Lavoro
Jobs Act

Occupazione, quando i giornalisti fanno male il loro mestiere

24 Ottobre Ott 2016 1031 24 ottobre 2016
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Il giuslavorista Pietro Ichino ha analizzato i dati pubblicati dall’Osservatorio permanente dell’Inps il 18 ottobre «riportati in modo del tutto distorto dalla maggior parte della stampa quotidiana»

Mercoledì scorso numerosi giornali riportavano titoli catastrofici sull’andamento del mercato del lavoro: “Giù i posti stabili, boom dei licenziati” (la Repubblica), “Contratti in calo dell’8,5 per cento” (la Stampa), “Flop Act: crollo dell’occupazione” (il Fatto quotidiano), “Meno occupati, più licenziati” (la Verità, nientemeno, di Maurizio Belpietro).

Pietro Ichino

Poiché tutti questi titoli e i sottostanti articoli si riferiscono agli ultimi dati diffusi dall’Inps, va subito sottolineato che chi li ha redatti confonde ancora, nonostante i mille volte ripetuti chiarimenti in proposito, i dati di flusso – quelli, appunto, diffusi dall’Inps, che riguardano assunzioni e cessazioni – con i dati di stock, cioè quelli relativi ai livelli di occupazione, che sono invece rilevati dall’Istat sulla base del monitoraggio costante di un campione rappresentativo della popolazione italiana.

Un po’ come confondere il flusso dell’acqua che entra nella vasca dal rubinetto, o che esce dal tubo di scarico (dati Inps), con il livello dell’acqua nella vasca (dati Istat). Vediamo dunque più da vicino come vanno le cose, sia dal punto di vista dello stock, sia da quello del flusso.

Dati di stock (Istat) Sul “livello dell’acqua nella vasca” l’Istat continua mese per mese a confermare che esso è in aumento: dal febbraio 2014 al luglio 2016 – ultimo dato Istat disponibile – il numero degli occupati dipendenti è aumentato di 604mila unità, di cui 408.000 stabili, cioè a tempo indeterminato. Nello stesso periodo aumentano dunque anche, ma in misura nettamente minore, i posti di lavoro a termine: 196.000. In relazione all’ultimo trimestre la Banca d’Italia conferma (Bollettino del 14 ottobre) che l’aumento del livello dell’occupazione sta continuando costantemente, anche se con un ritmo più lento rispetto allo scorso anno, con una sola battuta di arresto nel mese di agosto 2016.

Dati di flusso (Inps) – Vediamo ora “l’acqua che entra dal rubinetto nella vasca e quella che esce dallo scarico”. Il sito dell’Osservatorio permanente dell’Inps – quello sul quale i quotidiani sopra citati fondano i loro titoli drammatici – fornisce questi dati sulla differenza tra nuovi rapporti a tempo indeterminato e cessazioni:

  • nel 2014 +104.009
  • nel 2015 +465.800
  • nel 2016 +53.303

Dunque, nessun “crollo dei posti stabili”, che continuano invece ad aumentare. Certo, la parte del leone l’ha fatta il 2015, “risucchiandosi” circa due terzi delle assunzioni stabili che senza incentivo economico pieno si sarebbero presumibilmente collocate nel 2016. Ma perché mai dovremmo dolerci di questa anticipazione? Sono circa 150.000 lavoratori in più assunti a tempo indeterminato con un anno di anticipo! Resta comunque il dato di un imponente aumento delle assunzioni a tempo indeterminato nell’ultimo biennio, sia in valore assoluto, sia in percentuale rispetto al totale delle nuove assunzioni.

In questo quadro, considerata l’anticipazione al 2015 di quelle assunzioni stabili che si sarebbero altrimenti collocate nel 2016, il fatto che quest’anno faccia registrare comunque ancora una loro crescita, nonostante la forte riduzione dell’incentivo economico, costituisce quanto meno un indizio del perdurare di un effetto positivo della riforma, non certo del suo fallimento.

A fronte di questi dati, parlare di “diminuzione dei posti di lavoro stabili”, o addirittura di “crollo dell’occupazione”, costituisce né più né meno che un caso di grave disinformazione.

Veniamo all’aumento dei licenziamenti: i dati Inps indicano, nei primi otto mesi del 2016, una crescita del 4,7% rispetto allo stesso periodo 2015 dei recessi dei datori di lavoro da rapporti a tempo indeterminato (dai 290.656 dello stesso periodo 2015 a 304.437); con un aumento, in particolare, dei licenziamenti disciplinari (da 36.048 a 46.255: +28,3%). Roberto Giovannini dà questa notizia sulla Stampa attribuendo senz’altro questo aumento al Jobs Act: “una riforma che […] con l’abolizione dell’articolo 18 ha fatto impennare il numero dei licenziamenti disciplinari”. Con citazione, a sostegno di questa affermazione, dell’Osservatorio permanente dell’Inps, che invece (ovviamente, essendo una fonte seria) si guarda bene dall’affermare questo nesso causale: dunque una citazione del tutto falsa, della quale l’Inps avrebbe potuto (e forse dovuto) esigere la smentita.
Ora, se si considera che
– la nuova disciplina dei licenziamenti si applica soltanto ai rapporti costituiti dopo il 7 marzo 2015, recando una attenuazione della protezione della stabilità soltanto per tre quinti circa dei lavoratori stabili subordinati (perché gli altri due quinti dipendono da imprese con meno di 16 dipendenti, nelle quali la protezione è rimasta pressoché inalterata); e
– l’Osservatorio Inps non ha fornito alcun dato né sulla distribuzione dei licenziamenti in questione tra rapporti costituiti prima e rapporti costituiti dopo il 7 marzo 2015 (ma tutto induce a pensare che essi abbiano riguardato per la massima parte rapporti costituiti prima di quella data, quindi non toccati dalla riforma), né sulla loro distribuzione tra imprese collocate sopra e imprese collocate sotto la soglia dei 15 dipendenti;
appare immediatamente evidente la totale infondatezza dell’affermazione contenuta nell’articolo pubblicato dalla Stampa.

Onore al merito del Sole 24 Ore, che il 19 ottobre con un articolo di Guido Pogliotti ha dato conto in modo preciso e corretto – unico tra i quotidiani nazionali – di quanto veramente emerge dagli ultimi dati forniti dall’Inps sulle dinamiche in atto nel mercato del lavoro.

In una prossima occasione discuteremo anche dell’aumento dei voucher, cioè dei buoni-lavoro utilizzati in Italia per la retribuzione di lavoro accessorio. Un aumento rilevantissimo, certo; ma che, di fronte a un aumento molto marcato anche dei rapporti di lavoro stabili e di quelli a termine, difficilmente può spiegarsi come un fenomeno di sostituzione di lavoro regolare. Semmai – almeno per la maggior parte – come un fenomeno di emersione, ancora purtroppo parziale, di lavoro che altrimenti resterebbe interamente al nero.

da pietroichino.it

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