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Fair trade

L’equosolidale non è più (solo) un affare di bottega

21 Settembre Set 2016 1225 21 settembre 2016
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Boom di presenze dei prodotti fair trade sugli scaffali della grande distribuzione. Gli operatori: «Siamo in una nuova stagione»

L’arma più efficace per abbattere i recinti è… la banana. Almeno sul terreno del mercato dell’equosolidale. «Il 90% dei prodotti a marchio Fairtrade Italia», spiega Paolo Pastore, che della costola italiana della società di certificazione è il direttore «ormai vengono commercializzati attraverso il canale della grande distribuzione: una quota che è cresciuta progressivamente negli ultimi anni». A fare da locomotiva proprio il frutto con la buccia gialla ricco di potassio, di magnesio e di vitamina B6, «che», spiega ancora Pastore, «copre circa il 45% del nostro menu di offerta».

Il valore del venduto a marchio Fairtrade in Italia ha raggiunto nel 2015 quota 99 milioni, segnando un + 10% rispetto all’anno precedente, quando 10 anni prima non raggiungeva nemmeno i 30 milioni di euro. Una performance notevole considerando che l’Italia negli anni della grande crisi (2008/2016) ha accumulato una perdita del Pil reale del 7,3%.

A fronte di un dato mondiale stimabile in un fatturato di 7/8 miliardi di euro, nel nostro Paese, accorpando i dati del venduto certificato Faitrade e quelli del fatturato proveniente dai network della filiera dell’equosolidale (primo fra tutti Altromercato), si può valutare un valore complessivo del mercato in una forbice compresa fra i 150 e i 200 milioni di euro.

Dal febbraio dello scorso anno il direttore generale di Altromercato è Andrea Monti. La scelta di un curriculum come il suo (esperienze prettamente profit in ambito commerciale in aziende co- me Bracco, Eds e Hewlett Packard) da parte della storica organizzazione sotto il cui cappello si ritrovano 260 botteghe targate Altromercato (a cui ne vanno aggiunte circa 150 non affiliate, ma che mettono in vendita i prodotto del- la filiera) dà il segno di quanto, malgrado qualche resistenza, questo settore nato da una fortissima spinta valoriale, molto più che da esigenze di business, abbia trovato nella multicanalità distributiva (botteghe, piccoli negozi al dettaglio, regalistica aziendale, on line e grande distribuzione) la chiave di volta. E di fronte potrebbe esserci un’autostrada. «Pensiamo solo», interviene proprio Monti, «che in Svizzera la spesa annuale pro capite di prodotti dell’equosolidale è di 47 euro e fronte dell’euro e sessanta centesimi italiano, un dato che si spiega in grande misura con la fortissima presenza dei prodotti dell’equosolidale proprio sugli scaffali della grande distribuzione d’oltralpe, e con la crescita a tassi vertiginosi di tante iniziative a sfondo etico sul web in tutto il mondo».

Poco meno di due anni fa Altromercato insieme al le imprese sociali del circuito Cgm, ad Aiab (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica) e a Slow Food lanciò il Solidale Italiano Altromercato, un circuito per distribuire sul mercato interno ed estero un menu di prodotti che oggi è arrivato a contare 60 tipologie. «Parte del futuro dell’equosolidale si gioca non più esclusivamente sulla direttrice produttori del sud-compratori del nord del mondo, ma anche su quelle sud-sud o nord-nord come nel caso di Solidale Italiano Altromercato», ragiona Monti. Che aggiunge: «In questo quadro la contrapposizione bottega-grande distribuzione non ha più ragion d’essere, l’importante è rispondere a una domanda che c’è ed è sempre più in crescita». Una nuova prospettiva di cui si trova traccia anche nei numeri del rapporto annuale licenziato a maggio da Equo Garantito, l’Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale, una sorta di organo di rappresentanza degli operatori del fair trade made in Italy. La fetta di ricavi di prodotti comes (commercio equo-solidale) provenienti da canali diversi da quelli dell’economia solidale nel 2014 ha raggiunto quota 22%. Solo tre anni prima, nel 2011 era al 13%.

«Tanto più» commenta Monti, «che oggi sono proprio i grandi marchi della Gdo che vengono a cercare noi, piuttosto che il contrario, anche e soprattutto per la qualità del prodotto». La conferma arriva da Pastore: «Non c’è dubbio che da parte loro l’interesse sia cresciuto». Non stupisce allora che fra i partner di Fairtrade Italia ci siano nomi conosciutissimi al grande pubblico come Coop, Lidl, Auchan, Pam, Carrefour e così via. Un elenco destinato ad allungarsi nei prossimi mesi. «Presto», conferma Pastore, «il nostro cioccolato sarà presente in modo stabile nelle catene Conad, Famila e Sma». Mentre ormai da due anni a questa parte il tè fair trade è una costante sugli scaffali di Conad e la certificazione delle capsule di caffè sta aprendo una nuova importante linea di business. Conclude Pastore: «Il presidio costante dei grandi supermercati e non più solo in occasione di promozione è anche figlio dell’innalzamento della qualità dei nostri prodotti: se vogliamo raggiungere il grande pubblico non possiamo pensare che le nostre banane vengano comprate solo perché assicurano un giusto guadagno ai coltivatori del sud del mondo, dobbiamo anche garantire standard qualitativi elevati». «Nel mio immaginario», chiosa Monti, «l’obiettivo è che un domani la distinzione fair/prodotti tradizionali sparisca dai radar perché tutti i prodotti avranno le caratteristiche previste dall’approccio equo solidale».