Adozioni internazionali

Adozioni punto e a capo: il bilancio di Silvia Della Monica

12 Ottobre Ott 2016 1906 12 ottobre 2016

In Commissione Giustizia c'è stata nel pomeriggio l'audizione della vicepresidente della CAI, Silvia Della Monica. Citata anche VITA: «non è il vangelo». Prima parte

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In Commissione Giustizia c'è stata nel pomeriggio l'audizione della vicepresidente della CAI, Silvia Della Monica. Citata anche VITA: «non è il vangelo». Prima parte

Doveva durare un’ora, è stata un’audizione di due ore piene. Intensa. Sorprendente in un certo senso. Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sullo stato di attuazione delle disposizioni legislative in materia di adozioni ed affido, la Commissione Giustizia della camera ha svolto nel pomeriggio l’audizione di Silvia Della Monica, vice presidente della Commissione per le adozioni internazionali. Si tratta dell’ultima audizione prevista. «Avrei chiuso con l’audizione del ministro Boschi, diversi colleghi hanno richiesto l’intervento della vicepresidente, lei ha dato la sua disponibilità», ha spiegato la presidente della Commissione Giustizia, Donatella Ferranti (PD).

Un’aggressione inaccettabile

La vicepresidente di fatto dato conto - ma «questa non è una commissione d’inchiesta sulla CAI», hanno precisato più volte sia la vicepresidente Della Monica sia l’onorevole Ferranti - degli ultimi due anni e mezzo di storia delle adozioni internazionali e di attività della Cai. «Voglio qui fare chiarezza rispetto a una serie di informazioni false veicolate, in maniera anche strumentale, per contrastare il cambio di passo della CAI, apprezzato invece dalla stragrande maggioranza degli enti autorizzati e delle famiglie».

Chiuso il caso Congo e portati a casa tutti i bambini, per la vicepresidente è ora il momento di una svolta. Silvia Della Monica ha parlato nuovamente, come già in passato, di «un ente autorizzato sottoposto a indagine da parte della CAI» che sta portando avanti «una sistematica campagna di denigrazione e diffamazione»: «da due anni subisco un’aggressione da parte di alcuni enti, che ho tollerato non perché non volessi far rispettare la Commissione ma perché avevo un compito, risolvere il problema delle adozioni in Congo», rispetto a cui «il riserbo era la cosa maggiore da portare sul piatto della bilancia». Ora? «Ma desidero oggi dire che non si può andare avanti in questo modo». La vicepresidente ha annunciato così di aver «già depositato querele nelle sedi opportune e dato mandato agli avvocati al fine di difendere il buon nome della Commissione e di chi ne è stato protagonista per delega di funzioni, desidero sia fatta chiarezza perché ci sono situazioni letteralmente inaccettabili. Mi chiedo davvero se sia la CAI in condizioni di esser accusata di non voler portare avanti le politiche sulle adozioni internazionali o se invece chi continuamente delegittima il Governo e la Cai non stia creando un gravissimo danno alle adozioni».

I dati

Riguardo l’attività ordinaria della Cai e la situazione delle adozioni internazionali, Silvia Della Monica ha ricordato «con orgoglio» come nel 2015 l’Italia sia comunque stato il secondo Paese al mondo per adozioni e comunque in questi anni siamo il paese che ha subito una diminuzione minore delle adozioni rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo. «Io non credo che possiamo pensare di andare avanti all’infinto con questo trend, ma prendiamo atto di un risultato estremamente positivo».

Ha ribadito che «non c’è obbligo per la CAI di fornire i dati», quella sulla mancata pubblicazione dei dati è «una polemica strumentale attorno a un falso problema», che «nulla ha a che fare con l’inadempienza». La vicepresidente ritiene che il report statistico deve essere «almeno a carattere biennale, per avere uno studio approfondito, altrimenti la comparazione dei dati non serve nemmeno a ciò per cui potrebbe essere utile, cioè orientare le politiche della CAI». Quando l’onorevole Pagano ha citato l’inchiesta fatta da VITA per raccogliere i dati che la CAI non dava, prima quindi della pubblicazione sul sito della Commissione del dato dei 2.206 adozioni nel 2014 e 2.211/2.216 nel 2015, la vicepresidente ha replicato che «VITA non è il vangelo» e che «la tabella pubblicata sul sito della CAI è anche sul sito del segretariato dell’Aja, mi riesce difficile comprendere come si possa mettere in discussione dei dati che sono certificati dall’Aja».

Il Congo

«La tutela dei diritti dei minori è l’unica bussola di questi due anni di lavoro. Lo si è fatto perseguendo e garantendo la massima trasparenza e legalità», prima di tutto attraverso la «vigilanza e il controllo sistematico in Italia e all’estero degli enti», una «decisa presa posizione» che ha fatto «crescere l’autorevolezza della CAI» presso i Paesi stranieri. La vicepresidente ha sottolineato moltissimo la cura che la Cai ha avuto in questi anni per le relazioni internazionali, citando in particolare Congo e Bielorussia come successi.

Sul Congo «l’Italia è l’unica fra tutti gli 8 Paesi coinvolti ad aver portato a casa tutti i bambini e prima di tutti gli altri paesi». È stato un «lavoro senza sosta», anche politico, «in piena concordanza con l’autorità politica» - ha citato in particolare il presidente Renzi e il ministro Delrio - e «con il pieno sostegno della maggioranza enti attivi in Congo, a cui va il mio particolare ringraziamento».

Sull’arrivo dei bambini dal Congo, Silvia Della Monica ha rivelato che «tempi e modalità» sono stati decisi dalle autorità del Congo, «che abbiamo dovuto rispettare». «Non è stata una scelta dell’Italia portarli qui in modo e in quel numero determinato, l’abbiamo fatto rispettando le regole» - ha detto, ringraziando la Polizia di Stato per la sua competenza, professionalità e sensibilità al momento dell’accoglienza dei bambini - e peraltro «sicuramente in condizione normali» la cosa «più auspicabile» è che i genitori vadano nel Paese estero a prendere i propri figli, «tutto questo non era possibile». La presenza di 1500 famiglie in Congo (tanti erano i bambini) «avrebbe creato problemi» in un momento in cui politicamente la scelta di sbloccare le adozioni attraverso la Commissione interministeriale era contestata da una parte politica: «non vorrei dimenticare quanto è grave la situazione del Congo in particolare nel Nord, dove alcuni bambini - «è oggetto di una inchiesta approfondita della CAI e anche penale» - sono stati «illecitamente trattenuti a danno del loro superiore interesse e contro la volontà delle loro famiglie».

La Bielorussia

Un altro successo è la ripresa sistematica delle adozioni con la Bielorussia, a partire da ottobre 2014, quando l’Italia «è riuscita a ristabilire eccellenti relazioni e ottenere che potessero riprendere sistematicamente le adozioni». È già «operativa» una lista di 130 minori di cui sono stati verificati rigorosamente i requisiti di adottabilità, e «alcuni stanno già facendo ingresso in Italia». Anche qui però come sul Congo, «non riesco a capire perché nei passaggi più significativi il presidente di un ente italiano si è fatto portatore di informazioni prive di qualsiasi fondamento, veicolanti il messaggio che la CAI e l’Italia non si stessero occupando della Bielorussia»: le autorità bielorusse «si dichiarano sbalordite dell’arroganza di enti italiani che si permettevano di mettere in discussione gli accordi raggiunti e solo le buone relazioni della CAI con la Bielorussia hanno scongiurato un nuovo blocco».

Quindi «dobbiamo spezzare il cerchio magico per cui malgrado i successi si dica che l’Italia ha problemi seri con le autorità di altri Paesi e che le adozioni non marciano».

Rapporti internazionali
Spiace leggere che l’attività internazionale della CAI sia bloccata da due anni, «è una informazione del tutto apodittica, smentita dai fati» poiché proprio questa è una «scelta politica condivisa con la PDCM». Fra le delegazioni invitate e ricevute ha citato il Burundi, la Repubblica popolare cinese, ha concluso accordi bilaterali con Mongolia, Cile, Benin, Nigeria, e ad altri paesi sono stati proposti, ad esempio India, Messico, Lituania e Haiti, ricordando tuttavia come «il segretariato Aja spinge a fare accordi bilaterali ma non con paesi non Aja», che da questa prassi sarebbero «dissuasi da aderire alla Convenzione». È un po’ il problema che si è verificato con la Cambogia, con cui c’è sì un accordo che prevede anche il riconoscimento di un certo numero di enti, ma «la Cambogia ha aderito all’Aja ma non emette i decreti attuativi» e questo ha generato una presa di posizione internazionale «di cui non possiamo non tenere conto […] quindi per quanto io sia stata invitata ad andare in Cambogia mi trovo in una situazione di difficoltà perché mancano i decreti. Nessun paese ha riaperto i rapporti con la Cambogia».

Infine «sono state ristabilite le giuste coordinate per cui i rapporti fra le autorità centrali attengono solo alla autorità centrale», chiudendo la «cattiva abitudine» del passato, per cui «abbiamo ricevuto formali proteste» per cui gli enti si ponevano «come intermediari, assumendosi le spese delle delegazioni straniere».

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