Portamivia1
Rifugiati

Portami via, il documentario dedicato ai corridoi umanitari

12 Ottobre Ott 2016 1747 12 ottobre 2016
  • ...

Dal Libano all’Italia. Il racconto del viaggio di una famiglia siriana in cerca di una vita migliore. Prodotto da Invisibile Film, il documentario è stato realizzato dalla giornalista Marta Santamato Cosentino: «Prima della guerra avevano una vita meravigliosa: queste persone potremmo essere noi», dice a Vita.it. Nell'articolo il trailer del documentario

«Il mare è calore e dolcezza. Però il mare ha due significati. Sì perché normalmente il mare è calore e dolcezza. Ma al giorno d’oggi il mare significa morte», Jamal, 53 anni, siriano rifugiato in Libano. Oggi vive in Italia. Ma lui a scegliere il mare non ce l’ha fatta. È il papà della famiglia “protagonista” del documentario “Portami via”, dedicato ai corridoi umanitari autoprodotto da Marta Santamato Cosentino e Invisibile film.

L’autrice, Marta Santamato Cosentino è una giornalista di 29 anni, esperta di Medio Oriente: «Due anni fa ho deciso di trasferirmi a Beirut», dice a Vita.it. «Per raccontare il Medio Oriente lo devi vivere da dentro, Beirut doveva essere casa mia». Quello dei corridoi umanitari è un progetto frutto del Protocollo d’intesa tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale - Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie; Ministero dell’Interno – Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione; Comunità di Sant’Egidio; Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese.

I Corridoi Umanitari promuovono, senza oneri per lo Stato, una campagna di pressione per l'approvazione a livello nazionale ed europeo, di una legislazione che protegga i diritti e la sicurezza dei richiedenti asilo affinché non si vedano costretti ad affrontare illegalmente il mare o la rotta balcanica.

«Fino ad oggi sono stati rilasciati circa mille visti», spiega Marta Santamato. «Poco alla volta le famiglie stanno arrivando in Italia, e - poco prima che partissero - io ne ho scelta una: ho vissuto tre mesi con loro e raccontato con “Portami via” il viaggio verso una vita nuova, volevo essere il diario della metamorfosi della loro famiglia».

Il “prossimo corridoio” arriverà a fine ottobre, dal Libano si aspettano dalle ottante alle cento persone. La famiglia della storia di Marta in Italia è arrivata a maggio ed oggi vive in una casa della Tavola Valdese a Torino. Hanno ottenuto l’asilo politico. I rifugiati che vivono in Libano – o sopravvivono visto che loro, per lo più siriani, nel Paese non hanno diritti, stanno in alloggi di fortuna e aspettano in questo “limbo” la possibilità concreta di una vita migliore – sono circa un milione e mezzo. Ma la stima ufficiosa, invece, racconta di un numero di gran lunga più elevato…

«Sono nata ad Homs, in Siria tra i gelsomini del Levante», dice nel trailer del documentario una delle figlie di Jamal. La famiglia scelta da Marta è composta da sette persone: insieme a Jamal sua moglie Wejdan di 53 anni, poi la figlia Talaat di 25, mamma di Tarek di un anno e mezzo; Alaa di 21 anni, Khaled di 18; Talal di 14. E da Homs sono dovuti scappare perché è proprio lì che è nata la rivoluzione.

Oggi il papà cerca lavoro mentre i ragazzi vanno a scuola. «Vorrei tornare piccolo», dice Talal, «più piccolo di così». Nel documentario vengono ripresi tutti i momenti della partenza: si vede Wejdan, la mamma, che bacia – con tanti baci – tutto il viso di suo padre. Lui non ha il visto. Deve rimanere in Libano.

Come si scelgono le famiglie che possono utilizzare i corridoi umanitari? «In base al criterio della vulnerabilità», dice amareggiata l’autrice. «Scegliere in quel contesto è difficilissimo, però si è arrivati a due criteri: il primo riguarda i casi clinici che in Libano sono impossibili da curare, lì la sanità è privata. Il secondo, invece, per le persone che in passato sono state vittime di tortura, e Jamal è una di quelle».

Il documentario sarà presentato a Milano il 17 ottobre dalle ore 19 presso l’Ostello Bello di via Medici, 4. «Ho scelto proprio questa famiglia», racconta Marta Santamato, «perché loro somigliano a noi, mi spiego: nessuno di noi pensa mai che queste persone che arrivano dalla Siria possano avere un vissuto simile al nostro, invece loro in Siria – prima della guerra – avevano una vita meravigliosa. Con loro non ho mai provato pietà ma sempre empatia. Queste persone potremmo essere noi».

Contenuti correlati