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Dipendenze

Il premio WeFree 2016 a un giovane breakdancer dell'Uganda

13 Ottobre Ott 2016 0956 13 ottobre 2016
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Grande successo per la nona edizione dei WeFree Days, le due giornate di San Patrignano dedicate alla prevenzione a cui hanno partecipato in totale 2500 studenti. Presente anche il procuratore Gratteri, che ha spiegato il perché del suo no alla legalizzazione

E’ andato ad Abramz Tekya il premio WeFree 2016. All’interno della due giorni di San Patrignano dedicata alla prevenzione, è stato assegnato anche quest’anno un riconoscimento speciale a quei giovani che si stanno distinguendo per il loro impegno a sostegno del mondo giovanile. In questa edizione è andato al b-boy ugandese ballerino di breakdance, che ha trascorso una vita difficile rimanendo orfano all’età di 7 anni dopo la morte dei genitori per Aids. Grazie all’hip hop è sopravvissuto alla dura vita di strada in Uganda ed è riuscito a trovare un modo per trasmettere ed esprimere se stesso e per togliere dalla strada tanti bambini.

Nel pomeriggio per lui l’incontro e il confronto con gli studenti, che hanno potuto incontrare anche alcuni loro beniamini, dall’attrice Cristiana Capotondi al musicista Nicolò Agliardi.

Un vero e proprio successo questa nona edizione dell’evento, realizzato in collaborazione con la Fondazione Ania, e sponsorizzato da Lamborghini Trattori, Qn e Banca Carim.

Nella mattinata si è tenuto anche il forum dedicato a ‘Droga e violenza’. Ad aprire i lavori Cindy J. Smith, direttrice di Unicri, l’agenzia anti-crimine dell’Onu, che ha ricordato come le droghe alimentino la criminalità organizzata, dopo la quale è intervenuto Nicola Gratteri. Il procuratore capo di Catanzaro ha smantellato tutti i principali luoghi comuni della legalizzazione: “Come magistrato mi scandalizza che uno Stato venda ciò che scientificamente sappiamo fare male”, ha esordito, contestando il paragone con l’alcol e il fumo, la convinzione che la legalizzazione svuoterebbe le carceri e libererebbe risorse di polizia, ma soprattutto gli aspetti di mercato: “La droga prodotta dai criminali costerebbe molto mendo di quella legale, inoltre i minori resterebbero comunque clienti dei trafficanti”. In sostanza, ha concluso Gratteri: “La legalizzazione non è una questione ideologica ma etica, commerciale e scientifica”.

Del tutto consonante la criminologa Roberta Bruzzone, che si è detta “contraria all’uso di qualunque sostanza e convinta che non esistano droghe leggere. La continua rincorsa alle nuove sostanze tabellate non darà mai risultati, poiché i produttori sono abilissimi nel cambiarne la struttura molecolare, grazie anche all’arruolamento di chimici specializzati: dobbiamo cambiare metodo”.

Gli aspetti più prettamente scientifici sono stati approfonditi dal neurochirurgo Giulio Maira: “Anche solo una pasticca può provocare danni al cervello, nel quale l’uso protratto crea buchi come avviene con l’Alzheimer. Tra le aree del cervello più danneggiate l’ippocampo, il nucleo accumbens o l’amigdala”, deputate a funzioni essenziali come la memoria e la gratificazione.

“Che le droghe facciano male a tutto e a tutti è un dato di buon senso”, ha confermato Alessandro Meluzzi, ricordando “personaggi come Vincenzo Muccioli e Pierino Gelmini, che erano animati da profonda saggezza oltre che da amore per il prossimo. Per esempio, su chi ha predisposizioni a sindromi psichiatriche, le sostanze favoriscono l’insorgenza di episodi. Le droghe allentano le nostre resistenze nei confronti del male”, ha concluso lo psichiatra.

Infine Sido Bonfatti, presidente di Carim, ha portato la testimonianza della fusione tra la sua Cassa di risparmio e Banca Etica, spiegando come si possano unire risultati di utilità economica ma anche sociale, “per esempio operando verso le famiglie sovra-indebitate, rinegoziando i mutui e con altre forme di sostegno finanziario, poiché la crisi economica si lega ad altri fenomeni come l’usura e anche a dipendenze come la ludopatia”. Una riflessione cui si è collegato Franco Taverna della onlus Exodus, ricordando come “oggi affrontiamo fenomeni cui non avevamo nemmeno pensato quando abbiamo fondato le comunità, dalle famiglie rovinate dal gioco al cyber bullismo”.

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