NARCOS 207 00658R
Cinema

Narcos, l'ambizione di essere più veri del vero

17 Ottobre Ott 2016 1704 17 ottobre 2016
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Una delle serie tv più seguite e apprezzate dell'anno è stasta la seconda stagione di Narcos, targata Netflix, che narra la vita (e la morte) di Pablo Escobar. Ecco cosa ne ha scritto Daniela Cardini nella sua rubrica "Long Tv” sul numero di VITA Bookazine in edicola.

Che Narcos sia una serie ambiziosa, come ormai tutti i prodotti Netflix, lo si capisce dai primi cinque minuti. Una scritta sullo schermo con un inaspettato riferimento a Garcia Marquez («Non per niente il realismo magico è nato in Colombia») fa capire che l’asticella è stata posizionata molto in alto. Giusto il tempo di far immaginare allo spettatore i sapori che gli verranno serviti nelle dieci puntate della prima stagione — toni cupi, violenza, intreccio di realtà e finzione nel racconto dell’industria della droga nell’America Latina degli anni Settanta — e parte una delle più belle sigle degli ultimi anni che, come accade nella serialità di alto livello, sa condensare in una manciata di secondi l’anima della serie intera. In quella musica struggente (“Tuyo", del cantautore brasiliano Rodrigo Amarante) c’è tutto il languore, la sensualità e la malinconia del Sudamerica mentre, in un contrasto straniante, alle foto calde e seppiate di spiagge, voli di fenicotteri e donne bellissime fanno da contrappunto spezzoni di documentario e immagini di repertorio di panetti di droga, armi, facce da galera. E poi — un pugno nello stomaco — ecco lui, il vero (e sorridente) Pablo Escobar.

Tuyo di Rodrigo Amarante


Nella prima stagione si snoda l’ascesa del più pericoloso e famoso narcotrafficante sudamericano. Un anno dopo, il 2 settembre, è uscita la seconda stagione (la terza e quarta sono già state annunciate): il promo — capolavoro di comunicazione — cancella in pochi secondi la logica imperante del “nospoiler”, la fuga di notizie che fa arrabbiare i “binge watchers”.“Chi ha ucciso Pablo?”: in queste parole si condensa la fisionomia di una serie che ambisce ad essere più vera del vero, capace di mescolare finzione e realtà in una vertigine che sovrappone continuamente il volto del vero Escobar a quello del suo avatar, il superlativo Wagner Moura. Pablo muore, è ovvio. Nessun colpo di scena da tener nascosto. Il marketing di Netflix ci dice che “è la storia il vero spoiler”.

L’aspirazione cinematografica della serie (non a caso co-prodotta da Gaumont) si manifesta nell’alternanza di fiction e documentario, con le frequenti incrostazioni nel tessuto narrativo di immagini di repertorio del vero Escobar e dei luoghi in cui viveva, ma soprattutto nella scelta molto discussa di non tradurre i dialoghi in spagnolo fra i narcos, lasciandoli in originale e sottotitolandoli sia nella versione originale sia in quella italiana. Un “effetto di genere” che ribadisce il legame con il documentario ed esplicita la volontà di posizionarsi nella nicchia del cinema d’autore, quello che non regala nulla al suo spettatore sfidandolo continuamente a faticare e a cooperare attivamente all’interpretazione del testo.

Però, nonostante queste raffinatezze stilistiche la serie non è perfetta. Qualche buco narrativo, qualche evidente calo di ritmo. E soprattutto l’uso eccessivo ed invadente della “voce over”, quella dell’agente della Dea Steve Murphy il cui punto di vista fa da filo conduttore a tutta la storia. Se, come è noto, la voce over serve a fluidificare la narrazione aiutando lo spettatore (e gli autori) a districarsi fra flashback e flashforward, qui il suo eccesso didascalico disturba. La scelta dello spagnolo sottotitolato prefigura uno spettatore adulto e consapevole, mentre l’uso smodato della voce over parla, al contrario, ad un pubblico pigro e immaturo, a cui bisogna raccontare tutto per filo e per segno. In un progetto tanto ambizioso non ci si aspetterebbe questa caduta di stile.

La commistione di generi resta comunque il principale punto di forza di Narcos. Grazie all’equilibrio tra finzione e realtà la figura di Escobar, dei luoghi e degli anni in cui è vissuto tracciano un ritratto del Male che risulta contemporaneamente coinvolgente e distante. Il taglio documentaristico permette di evitare giudizi e di tenere a distanza l’empatia; la magistrale interpretazione di Wagner Moura — un gigante che rende tutti gli altri attori dei semplici comprimari — restituisce tutta la complessità e la follia di Escobar, in bilico fra sprazzi di umanità (l’amore per la moglie Tata) e la crudeltà compulsiva e catatonica con cui compie le sue mostruose violenze. Noi spettatori veniamo presi a schiaffi dalla durezza delle immagini reali che ci dicono che tutto quel male è esistito davvero; allo stesso tempo, però, accettiamo quasi con sollievo gli aspetti romanzati della fiction, gli “stop and go” che rendono compulsiva la visione, come richiede la piattaforma Netflix.

La fedeltà del documentario, insomma, è subordinata alle leggi della serialità: e infatti, recentemente, il figlio di Escobar ha duramente criticato la serie, senza negare le efferatezze del padre, ma insistendo sul fatto che alcuni dettagli, alcuni personaggi e alcuni eventi non sono mai esistiti e sono stati forzati per la drammatizzazione...

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