: «il simbolo che l’amministrazione si riprendeva in carico la zona». Ecco la storia di una trasformazione.

È l’estremo lembo di Firenze, con le sue “navi” incastrate tra la via Pistoiese e la ferrovia. Risalgono agli anni Ottanta questi palazzoni bianchi a gradoni, centinaia e centinaia di alloggi di edilizia popolare, 9mila abitanti ma nemmeno un esercizio commerciale, un consultorio, una parrocchia o una casa del popolo, un campo da calcio, un parco, una stazione ferroviaria... Questo è stato a Firenze la zona Brozzi-Le Piagge, almeno fino alla fine degli anni Novanta: il supermercato, per dire, è arrivato solo nel 2002.

Chiara Meiattini, direttore della cooperativa sociale Il Cenacolo, ripensando al quartiere di quei tempi lo definisce come «un contenitore di disagio». Quella delle Piagge è una delle storie raccontate nel numero di Vita in uscita domani, dedicato alle periferie. Era «un insediamento abitativo nato come dormitorio, per i senza casa, gli sfrattati, i nuclei stranieri in difficoltà, tanti cinesi e tanti rom provenienti dalla ex Jugoslavia…», continua Meiatini, da un lato le vecchie case coloniche di Brozzi, dall’altro la landa piatta e senza nulla in cui furono costruite quelle gigantesche navi tanto simili, a vederle, alle più celebri “vele” di Napoli. Ancora oggi qui la disoccupazione ha tassi doppi rispetto al resto della città, più alte della media nazionale sono anche dispersione scolastica e la presenza di slot machine e vtl, con una macchinetta ogni 65 abitanti contro la media di una ogni 166 (ne parla qui “L’altracittà-giornale della periferia”, nato proprio alle Piagge nel 1995 attorno alla comunità animata da don Alessandro Santoro), ma il quartiere «non è più vissuto come un luogo senza», afferma con orgoglio Meiattini, che ha vissuto in prima persona l’intera avventura del Cenacolo alle Piagge e che non ha scordato il suo passato da educatrice di strada: «È un luogo con tante cose difficili, sì, ma questo oggi non è più un pezzo di territorio, è una comunità».

Alle Piagge, ogni luglio, va in scena il “Piagge WAVE”, un festival musicale nato nel 2003 dal lavoro con i giovani: una proposta piccolissima per i ragazzini del quartiere, oggi diventata un evento. «Fu uno dei primi segni del fatto che il quartiere cominciasse ad essere un posto interessante, dove succedono cose belle», ricorda Meiattini. Un altro appuntamento fisso è “DAMMI il 5. Meeting dell’educazione”, uno spazio in cui di condividono riflessioni su cosa significhi educare in un contesto di periferia: «l’embrione fu il torneo "L’ora legale”, nel 2004, fra i ragazzi del quartiere e la Polizia municipale, due mondi fra cui inizialmente i rapporti erano molto tesi…». C’è una squadra pallacanestro gratuita, nata da un’idea dei ragazzi, tanta musica hip hop, un cd realizzato interamente dai ragazzi e ancora la prima volta che i ragazzi hanno vinto, da soli, un piccolo bando del Comune per un cortometraggio… «In 15 anni il tessuto sociale del quartiere si è molto arricchito, oggi le Piagge sono una zona particolarmente attiva di iniziative sociali, non solo per la presenza di operatori professionali ma anche per tanti gruppi informali e associazioni di vario tipo che sono nate. Noi abbiamo solo accompagnato l’istituzione nel territorio, restituito ai cittadini la fiducia nelle istituzioni e dato le prime risorse», sintetizza Meiattini. Il lavoro però è stato tanto e minuto.

In 15 anni il tessuto sociale del quartiere si è molto arricchito, oggi le Piagge sono una zona particolarmente attiva di iniziative sociali, non solo per la presenza di operatori professionali ma anche per tanti gruppi informali e associazioni di vario tipo che sono nate. Noi abbiamo solo accompagnato l’istituzione nel territorio, restituito ai cittadini la fiducia nelle istituzioni e dato le prime risorse

Chiara Meiattini

La presenza di Il Cenacolo nella zona Brozzi-Le Piagge risale al 2001. Da allora, proprio dentro i palazzoni, la cooperativa del consorzio Co&So, rete Cgm, gestisce tre servizi: la ludoteca La prua, il bar sociale L’approdo e il centro giovani L’isola (avviato nel 2003), frequentati giornalmente da 80 ragazzi. C’è l’idea del viaggio e della continuità già nei nomi scelti: «Sono tre servizi che si rivolgono a fasce d’età diverse e che si passano idealmente il testimone, a cominciare dagli orari di apertura», spiega Meiattini. «La nostra idea, fin dall’inizio, era quella di costruire un sistema integrato di servizi per i minori e per le loro famiglie: arrivammo qui dopo aver vinto un bando indetto dalla circoscrizione, che aveva proprio questo taglio. Non siamo stata la prima realtà associativa a entrare nel quartiere, don Santoro era già presente da anni e c’erano anche dei gruppi a livello informale, però di sicuro siamo stati il primo intervento strutturato fatto dall’amministrazione pubblica, il simbolo che l’amministrazione si riprendeva in carico la zona».

Ogni giorno, da quel 2001, alle 15 alle Piagge apre il Bar sociale L’Approdo. Resta aperto fino alle 17, quando apre il Centro Giovani L'Isola (dal 2003). Al Bar i ragazzi fanno i compiti e il doposcuola, ma anche corsi autogestiti per imparare i segreti dei barman, come si fanno i cappuccini artistici o i panini fantasiosi. Alcuni dei ragazzi che sono cresciuti qui dentro hanno fondato un’associazione giovanile, si chiama Raklé, fanno piccoli catering, appoggiandosi alla strumentazione del locale. Insomma, è un bar atipico non solo perché è no alcool ma anche perché «più che altro è un nodo vitale del quartiere, con una quindicina di ragazzi che lo frequentano ogni giorno ma anche un gruppo di anziani e una cinquantina di famiglie della zona, dal momento che è anche sede del Banco Alimentare. È aperto al quartiere per fare cene e pranzi, corsi di cucina multietnica… ha faticato ad avere la sua identità, è un po’ di tutto, la chiave è stata farlo diventare un luogo in cui si impara una professione», spiega Meiattini.

La Ludoteca La Prua apre alle 16,30: è vissuta in particolare dai piccoli e dalle loro madri, o dai nonni. La maggior parte dei bambini che la frequenta proviene da famiglie in carico ai servizi, molti (circa il 35%) sono accompagnati dall’educatore del servizio domiciliare. Ogni giorno ce ne sono almeno 35. Tutta la programmazione della ludoteca viene fatta insieme ai bambini e alle famiglie e così il programma è una allegra mediazione fra baby dance, percussioni e teatro.

Alle 17 apre il Centro Giovani L’isola, anch’esso «un po’ atipico perché oltre all’aggregazione qui i ragazzi trovano operatori formati per accompagnarli all’inserimento lavorativo e – «cosa fondamentale» - una presa in carico individualizzata di ogni ragazzo: «i nostre servizi lavorano molto sull’orientamento lavorativo, abbiamo bei rapporti con le scuole, con il centro per l’impiego, tante che ospitano i nostri ragazzi per stage e tirocini… la disoccupazione qui è molto alta. I cardini del nostro lavoro sono tre: la relazione tra le persone, il capitale sociale della rete, il ponte con la scuola, a tutti i livelli, dal convincere la mamma straniera a iscrivere il bimbo alla materna fino al tentativo di avvicinare lavoro e imprese», continua Meiattini. Cinque giorni su sette, dalle 15 alle 19,30, in tre luoghi che si passano il testimone, con quattro operatori: un’equipe integrata che lavora su tutto.

Inizialmente le persone erano affamate di servizi, prestazioni, proposte. Il nostro lavoro è stato quello di trasformare i beni in beni relazionali. Ragionare non su quanti giochi ci sono in ludoteca ma cosa possiamo fare insieme

Ma come si trasforma un contenitore di disagio in una comunità? «Inizialmente le persone erano affamate di servizi, prestazioni, proposte. Il nostro lavoro, non c’è voluto un giorno ovviamente, è stato quello di trasformare i beni in beni relazionali. Ragionare non su quanti giochi ci sono in ludoteca ma cosa possiamo fare insieme». Le leve? «Un’équipe che avesse un buon apporto giovani, tanto servizio civile, un discreto avvicendarsi di facce nuove, per evitare che con le persone si creassero cordoni ombelicali e per dire che non ci si poteva mai sedere nei rapporti con le famiglie», secondo Meiattini. E soprattutto «l’intendere per davvero il lavoro di comunità, la coprogettazione, l’idea di non essere lì per assistere o per erogare prestazioni ma per essere facilitatori e attivatori di relazioni... l’abbiamo fatto. Il quartiere si è affrancato dal problema della discriminazione ed è orgogliosamente interculturale, ha saputo mettere in piedi quel piccolo festival musicale e il meeting dell’educazione di cui abbiamo detto, certo ci sono tante difficoltà, ma sì, avevamo un territorio e lavorando insieme l’abbiamo fatto diventare una comunità educante. Nei momenti di entusiasmo, fra di noi ce lo diciamo».

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